domenica 31 marzo 2013

IL FUOCO DI PROMETEO




Il mito narra che Prometeo rubò i semi del fuoco divino e li diede agli uomini, dopo che questi ne furono privati per punizione da Zeus. Il quale ulteriormente li punì, inviando loro Pandora, con il famoso vaso che conteneva tutti i mali. Gli uomini riebbero il fuoco, non disgiunto dal male.
D’altra parte, la storia sacra attesta il tentativo di Simon mago di acquisire illecitamente i doni che lo Spirito Santo aveva elargito agli Apostoli e che suscitavano tanta meraviglia tra i pagani. Molti dei quali infatti riconoscendo l’opera divina in quegli uomini così modesti si lasciavano attrarre dalla dottrina da essi predicata, convertendosi a Cristo. Simon mago venne duramente riprovato da San Pietro perché cercò di acquistare con denaro i doni dello Spirito Santo (At 8, 9). Il suo peccato nei secoli divenne simbolo del tentativo di acquisizione illecita dei doni di grazia.
La ricerca gnostica dell’acquisizione della salvezza mediante una conoscenza slacciata dal rapporto amorevole con Dio riproduce nel tempo la biblica trasgressione dell’uomo circa il frutto della pianta del bene e del male (Gn 3). Riecheggiò nella storia il tentativo illecito dell’uomo di risalire fino a Dio.
I popoli arcaici videro nel sole il dio terreno datore di vita e benessere. Essi riuscirono a produrre ed utilizzare il fuoco che dall’astro discendeva in senso profano e sacro. Per riscaldarsi, nutrirsi, difendersi dalle avversità climatiche e dalle bestie selvatiche. E poiché segno del sole, tenuto acceso sull’altare ove venivano offerti sacrifici propiziatori.
Da sempre il fuoco è elemento di potere, forza ed energia immanente. Il sole trasmette il suo calore. La terra lo immagazzina in forma di energia come residuo dei combustibili fossili, carbone, petrolio, gas metano. Come variazione di pressione, formazione di nuvole e del vento. Come irraggiamento solare che consente la vita biologica.
La natura è movimento, diceva Aristotele. Ed il movimento è energia, afferma la fisica. Natura ed energia rappresentano dunque come due categorie collegate. Due facce diverse di una stessa “entità”. La potenza che si trasforma in atto. Per San Tommaso: l’Essere che si trasmette per partecipazione dando luogo agli enti naturali e spirituali. Per gli esoteristi invece: indefinita “energia”, anche intesa come anima mundi, ossia una sorta di Spirito divino.
Ad esempio, Guglielmo di Conches, scriveva che: “L’Anima del mondo è una energia naturale in base alla quale alcune di esse possono muoversi, altre crescere, altre sentire, altre discernere”. Per poi affermare: “Ma ci si chiede cosa sia quell’energia. Ma, a me sembra, quell’energia naturale è lo Spirito Santo, ossia una divina e benigna armonia che è ciò da cui tutte le cose hanno l’essere, il muoversi, il crescere, il sentire, il vivere, il giudicare”.
Gli ermetisti di ogni epoca sostengono l’esistenza di uno spirito sottilissimo, creatore e rettore del mondo, presente nel grande corpo vivente della natura. La ricerca di questo spirito universale ed il suo sfruttamento rappresenta il fine primario delle ricerche alchemiche. La ricerca della pietra filosofale. La realizzazione della “grande opera”. L’utopia del paradiso in terra.
Da un centinaio d’anni il mitico fuoco-energia, venerato nelle forme arcaiche di Baal, Horus-Helios e dai pitagorici posto al centro del mondo, è stato rinvenuto all’interno della materia, in forma di energia nucleare. Ne esplicita il valore, la famosa formula di equivalenza di Einstein, E = mc2.
La nostra epoca differisce da quelle del passato essenzialmente perché ha imparato ad individuare, accumulare e sfruttare il fuoco-energia contenuto nei corpi materiali. Il mito prometeico ha preso consistenza nell’attuale società, all’interno della quale sembrano essersi realizzati i sogni ed i proclami di quanti avviarono la rivoluzione esoterica negli anni rinascimentali. Insieme all’apertura del vaso di Pandora.
I risultati della scienza moderna hanno dunque radici arcaiche. Ermetisti, alchimisti, maghi-scienziati tutti si impegnarono nella ricerca dei segreti della natura e del loro sfruttamento. La manipolazione dell’etere, inteso come campo energetico di elevata potenza circolante in tutto l’universo. Essenza dell’anima mundi, fattore che animerebbe ogni cosa e l’organismo interno del cosmo, inteso come essere vivente, sostenevano gli esoteristi rinascimentali, mantenendo vivo il fuoco sul quale ribollivano gli atanor interiori.
«Come il metallo vile viene fatto morire nel crogiolo perché possa rinascere purificato come metallo perfetto e immortale (l’oro), così l’alchimista (su un diverso piano) persegue un processo di morte e purificazione spirituali per riconquistare la perfezione dell’uomo edenico», (A. De Pascalis, Il Parmigianino e l’alchimia, sito Airesis).

La pretesa trasformazione del metallo in oro, simbolo dell’emancipazione interiore dell’alchimista, è funzione del fuoco che crea fermento nel crogiolo. Quest’energia fisica rispecchia quella interiore. Come gli alchimisti trasformavano il proprio io manipolando gli elementi, dominando e dosando l’energia che serviva alla fusione dei metalli, così la trasformazione dell’energia contenuta della materia, l’evoluzione della tecnica, ha prodotto l’emancipazione dell’uomo e della nostra società rispetto a quella del passato.
Non è avvenuto soltanto quanto scritto da I. P. Coleanu. Ossia che «L’elettricità, i mezzi di trasporto veloci, la radio e la televisione, l’aereo e il computer sono state la realizzazione delle promesse che per prima la magia aveva formulato e che rientravano nell’arsenale dei procedimenti soprannaturali del mago, come produrre la luce, spostarsi istantaneamente nello spazio, comunicare con lontane regioni dello spazio, volare nell’aria e disporre di una memoria infallibile. La tecnologia si può ben dirlo è una magia democratica che permette a tutti di godere delle facoltà straordinarie di cui si vantava il mago» (I. P. Culianu, Eros e magia nel rinascimento, Boringhieri, Torino 2006, p.163).
È avvenuto di più. La tecnologia infatti ha agito sulle anime di tutti come il fuoco agiva sugli alchimisti, trasformando il metallo grezzo della loro anima in “altro”. L’uomo profano in vagheggiato uomo prometeico. Questo perché la scoperta ed utilizzazione dell’energia fisica, ha risvegliato e scoperto l’energia psichica-erotica. La quale ha guidato la ricerca scientifica, proprio per giungere attraverso di essa alla trasformazione dell’uomo religioso in preteso uomo edenico. La società umana ha quindi optato per i doni della tecnica, adombrando quelli dello Spirito Santo derivanti dalla vita interiore rappotata a Dio. Salvo taluni, tutti sono divenuti come elettrico-dipendenti, uomini tecnologici più che religiosi.
L’energia psichica ha individuato l’energia fisica, la “ragione” l’ha estratta ed utilizzata tecnologicamente, imitando i poteri dell’anima. La televisione richiama la chiaroveggenza, il computer potere della memoria e la fantasia, il telefono la telepatia, le automobili la telecinesi i viaggi astrali, ecc.
Il fuoco prometeico, la mela dell’antico serpente, propone dunque una falsa copia dei doni dello Spirito Santo. L’energia luciferina, tanto proclamata dalla Blavatzkj, come materializzandosi viene gestita da un potere surrettizio che se ne è impossessata per guidare e fondere come metalli le masse, per condizionarle, manipolarle in funzione dei bisogni collegati alle offerte del “mito tecnologico”.
Il fuoco prometeico, l’oro astrale, che il sole trasmette insieme alla sua luce visibile costituisce quell’energia che permea tutto l’universo, è ormai divenuto parte stessa di noi. Tutto infatti «ne è penetrato nella distesa dei cieli sulla terra e nelle sue viscere. Noi respiriamo continuamente questo oro astrale, queste particelle solari penetrano nei nostri corpi e ne esalano senza posa» (L. de Saint-Didier, Le Trionphe Hermetique, Paris 1971, p. 164).
Slacciato da se stesso, posto in uno stato di coscienza superficiale dal turbinio di prodotti tecnologici, perennemente immerso in un moto che non si risolve, creando bisogni su bisogni, corse su corse, l’uomo è insomma vittima dell’estrazione e sfruttamento deviato dello “spirito della natura”, o spirito solare.
La Grande Opera, la liberazione di Heros, perseguita dalla ricerca alchemica di ogni tempo è infatti giunta alla dimensione pubblica. Il fuoco prometeico, l’energia primordiale contenuta all’interno della materia, la stella fiammeggiante ha risvegliato di riflesso quella sepolta nelle profondità dell’uomo, nelle sue strutture più istintive ed animalesche.
Lo spirito ribelle, il Lucifero-energia della Blavatzkj, slacciando la ragione dalla fede, ribaltandone il rapporto di armonia e coesione, è fuoriuscito dal vaso di Pandora, ha divelto la copertura ermetica ed è semplicemente debordato nel cuore degli uomini. Così Heros, potenza cosmica, psichica e fisica, ha mosso le trame della rivoluzione esoterica ed erotica che ha sovvertito i valori classici della morale e dell’etica all’interno dell’individuo e della società.
Si è così definita un’entropia sociale ed individuale sempre in crescita verso stati di confusione maggiore, alimentata dall’amor sui, dall’eros individuale e sociale, dal fuoco interiore inteso come riflesso di quello erotico-solare. Fuoco che consuma e brucia in ierogamie perverse gran parte dell’umanità, inconsapevole di alimentare lo stesso fuoco che la disgrega giorno per giorno.
Tutto questo, in pena dell’aver trascurato Cristo, vero Fuoco, che arde e non consuma il roveto delle nostre anime contorte. Fuoco che purifica dai riflessi erotici e depravati dell’amore carnale, il quale si estende come luce benefica verso tutti, trascendendo il sé, riflettendo i doni che discendono dall’inesauribile Sorgente.
A tale Fonte d’Amore, che infiamma chi si accosta, la preghiera riparatrice di Santa Margherita Alacoque: «Mio Dio Ti offro l’amatissimo tuo Figlio in ringraziamento dei benefici che ricevo da Te. Te l’offro al posto di ogni mia domanda, di ogni mia offerta e adorazione, al posto di tutti i miei propositi. Te l’offro infine come mio Amore e mio Tutto. Ricevi in Lui, Padre, tutto ciò che da me desideri, perché non ho altri da offrirti che sia degno di Te, se non Colui che mi dà tanta gioia e tanto amore».


martedì 12 marzo 2013

CULTI PRIVATI E MANIE COLLETTIVE




I risvolti della “potenzialità creatrice” dell’uomo sono del tutto particolari, perché investono anche il lato psichico e “sacro”. Creato ad immagine di Dio, posto nel cuore del creato come anello di giuntura fra la dimensione visibile ed invisibile, per riconoscere, servire e celebrare il Creatore a partire dagli elementi visibili, l’uomo è stato investito in diversa misura di poteri esclusivi.
Oltre a poter generare vita biologica, come tutti gli altri esseri viventi, egli è in grado di generare vita anche nel piano spirituale e psichico. Questo potere era noto fin dall’antichità, quando le dimensioni ordinaria e straordinaria non erano così separate come nel tempo moderno.
Le antiche religioni animistiche attraverso la mediazione di sciamani, negromanti, maghi-sacerdoti creavano idoli nel piano astrale adorandoli, attribuendo culto e latria, attraverso l’offerta rituale di sacrifici. Tutto questo rafforzava le “divinità” determinate, ponendole in relazione con i loro celebranti. Maggiori offerte, maggiori vantaggi e potere.
I Celti ad esempio come cacciatori di teste: «decapitavano frequentemente le loro vittime di guerra e offrivano i loro trofei agli dei nei templi o li conservavano nelle loro dimore come beni preziosi. Diodoro Siculo, Livio e Strabone documentano tutti tali pratiche» (M. J. Green, Dizionario di mitologia celtica, Bompiani, Milano 2003, p. 110). In tali cerimoniali, sangue e sesso costituivano gli elementi particolarmente ricercati dai totem che raffiguravano le evanescenti e crudeli entità protettive così idolatrate.
Quando i materialisti dello scorso secolo affermavano che l’uomo ha creato Dio, si riferivano proprio a questo aspetto. Ossia, al potere della mente di creare forme spirituali, le quali costituiscono come dei “vortici astrali” ai quali fanno capo le persone che le hanno determinate e sviluppate attraverso rituali a sfondo sessuale e sadico. Il sesso per attrarre, il sangue per soddisfare.
È noto che le assurdità abbondano, ove la Fede tramonta. E spiegare razionalmente l’irrazionale diventa altrettanto irrazionale. Tuttavia, proprio nella nostra epoca così tecnologicamente avanzata, questi aspetti superstiziosi più arcaici della religiosità pagana sono ritornati alla ribalta e rilanciati sotto vesti accattivanti dalla cultura “esoterica”, sempre più diffusa dai mezzi di comunicazione sociale. Anche in forme bizzarre. Quali il culto della morte.
Possiamo dire con certezza che dalle nostre parti, l’evocazione della morte è in genere ancora accompagnata da una “genuina” superstizione. Gesti scaramantici più o meno palesati. Questo perché la morte ha di per sé un che di crudele e di innaturale. Afferma il libro della Sapienza:
«Dio non ha creato la morte e non gode della rovina dei viventi. Egli ha infatti creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra. La giustizia infatti è immortale. Sì. Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto a immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono» (1,13-15; 2,23-24).

Specialmente nel Centro America, invece, la morte venerata nelle forme della «Santa Muerte». In particolare, a Ciudad Juárez e nella stessa Città del Messico, in mano alla narcomafia, dove negli ultimi anni sono scomparse misteriosamente centinaia di donne, sorgono “chiese” dedicate a questa divinità alquanto disumana. Si dice che la «Santa Muerte» sia la patrona dei narcotrafficanti. I quali la onorano con tanta devozione, per ottenere la grazia dello sterminio dei nemici.
Essa è raffigurata con uno scheletro, con la fatidica falce, rivestito come la Madonna di Guadalupe, apparsa sempre da quelle parti al povero contadino, oggi santo, Juan Diego. Stessa iconografia, stessi paramenti sacri, corone, collane, mantelli di colore diverso a seconda delle “grazie” da ottenere. Stessa lettera iniziale «M» di Mamma, Madonna, Maria (e di mafia, massoneria).
I fedeli portano questa statua in processione, convinti di ottenere vantaggi attraverso la recita del “rosario”, liturgie particolari, “offerte devozionali” davvero di tutti i tipi: teste, mani mozze, corpi martoriati, sangue degli avversari. Si dice che i narcos più “devoti” possiedano altari lussuosi nelle loro ville, ai piedi dei quali depongono con discrezione e riconoscenza i loro “doni”.
Con la punta di orgoglio tipico dell’ignoranza, questa “mania” viene fatta risalire ai popoli Maya ed Atzechi. I quali da quelle parti come si sa celebravano insieme al dio sole, una divinità complementare denominata Mictlantecutli, dominatrice del regno dei morti, il funereo ed infernale Mictlan. Sono noti peraltro i sacrifici umani offerti a tali divinità per secoli e secoli, prima di essere civilizzati dai missionari cattolici.
Comunque, malgrado gli aspetti macabri e violenti, il culto della «Santa Muerte» continua a diffondersi, rafforzando così l’idolo creato, la “sacra eggregora”. Solo in Messico, i fedeli sono più di tre milioni. Ma il numero è in via di espansione, anche perché per molti versi connesso alla cultura nichilista ed all’uso della droga.

I giovani sono le principali vittime di questa contro cultura collegata all’uso della droga. Gli allievi della pedagogia illuministico-massonica, slacciati sempre più dalle linee pedagogiche tradizionali, dall’educazione ed istruzione religiosa che invece costituiva la base delle generazioni passate, nel bene e nel male.
Oggi, senza difese spirituali, senza guide affidabili, tra famiglie dissestate e società decadente, moltitudini di giovani seguono le “mode disgreganti” sottilmente imposte dalla tecnocrazia dei media. Alla luce della moderna libertà etica e sessuale, soltanto nel 2010 in Inghilterra hanno abortito 38269 adolescenti (Avvenire, 20 maggio 2012). Considerando che ogni aborto costituisce innanzitutto un’offesa a Dio, una negatività, un’inversione del flusso naturale sempre proteso verso il pieno sviluppo della vita, si può comprendere lo spessore dell’oscura nube psichica ricopre oggi il nostro mondo, le nostre intimità.
Nuvola determinata a partire dal rinascimento, sostenuta dalle migliori menti che hanno indirizzato storia e cultura, ma che come Salomone sono state soggiogate dagli idoli “stranieri”. Da Cartesio a Newton, Nietzsche, ai “poeti maledetti”, da Breton a Jung, fino alle musiche rock ed ai mega raduni musicali a base di alcool e droghe di vario genere.
Tramontate dunque le ottimistiche utopie proclamate dai circoli rinascimentali che attendevano con entusiasmo una nuova epoca emancipata, aconfessionale e tollerante verso tutte le fedi, si delinea sempre più cosa effettivamente si celava dietro quegli ottimistici proclami: un punto di svolta, un’inversione di marcia, una sorta di “solstizio” etico e religioso. Il ritorno nel passato tenebroso ove dominavano quegli idoli soggiogati per secoli dalla Romanità. Idoli che richiedono un prezzo in cambio del fuoco prometeico che mantiene la società nell’attuale stato di progresso tecnologico condito di caos sociale, di degenerazioni sessuali e violenze dissimulate o palesi.
I vertici abissali infatti non hanno cambiato gusto rispetto ai tempi antichi. Teste mozze, sangue, sadismo sessuale. Segretamente celebrati e rafforzati da ristrette cerchie di moderni cultori, essi agiscono di nuovo sulle masse, sulle grandi quantità, generando intimi bisogni, delusioni, aggressività. Culti privati e manie collettive si addensano così sugli uomini, come una nebbia psichica, fumus satanae, quasi adombrando quel Cristo-Sole, Verità, Via, Vita che nessuna nuvola potrà mai oscurare.






domenica 3 marzo 2013

"UN ENORME PUNTO DI SVOLTA"




Avvicinandosi con i suoi discepoli a Gerusalemme, per celebrare l’ultima Pasqua del tempo antico e la prima del tempo nuovo, Gesù profetizzò l’abominio della desolazione sedersi nel “luogo santo” (Mt 24, 15) e la caduta del Tempio, come simboli premonitori della fine del mondo. Risuonavano in quei passi, nella campagna rinascente, parole incredibili a credersi: «Dio manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli» (Mt 24, 31).
I discepoli sapevano benissimo che Gesù non parlava a vuoto, tanto per dire qualcosa durante il viaggio. Ma tutto quanto diceva avveniva, in quanto parola di Dio. Eppure doveva sembrare impossibile che quel mondo che si presentava davanti ai loro occhi in tutta la sua bellezza, in quella giornata di primavera, sarebbe stato sconvolto e distrutto, Tempio compreso.
Nel maestoso Tempio che svettava su Gerusalemme, ricostruito da Erode nel 37-34, era contenuto l’inviolabile tabernacolo, il Sancta Sanctorum, nel quale era presente la Shekinah, la presenza reale del Dio vivente. In quel luogo santo per eccellenza, «entra solo il Sommo Sacerdote, una volta all’anno, e non senza sangue (non sine sanguine), che egli offre per i peccati di ignoranza suoi e del popolo», scrive san Paolo agli Ebrei (Eb 9, 7).
La distruzione del Tempio materiale avvenne puntualmente per opera delle truppe di Tito, nel 70 d. C. Sulle macerie di quel luogo, i Romani issarono una figura dell’abominio della desolazione, la statua dell’idolo Giove Capitolino. Il quale, scrive Macrobio (Saturnalia 1, 17-23), come tutti gli dei del paganesimo era espressione, sotto nomi di diversi di un’unica divinità, il Sole. Macrobio fornisce una lista significativa, peraltro non esaustiva perché priva di Mitra, di divinità correlate al Sole: Apollo, Liber Pater, Marte, Mercurio (Hermes), Esculapio, Ercole, Serapide, Adone, Osiride, Horus, Pan (Inuus), Saturno, Giove, l’Adad degli assiri.
L’evangelista Matteo lascia intendere che fine di Gerusalemme costituisce la punizione divina per il rifiuto di Gesù e degli apostoli da parte degli Ebrei (Mt 23, 36-38). Giuseppe Flavio, che dedicò alla conquista e distruzione del Tempio da parte dei Romani l’opera De Bello Judaico, confermò tale indicazione: «A mio avviso, Dio si allontanò dalla nostra città e giudicando che il Tempio non era più una residenza pura, incitò contro di noi i Romani e lanciò sulla città la fiamma purificatrice, infliggendo la servitù ai suoi abitanti, alle loro donne ed ai loro bambini, per renderci più saggi attraverso queste calamità».
La storia sacra insegna che ogni qualvolta gli Israeliti si allontanavano da Dio subivano sistematicamente sconfitte, invasioni, deportazioni. Questo si è ripetuto dai tempi di Noè, fino ai nostri giorni. La fede in Dio è infatti garanzia di protezione, sviluppo, benessere individuale e collettivo. Ma se la fede vacilla, le mura crollano, il livello delle acque si innalza, l’anomia corrompe l’ordine interno che discende dall'Onnipotente. Il tempio va in rovina, perché Dio si ritira e lo abbandona alle sorti del mondo.
Quando Cristo venne accusato di scacciare i demoni in nome di Beelzebul, principe dei demoni, anch’esso espressione pagana della divinità solare, rispose che un regno diviso in se stesso cade in desolazione: «Omne regnum divisus contra se desolatur, et omins civitas vel domus divisa contra se non stabit» (Mt 12, 25). Ben sapeva infatti Gesù che la tattica del maligno per dominare sugli uomini è proprio quella del divide et impera, scindere l’unità, raccolta dall’Amore, in parti che, se unite, lo sconfiggerebbero rapidamente.
Con questa stessa logica, il fumus satanae è penetrato nella Chiesa, producendo in essa una manifesta divisione, a partire dal Vaticano II. Il Concilio che segnò un punto di svolta epocale all’interno del corpo ecclesiale. Lo stesso Ratzinger lo dichiarò in un ciclo di conferenze radiofoniche nel 1969: «Siamo a un enorme punto di svolta nell’evoluzione del genere umano. Un momento rispetto al quale il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni sembra quasi insignificante …la Chiesa non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli perderà anche gran parte dei privilegi sociali» (http://www.segnideitempi.org/la-profezia-dimenticata-di-ratzinger-sul-futuro-della-chiesa/chiesa/la-profezia-dimenticata-di-ratzinger-sul-futuro-della-chiesa/).
Dopo il 1960, all’interno del corpo mistico di Cristo, si sono consolidate due tendenze assai difficilmente conciliabili, alle quali corrispondono due gruppi opposti di fedeli, quelli legati alla Tradizione ed i sostenitori della modernizzazione ecclesiale. Nel frattempo, la Chiesa ha perso credibilità, prima ancora che privilegi. La società riflette questa crisi di fede religiosa nel segno della corruzione, violenza, confusione registrate nelle cronache quotidiane. Ed «a causa del dilagare dell’iniquità», l’amore di molti si sta raffreddando (Mt 24, 12).
Per tale ragione, forse, il Santo Padre ha sconvolto una prassi millenaria, rassegnando irrevocabili dimissioni dal soglio pontificio, divenendo così il primo Papa emerito. Questo suo gesto è interpretabile come un “divorzio” (consensuale) dall’eletta Sposa, che è una sola cosa con Cristo. Divorzio segnato dalle stesse raccomandazioni sussurrate ai figli da genitori che dolorosamente si separano e si preoccupano di rassicurarli che comunque continueranno ad amarli e ad operare meglio per loro.
Analogamente, il Papa, “divorziato” dal suo ruolo, ha cercato di rassicurare i fedeli promettendo (se ce ne fosse bisogno) che continuerà a pregare per la Chiesa. Lo farà persino meglio, finalmente libero di concentrarsi nei suoi diletti studi, nel proficuo ora et labora che ha segnato e segna la vita di santi monaci ed eremiti.
Un Pontefice che a differenza dei suoi illustri Predecessori, altrettanto travagliati e perseguitati, spesso martirizzati, abbandona il mandato divino, segna davvero un “enorme punto dio svolta” non privo di risvolti escatologici. Difatti, questo gesto del tutto inconsueto e “moderno”, annunciato nell’anno della Fede proprio dal Papa che lo ha indetto, deve gradevolmente risuonare nei fondi dei pestilenziali abissi, ove è relegato «colui che seduce tutta la terra» (Ap 12, 9), il fatidico mysterium iniquitatis.
Spiegava l’Apostolo alla comunità dei Tessalonicesi che il mysterium iniquitatis era già in atto. Tuttavia, la sua piena manifestazione sarebbe avvenuta solo in seguito alla caduta del katecon, l’ostacolo che lo trattiene (tantum qui tenet). Prima di questo, dovrà avvenire l’apostasia. Ossia, la rottura, l’abbandono: nisi venerit discessio primum (2 Tess 2, 7). La parola “apostasia” è tradotta in latino con il termine discessio, che significa allontanamento, separazione, divorzio.
Per San Tommaso, ciò che trattiene l’anticristo, e che costituisce come una barriera di fronte al male, è l’unione e la sottomissione alla Chiesa Romana, sede e centro della fede cattolica e apostolica. Fino a quando la società rimarrà sottomessa all’impero spirituale romano, trasformazione dell’antico impero temporale, l’anticristo non potrà comparire: «Qui tenet, scilicet, romanum imperium, teneat illud donec ipsum fiat de medio. Quia medium est dum universiscircumquaque imperat, quibus ab ipso recedentibus, de medio anferetur, et tunc ille iniquus opportuno sibi tempore revelabitur»  (S. Thomas, Opusc. LXVIII, De Antichrist.).
Il Vicario di Cristo in terra, con le sue schiere di sacerdoti, religiosi, consacrati, christifideles ha tenuto saldamente nei secoli la “grande catena”, catenam magnam, (Ap 20) che trattiene l’anticristo. Il quale, fino a quando il Custode dell’ortodossia e della Tradizione Apostolica sarà ascoltato ed obbedito dalle sue milizie, non potrà fuoriuscire dagli abissi che lo contengono. Al contrario, il disordine fra le schiere dei religiosi, la disunione della base con il Vertice, la lotta interna delle fazioni segnerà l’allentamento della presa, l’apertura dell’abisso, la liberazione (in ogni caso transitoria) del maligno: solvetur satanas de carcere suo (Ap 20, 7).
Il sole divino, la luce vera che illumina ogni uomo (Gv 1, 9), oscurata nel cuore di molti fedeli emancipati ed adulti, inconsapevoli della loro presunzione. La Chiesa tradizionale, gerarchica e militante, eclissata e surclassata da quella moderna, democraticamente aperta verso un mondo che di principio la rifiuta. L’antica Liturgia stravolta e combattuta da quella imposta dal Vaticano II. Gerarchie ecclesiastiche implicate in scandali mondani, cadute sotto i colpi di coda del “drago rosso”, cauda eius trahit tertiam partem stellarum cieli et misit eas in terra (Ap 12, 4). Un Papa, come una nuova “star mediatica”, accerchiato da moltitudini di credenti a “modo loro” gestiti da giornali laicisti, incalzato da lupi più avvezzi ad usare la lingua che i denti, che abbandona il suo divino mandato.
Tutte queste rovine, nonché il “piccolo gregge” rimastogli fedele ed obbediente nei tempi più oscuri, vedeva il Signore in quel radioso giorno di primavera, avvicinandosi con i discepoli a Gerusalemme per offrire la sua vita al Padre. Segnando con il suo divino sacrificio la perfetta unità fra Dio e la Chiesa Romana: la Roccia contro la quale «portae inferi non prevalebunt» (Mt 16, 18).



venerdì 25 gennaio 2013

L’ALTRA FACCIA DEL SOLE*




      
Sin dagli albori la cultura tradizionale ha associato al sole significati sacri e trascendenti. Pertanto, uno dei primissimi culti sorti all’interno delle comunità primordiali, insieme a quello della “terra madre”, è quello solare, come testimoniano d’altronde reperti archeologici situati in ogni parte del mondo.
Anche in Italia nei pressi di Sellero, in Val Camonica, sono state ritrovate antichissime incisioni rupestri e petroglifi riconducibili alla religiosità solare e runica. Uno in particolare, denominato per la sua forma rosa camuna, verrà ripreso millenni dopo in ambito indo-europeo quale ruota solare, in lingua sanscrita denominata Svastikà ossia “portatore di salute”, che sarebbe divenuta tristemente famosa perché associata alla Hakenkreuz, croce uncinata, e alla mitologia iperborea di Thule che avrebbe ispirato le malefiche trame naziste.
Altro simbolo solare, meno famoso, ma altrettanto importante è quello del punto cerchiato, ⨀, divenuto anche segno dell’oro, che gli antichi Egizi associavano al sole. Sempre in questo ambito, tale emblema rappresentava l’energia creativa della divinità solare (maschile) Atum Ra posta nel cerchio del mondo (femminile). La celebrazione delle sacre ierogamie fra cielo e terra, costituiva il senso intimo della religiosità, della magia e della politica vigenti nell’antico Egitto, che davano forma all’omologia fra il culto del sole e il culto del faraone, re-pontefice, considerato sulla terra come il dio sole nel cielo. 
In tale ambito il significato simbolico del sole è posto in relazione a uno spirito “legione” denominato in vari modi, presunto “portatore di luce” non solo naturale, ma soprattutto psichica. A questa sedicente fonte di luce spirituale e di forza sessuale si riferivano, oltre i sacerdoti egizi, anche quelli caldei, babilonesi, nelle celebrazioni rituali e iniziatiche attraverso le quali intendevano esaltare la figura del sole al fine di propiziare, insieme al buon esito dei raccolti agricoli, anche quello delle guerre territoriali e delle politiche di espansione.
Poiché il punto cerchiato simboleggiava anche il percorso metaforico della terra intorno al sole, esso veniva utilizzato dai pitagorici per esprimere esotericamente la dottrina eliocentrica, velandone così il significato intimo ai profani. D’altra parte, l’uso del doppio linguaggio, uno esoterico interno e segreto, l’altro essoterico e pubblico, fu la prassi iniziatica che i pitagorici attinsero direttamente dalla tradizione sacerdotale egizia a tutela della propria esistenza e proliferazione.
È risaputo peraltro che i pitagorici credevano nel modello eliocentrico e nel “fuoco” centrale per ragioni segrete che venivano gelosamente custodite all’interno della setta, attraverso un inviolabile segreto iniziatico. Per quale motivo? In genere si nasconde l’illecito, non il lecito. Di conseguenza, più inviolabile è il segreto, più inconfessabile è l’illecito. I pitagorici dunque nascondevano le vere ragioni delle loro credenze perché queste dovevano avere un risvolto proibito, lasciando invece filtrare all’esterno a loro vantaggio solo aspetti marginali e suggestivi della dottrina.
Quando approdarono sulle sponde italiche diversi secoli prima di Cristo, questi singolari filosofi svilupparono, all’interno della loro Schola iniziatica, aspetti magici e rituali oltre alla geometria e alla numerologia. Aristotele nel De caelo critica i pitagorici perché non conformavano ragionamenti e spiegazioni ai fenomeni naturali, ma piegavano i fenomeni ad argomentazioni personali, tentando di organizzarle in un tutto ordinato. Stessa critica che Tycho Brahe rivolgerà molti secoli dopo alla dottrina eliocentrica, che non parte dalla realtà visibile, ma piega quest’ultima al modello teorico con cui s’intende rappresentarla. Il famoso “far violenza ai sensi” galileiano.
Gli antichi romani ritenevano che dall’attività solare dipendesse l’andamento della natura e lo sviluppo della vita, nonché il benessere psico-fisico degli esseri viventi. Reputavano che tale attività fosse legata in modo particolare ai cicli periodici definiti dai solstizi e dagli equinozi, giorni nei quali «i due mondi [fisico e psichico] sono molto vicini. Momenti di pericoli e di opportunità; momenti da vivere con particolare sensibilità ed esuberanza» (Heimberg, p. 22). Per tale ragione, crearono due dee protettrici, Diva Angerona e Mater Matuta, credendo così di riuscire a limitare i rischi derivanti dal compiersi dei cosiddetti “punti di svolta del sole”.
A questa oscura forma di religiosità solare di matrice indoeuropea facevano riferimento gli esoteristi rinascimentali e i cultori della prisca sapientia, che caldeggiarono la rivoluzione copernicana e il ruolo centrale del sole. Lo fecero non tanto per motivi astronomici, ma soprattutto perché l’eliocentrismo trasmetteva al suo interno, come un “cavallo di Troia”, la dottrina ermetica collegata al culto pitagorico del “fuoco centrale” e della magia sessuale caldeggiata da Giordano Bruno.
Se pertanto l’eliocentrismo rappresentasse esclusivamente una teoria scientifica, più che una vera e propria weltanschauung, o visione del mondo, non avrebbe senso una critica che ne investisse altri aspetti, semplicemente perché questi non esisterebbero. A differenza di altre teorie scientifiche, però, quella eliocentrica possiede un “che” di estraneo alla scienza stessa che ne ha sviluppato e legittimato l’aspetto razionale. Un “che” riconducibile alla sfera ctonia e infera, propria delle religioni misteriche, praticamente ignorato dalla maggioranza delle persone.
All’interno di questa variegata e complessa misteriosofia solare si riallaccia a nostro avviso l’ambigua dottrina eliocentrica, che s’impose nel tardo Rinascimento, nonostante l’assenza di prove plausibili che ne giustificassero l’adozione. Queste vennero determinate in seguito. E non furono certo quelle portate da Galilei, che su questo tema collezionò una serie di colossali errori. Come quello delle maree, dei venti alisei, e quello ancor più grossolano del non aver riconosciuto nelle leggi di Keplero la dimostrazione geometrica, ma non fisica, del modello eliocentrico, nonché la via maestra che lo avrebbe messo in grado di “funzionare” bene dal punto di vista teorico.
Del resto, malgrado cinque secoli di progresso scientifico, sull'argomento regna ancora molta confusione. Una recente statistica ministeriale ha dimostrato la difficoltà di circa il 65 % degli studenti di fronte alla fatidica domanda: «È la terra a muoversi o il sole?». Ma non solo studenti sprovveduti. Non poche persone di varia estrazione infatti optano per la quiete della terra. Circa il 30 % dei francesi ad esempio pensano sia il sole a ruotare intorno alla terra (Lévy-Leblond, p. 157).
Ai nostri giorni si rilevano significative tracce della “contro-tradizione” solare nelle politiche imperialistiche tese alla determinazione di un “nuovo ordine mondiale” e di una nuova forma di religiosità sincretistica, umanitaria e aconfessionale. Tentativo testimoniato dalle varie simbologie iniziatiche a base di piramidi, stelle a cinque punte, obelischi, colonne, gufi e “rose” di vario genere presenti un po’ dappertutto.
L’obelisco prelevato ad Alessandria d’Egitto e impiantato a New York, ad esempio, insieme a uno gemello posto a Londra, come due colonne del tempio massonico mondiale, provengono da Heliopolis, la città faraonica del sole. Anche la famosa statua della libertà americana sembra costituire nelle forme, nella disposizione, nei sette raggi che s’irradiano dalla corona, la versione femminile del Colosso di Rodi, che rappresentava il dio solare Helios, versione ellenica dell’egizio Horus, omonimi e omofoni, secondo l’accezione dell’esoterista Fulcanelli, di Heros.
Si propone dunque in queste pagine la lettura di alcuni punti di vista insoliti, che investono da varie angolature la figura del sole e l’ipotesi eliocentrica in ordine al diffondersi dell’agnosticismo e della cultura esoterica nell’ambito moderno.
Vogliamo inoltre ribadire, dopo i puntuali e più ampi chiarimenti da parte di esperti studiosi, che è infondato il declamato cliché illuministico della persecuzione della Chiesa nei confronti di Galilei, colpevole di aver affermato che è la terra a ruotare intorno al sole. Leggenda tuttavia senza fondamento.
La Chiesa infatti non teme in alcun modo le teorie scientifiche, ma le combatte duramente, nel caso in cui si pretendesse di farle assurgere a verità indubitabili e assolute. Come reclamava Galilei circa il modello eliocentrico, contro l'atteggiamento prudente e “probabilistico”, scientificamente moderno, del cardinale Bellarmino che lo considerava come ipotesi possibile, ma non come “sistema” certo e reale.

*Dalla “Premessa” del libro: “L’altra faccia del Sole”, Armando Editore, Roma 2013.


domenica 6 gennaio 2013

LA MELA DI NEWTON E SAN TOMMASO



In fondo, Einstein dà ragione a san Tommaso ed agli scolastici, quando afferma che è la struttura geometrica dello spazio-tempo a determinare la caduta dei corpi verso il basso, non certo la misteriosa forza di attrazione gravitazionale newtoniana.
Difatti, al giorno d’oggi, l’idea di gravità come la intendeva Newton è da tempo tramontata. Erik Verlinde è tra gli attuali più qualificati assertori della non esistenza della gravità. Egli ha avanzato in proposito una nuova ipotesi, forse ancora più oscura della criticata forza di attrazione gravitazionale.
Sarebbe la fantomatica dark energy, energia oscura, la causa dell’unità dell’universo, il fattore che trattiene le galassie dall’allontanarsi l’una dall’altra. L’”energia oscura”, insieme alla “materia oscura” sono entità delle quali non è mai stata (e mai verrà) provata in modo certo l’esistenza. Esse rappresenterebbero il 96% dell’universo (23% di materia oscura ed il 73% di energia oscura). In rapporto a queste due quantità fantasma, tutta la realtà percepita: terra, pianeti, sole, stelle, ecc, costituirebbe il restante 4% dell’universo fisico.
Queste nuove ipotesi sono state introdotte, come spesso accade nella scienza, per salvaguardare il quadro classico dell’universo, sviluppatosi sulla base della fisica pitagorico-newtoniana. Ed è probabile che ulteriori “fantasie razionali”, confortate da un potente retroterra formalistico, si renderanno necessarie per preservare le acquisizioni fondamentali della scienza moderna, proseguendo così secondo gli indirizzi originari.
Il fenomeno della gravitazione ovviamente è rimasto lo stesso durante il corso del tempo. Le mele cadono sempre nello stesso modo. Quello che è mutato è la sua interpretazione. In genere si irridono le spiegazioni aristoteliche riguardo alla caduta dei corpi. Ma non è che la fisica moderna sia riuscita a chiarire le idee in proposito, anzi.
I fisici dovrebbero ammettere che al di là delle loro complicatissime elaborazioni teoriche neanche loro sanno spiegare cosa sia la “gravità”. Formule, diagrammi, “gravitoni”, “stringhe” …, costituiscono come un antidoto per coprire l’ignoranza di fondo che accompagna da sempre questo fenomeno.
Con queste ipotesi scientifiche non certo alla portata di tutti, i fisici sono riusciti tuttavia a “monopolizzare” ed “esoterizzare” lo studio della natura. Solo cerchie di specialisti sono in grado di orientarsi in settori sempre più complicati della scienza, peraltro in continua evoluzione. Gli altri si devono fidare della loro autorità derivante dal peso delle loro lauree, specializzazioni, master, premi ecc.
Ogni epoca d’altronde interpreta il mondo mediante gli indirizzi dettati dalla cultura dominante, fidandosi necessariamente di “qualcuno”. Noi “moderni” ci fidiamo degli scienziati e della loro scienza acquisita nelle più prestigiose università e laboratori di ricerca. Gli antichi greci si fidavano dei filosofi i quali utilizzavano il rigore della logica sulla base dei principi primi della metafisica. La certezza della realtà percepita, il principio di non contraddizione, ecc.
I medievali si fidavano dei teologi e della sapienza divina ad essi infusa, il lumen gloriae, in rapporto alla santità di vita. La nostra dottrina insegna infatti che in seguito al peccato originale, l’uomo ha perduto la vera conoscenza, pertanto la sua ragione è come adombrata dalla macchia originaria. Solo un intenso e sincero legame con Dio, può ricondurre l’uomo, per quanto possibile, alla conoscenza del mondo, secondo l’ottica di Dio e non dell’uomo. Anche se come diceva sant’Agostino il rapporto è sempre quello del bicchierino rispetto al mare.
Nel Rinascimento, con il tramonto della metafisica, alla figura del “santo” sapiente conoscitore ed amministratore dei segreti naturali subentrò quella del mago-scienziato, il filosofo della natura, che a sua volta ha lasciato il posto a quella dello scienziato, così come lo intendiamo al giorno d’oggi.
L’uomo ha dunque cercato di conoscere la realtà sulla base della ragione induttiva, proiettando quest’ultima sulla realtà, in senso kantiano. Ribaltando l’ordine classico dei termini della conoscenza. La natura ha così fornito le risposte che la ragione umana si aspettava di ricevere, quasi imponendole il modello precostituito nel quale rientrare. 
Eppure, l’immagine cosmologica degli Scolastici funzionava alquanto bene, perché rifletteva il mondo così come è, nascendo dal mondo stesso. La loro osservazione dei fenomeni rispettava il contesto generale nel quale questi si svolgevano, senza astrarli cioè dalla dimensione concreta.
La cosmologia scolastica spiega la caduta di un corpo verso il suolo in senso quasi “geometrico”, come passaggio da luogo a luogo, da spazio a spazio, i solidi verso il basso ed i gas verso l’alto. Il mondo reale stratificato in quattro “spazi” sovrapposti, dal più denso al meno denso. Tutto questo in ordine alla realizzazione di un fine, presente anche negli enti inanimati. La natura di un corpo viene perciò assimilata allo scopo che esso deve realizzare in funzione della propria essenza.
San Tommaso afferma bene che una Causa primaria e finale sospinge il mondo. Il quale infatti «tende al bene, perché è attratto dal bene assoluto, dal bene in sé» (S. T. q. 103, 2). Questa causa è Dio, il Bene assoluto, che attrae a sé il mondo e lo governa, essendo «il fine di tutte le cose, come ne è anche il creatore: tutte le cose sono perciò soggette al governo, alla provvidenza divina» (S. T. q. 103, 5). L’exitus ed il reditus universalis, in quanto Dio è l’alfa e l’omega di tutto.
L’universo alla luce di questa spinta finalistica, ten­de a svilupparsi in forme sempre più alte e perfette, dalle sostanze inorganiche a quelle organiche e all’anima umana. Dal denso al meno denso. Fino alle forme insensibili, le intelligenze angeliche, superiori alle forme materiali ed a quelle composte da materia e spirito. La materia sottoposta allo spirito.
Vengono così classificati quattro tipi di movimenti: quello relativo alla sostanza: generazione e corruzione. Quello relativo alla qualità: mutamento o alterazione. Il movimento relativo alla quantità: aumentare o diminuire. Il movimento locale: lo spostamento da luogo a luogo.
Rientra in quest’ultima tipologia il movimento circolare tipico dei corpi celesti, allora considerati composti da sostanze ingenerate ed incorruttibili. Il moto circolare era infatti reputato tipico dell’etere, la famosa quintessenza aristotelica, che mantiene il movimento periodico e regolare dei corpi celesti, “perfetti ed immutabili”.
In effetti, quello circolare è l’unico moto che si mantiene nell’universo. I pianeti ruotano continuamente lungo le proprie orbite, con accelerazione costante. Una “causa” continua, che non corrisponde di certo alla “forza di gravità”, provoca gli effetti di accelerazione e decelerazione, facendoli procedere e regredire regolarmente lungo orbite prestabilite.
I fisici moderni come dicevamo ritengono che, come deus ex machina, siano la materia e l’energia “oscure” a celarsi dietro i misteri dell’universo in espansione, camuffando così dietro raffinatissimi schermi intellettivi il profondo buio di una conoscenza incerta, caparbiamente slacciata da ogni riferimento con la “trascendenza”. Infatti, formule e diagrammi a parte, non è che fisici e astronomi siano andati molto più avanti nella conoscenza dell’universo di quanto lo fossero i teologi medievali.
È anche bene sottolineare che nei Principia di Newton si legge che: «Ciascun corpo persevera nel proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, salvo che sia costretto a mutare quello stato da forze impresse». Invece, nell’universo fisico, e non mentale, sono pianeti e stelle a perseverare nei loro moti di rotazione e rivoluzione. Del resto nell’universo concreto, curvilineo, eterogeneo ed anisotropo, i moti rettilinei non possono che essere parziali e transitori.
In questo sdoppiamento tra realtà percepita e realtà razionalizzata avanza senza tregua la ricerca scientifica, cercando di perfezionare sempre più le sue teorie, perdendo sempre più di vista la realtà. Si guarda infatti uno “spettacolo” che si presenta continuamente davanti agli occhi e ci si concentra sulle elaborazioni mentali nel quale tale “spettacolo” viene trasformato in formule matematiche e tecniche di un linguaggio descrittivo.
Tutte queste supposizioni continuano ad ergersi una sull’altra, come un castello di carte, mentre la misteriosa “energia”, la tanto vituperata “Causa prima” dei medievali (che come sempre fa cadere le mele, ruotare i corpi celesti, trasformare le sostanze, dare vita e morte, inizio e termine ad ogni cosa e fenomeno), continua ad essere del tutto sconosciuta alla scienza che se ne interessa, ignorando del tutto l’esistenza e la presenza nel mondo del Dio creatore e trascendente.
Gli scienziati moderni infatti continuano a seguire le linee dell’orgoglio intellettuale e dell’amor proprio tracciate dal fin troppo esaltato, al tempo stesso mago e filosofo della natura, Sir Isaac Newton. Per mantenere in piedi il castello di carte della teoria della gravità essi furono costretti ad introdurre nella cosmologia i concetti di universo omogeneo ed isotropo, senza che vi fosse una base osservativa come fondamento.
La base osservativa dimostrava invece che l’universo nato dal big bang anziché di rallentare la sua espansione in virtù della forza gravitazionale, la accelerava. Ecco quindi la necessità di estrarre dal cappello l’idea di una dark energy, energia oscura, misteriosa ed invisibile, in grado di vincere la cosiddetta forza di gravità accelerando così l’espansione dell’universo.
Difficilmente i nostri scienziati riconosceranno di essersi inoltrati in un deserto sempre più arido e senza fondo. Questi moderni “preti della natura”, secondo un’espressione di Boyle, pur senza riconoscerlo, e probabilmente ignorandolo, continuano ad offrire le loro migliori energie mentali al dio kosmokrator, il demiurgo pitagorico, gelido ed inflessibile, del tutto indifferente verso i destini e le vicende umane. Il quale, anche grazie a teorie scientifiche sempre più astratte e fuori dal mondo immediatamente percepibile, si “nutre” e si consolida nelle menti di tutti noi, indotti a seguire in buona fede le indicazioni di questa nuova religione che evolve senza meta e senza fine. Follemente innamorata di se stessa, più che della verità.


venerdì 9 novembre 2012

IL "DOLORE" DI NEWTON





Gli scienziati, in genere così immersi nello studio di questa dimensione, spesso tralasciano di occuparsi e credere nell’altra. Che tuttavia si manifesterà in modo tangibile anche a loro, trovandoli forse impreparati ad accoglierla.

Sembra che questa evenienza accadde proprio ad Isaac Newton, nel momento in cui stavano per aprirsi le porte del Regno soprannaturale. Pare infatti che il grande scienziato provasse una sorte di terrore irrefrenabile di fronte all’avvicinarsi di “sora morte corporale”.

Riferisce in proposito W. Rankin che negli ultimi momenti di vita: «Il dolore di Newton salì a tale livello che, con meraviglia dei presenti, il letto sotto di lui e la stanza stessa furono scossi dai suoi spasimi; tale fu la lotta che la sua grande anima sostenne nel lasciare il suo involucro terreno», («Newton – Per cominciare», Feltrinelli, Milano 1996, p. 162).

Questa testimonianza, se vera, corrisponde a quanto riferì in proposito san Giovanni Crisostomo: «Accade che molti moribondi siano uditi raccontare orrori e spaventose visioni la cui vista è loro insopportabile, spesso scuotono il letto con violenza e fissano con paura gli astanti, mentre l’anima si rintana nel corpo dal quale si rifiuta di essere strappata, incapace di sopportare la vista degli angeli che si fanno incontro. Se siamo terrorizzati quando vediamo un uomo dall’aspetto spaventoso, che cosa non soffriremo quando vedremo tra i nostri visitatori angeli in atteggiamento minaccioso e potenze dall’aspetto severo, mentre l’anima verrà strappata dal corpo e trascinata via emettendo alti e vani lamenti?» (Omelia 53 su san Matteo).

Il terrore della morte accomuna un po’ tutti i comuni mortali. Tranne i santi, i quali muoiono beatamente ricevendo già un assaggio della ricompensa per l’attaccamento alla fede dimostrato in vita. Persino sotto le più orribili torture i santi dimostrano una serena felicità attendendo con crescente gioia il momento del definitivo trapasso. La loro anima gode infatti della presenza spirituale di Gesù e di Maria specialmente nel momento cruciale del trapasso. Prima cioè di venire accolta dagli angeli e portata direttamente dinnanzi al trono di quel Dio nel quale hanno creduto e pur senza vederlo sensibilmente hanno servito e testimoniato con amorevole dedizione.

È nota peraltro l’avversione di Newton verso le forme del cattolicesimo tradizionale. Molti scrivono che egli fosse uno scienziato credente in Dio. Ma non certo nel Dio cristiano. La sua professione di fede era ariana e panteista. Non credeva nella divinità di Cristo. Nel 1669, rifiutò di emettere i voti religiosi necessari per cominciare la carriera accademica, che intraprese lo stesso grazie ad una dispensa personale del Re Carlo II.

Ritenendo infatti che un momento cruciale della corruzione di una presunta religione vera ed originale, rivelata direttamente da Dio a Noè, fosse il Concilio di Nicea, del IV secolo, scrisse tra l’altro in una delle sue pagine esegetiche che «Nulla, tranne la Chiesa di Dio, può essere una cortigiana e commettere adulterio» (I. Newton, Trattato sull’Apocalisse, Boringhieri, Torino 1994, p. 221).

Egli alludeva così implicitamente all’esistenza di una chiesa “pura”, non corrispondente a quella cristiana, alla quale egli forse apparteneva e per la quale militava. Sempre secondo Rankin (cit. p. 116), Newton riteneva infatti che la vera religione fosse quella di indole solare praticata delle vestali.

Nel tempio di Vesta costruito a immagine del sistema solare si adorava il dio della natura, rappresentato da un fuoco centrale perennemente acceso e circondato da sette lampade, così come il sole è circondato da sette pianeti. Egli dunque appoggiò e sviluppò l’eliocentrismo perché era il simbolo della sua fede naturalistica prima ancora che un elemento di ragione.

Di conseguenza, come molti illustri personaggi che popolarono il settecento inglese ingrossando le fila della nascente massoneria che riportava all’interno della società le antiche tradizioni egizie e druidiche, egli associava la Chiesa Cattolica alla “bestia” dell’Apocalisse e riteneva che il Papa impersonasse l’anticristo.

Coerente con queste posizioni, in uno degli ultimi momenti di lucidità, Newton dichiarò alla nipote la sua volontà di non ricevere i sacramenti degli agonizzanti e la benedizione “in articulo mortis”, affrontando così in totale solitudine e tormento spirituale l’ingresso in quello spazio ed in quel tempo assoluti che egli aveva allontanato dalla realtà e svuotato di contenuti spirituali, idealizzandoli matematicamente come ipotesi astratte.

L’illustre anima in quel travagliato momento forse vide risalire nella propria coscienza le ventotto anime di quelle persone che mandò alla forca, adempiendo fin troppo zelantemente l’incarico di direttore della Zecca Reale. Tra le quali una sorta di scomodo rivale esperto in coniatura, William Chaloner, condannato a morte, perché sembra avesse osato accusare lo stesso Newton ed altri alti dirigenti delle contraffazioni e dei crimini contro il conio di cui egli veniva incolpato.

Può tuttavia anche darsi che lo scienziato si ritrovasse di fronte alla personificazione di quello “spirito sottile” con il quale per lunghi anni aveva interagito più o meno inconsapevolmente manipolando gli elementi alchemici. Gli alchimisti infatti trattando la materia attraverso fusioni, condensazioni e distillazioni successive credono di influire su uno “spirito eterico”, una sorta di “super energia”, a loro avviso presente anche nei metalli più solidi e da questi “estraibile”. In questo senso, come ha affermato Mircea Eliade (cfr. «Cosmologia ed alchimia babilonesi», Sansoni 1992), l’alchimia non consiste in una scienza empirica, né in pre-chimica, ma in una tecnica mistica, di carattere pseudo soteriologico.

Siffatti interessi extra scientifici assorbirono in modo considerevole la vita di Newton nel delicato momento storico che segnava il passaggio da un secolo all’altro, dall’era cristiana a quella massonica, dal cosmo armonico all’universo amorfo, dalle distinzioni logiche alle simpatie e corrispondenze universali.

Questo aspetto, come abbiamo più volte riferito, costituisce una sorta di tabù della vita di Newton. È infatti poco conveniente ammettere che un personaggio al quale si deve la strutturazione della scienza moderna, responsabile anche di gran parte della nostra forma mentis, chiusi i quaderni scientifici, aprisse quelli relativi alle scienze occulte, riempiendoli di quasi un milione di parole, che scandalizzarono quanti ne presero visione. E che difatti sono ancora tenute sotto chiave, in parte a Cambridge, in parte a Gerusalemme.

In questi quaderni, forse, si trova scritto qualcosa in più su quell’energia universale, lo “spirito sottilissimo” tanto caro a Newton ed agli alchimisti di tutti i tempi ai quali, come riporta P. Arnold nel classico testo «Storia dei rosacroce» (Bompiani, 1994, p. 76), si deve la nascita della scienza moderna. Questa “entità energetica” viene ricondotta dalla teosofa Blavatsky, nel libro «Dottrina segreta», ad un “personaggio” tristemente noto: «Satana (o Lucifero) [il quale] rappresenta l’Energia attiva dell’Universo … Egli è il fuoco, la Luce, la Vita … Satana è il Dio, il solo Dio del nostro pianeta» (p. 400).

 Questa “energia universale” tanto ricercata dagli alchimisti rinascimentali sembra essersi come materializzata al giorno d’oggi, al punto da sostituirsi a Dio. La dimensione tecnologica ha infatti costruito come un paradiso in terra nel quale, ogni esigenza o aspettativa concreta sembra trovare risposta, eliminando ogni rimando all’altra dimensione.

Oggi tutto dipende dall’energia sfruttabile, la quale mette in moto la nostra vita quotidiana e dalla quale tutti dipendiamo. Senza questa energia, sorta di “motore immobile” moderno, tutti noi saremmo persi, immersi in un buio naturale, in un’immobilità, in un isolamento ai quali non siamo più abituati ed ai quali difficilmente ci abitueremmo. Quest’energia alimenta la nostra vita e senza di essa tutto si fermerebbe riportandoci indietro di centinaia di anni.

Eppure proprio in questa condizione di restrizione e difficoltà estrema, ognuno avrebbe forse modo di riprendere quel contatto con il proprio sé, trascurato ed occultato dalle gratificazioni della tecnica e dalle manipolazioni psicologiche di massa che attraverso essa sono messe in atto, anche attraverso l’ideologia che si maschera dietro le più importanti teorie scientifiche diligentemente apprese durante gli anni di formazione scolastica.

La scienza dell’immanenza infatti attraverso i suoi rigidi protocolli non fa che innalzare impervie barricate contro la dimensione insensibile, allontanandola sempre più dall’indagine della ragione. Così, le nostre menti, costrette nelle gabbie dell’immanenza, distratte dalle gratificazioni della tecnica, dalle polemiche della politica e dai drammi della cronaca, non riescono a cogliere la consistenza della realtà ultraterrena. Realtà più che certa e più che concreta, che ogni persona sperimenterà definitivamente, dopo quel fatidico momento che la fede in Cristo induce ad attendere con viva speranza, senza alcun timore.