giovedì 11 luglio 2013

FRANCESCANESIMO E MASSONERIA






Tra i santi apprezzati dalla massoneria, oltre a S. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista, festeggiati dalla liturgia cattolica in prossimità dei solstizi estivo ed invernale, segue san Francesco, il poverello di Assisi, il santo che arso dall’amore di Cristo ricevette le stimmate della Passione, la cui festa è celebrata il 4 ottobre. Illustri massoni affermano addirittura l’esistenza di una certa affinità nelle opere e nelle intenzioni di questo Santo con i principi e le finalità perseguite dalla variegata e sfuggente corporazione, fondata come è noto sui principi di libertà, uguaglianza, fraternità. Corporazione iniziatica che postula la formazione dell’individuo su linee laiche, estranee a quelle dogmatiche e gerarchiche proprie del cattolicesimo, utilizza giuramenti di segretezza e che si è posta su posizioni decisamente anticlericali, fin dal suo esordio ufficiale, nel 1717, a Londra. Con il passare del tempo, la massoneria ha tuttavia cambiato atteggiamento nei confronti della Chiesa Romana. Non più scontri diretti e polemiche controproducenti, ma ricerca di eventuali zone di contatto all’interno delle quali elaborare possibili interazioni. Una di queste riguarda il rapporto della Libera Muratoria con il Francescanesimo: «Ordine che non si limitò a predicare ma concretamente visse i principi della fratellanza, della solidarietà, della Libertà nella ricerca … e concretamente visse altresì l’esperienza, audace e storicamente mancata, della ordinazione non canonica dei laici, cioè di una “iniziazione” non filtrata dai poteri della Curia Romana»[1].

SAN FRANCESCO, PERFETTO MURATORE?
La stima che la Framassoneria nutre per il Santo d’Assisi si è riversata, come di riflesso, anche su Papa Francesco, al quale il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, in occasione della sua elezione al soglio Pontificio, ha rivolto un positivo augurio pubblicato sul sito ufficiale del GOI. Infatti, senza esimersi dall’indicare la via che il Santo Padre avrebbe dovuto seguire, per non deludere le aspettative delle maestranze massoniche, Gustavo Raffi auspicava che: «il pontificato di Francesco, il Papa che “viene dalla fine del mondo” possa segnare il ritorno della Chiesa-Parola rispetto alla Chiesa-istituzione, promuovendo un confronto aperto con il mondo contemporaneo, con credenti e non, secondo la primavera del Vaticano II».
Il G. M. Raffi dà per scontato che vi siano due chiese (istituzionale e carismatica) in opposizione tra loro all’interno della Chiesa Cattolica, la quale invece è sempre Una, Apostolica e Romana. Come se fosse possibile all’apostolo San Giovanni opporsi a San Pietro, determinando così la divisione e la rovina interna del Regno di Cristo, peraltro tanto auspicata dalle consorterie iniziatiche.
Sulla scia di questo equivoco di antica data, un’analisi «innovativa e progressista» della figura di S. Francesco, è stata sviluppata dalla Loggia dell’Antico Rito di Memphis e Misram (GOI), in due convegni svoltisi ad Assisi, nel 1986 e nel 1998, su «Francescanesimo e Libera Muratoria». In tale occasione il gran maestro di Loggia, Giancarlo Seri, nella seconda presentazione degli Atti, ha ribadito una sua opinione, forte e senza fondamento, riguardo al Santo di Assisi. Ossia, che: «Francesco, sia sul piano simbolico sia sul piano operativo, fu, indiscutibilmente, un vero e perfetto Libero Muratore (sic!)».
Quest’assurdità troverebbe ragione nel fatto che S. Francesco nel riedificare chiese abbandonate, avrebbe perseguito le stesse finalità, avrebbe utilizzato regole e strumenti operativi (squadra, compasso, ecc.) tipici dei maestri comacini, precursori dei Liberi Muratori. Secondo il Gran Maestro, infatti, S. Francesco: «poté conquistare le più sublimi vette dell'iniziazione e della reintegrazione spirituale nell'unità divina primigenia. Mai vi fu al mondo un più fulgido esempio di santità e perfezione laica»[2].
Per trovare improbabili punti di incontro tra il Poverello e l’istituzione massonica, il gran Maestro – tralasciando il fatto che Giovanni di Bernardone non fosse un laico, avendo emesso i tre voti religiosi, vivendo in comunità religiosa ed essendo diacono –, prosegue la sua esposizione analizzando in chiave esoterica il simbolo francescano del «Tau». 

NUMEROLOGIA
È nota infatti l'affezione di san Francesco per questa lettera, comune all'antica lingua ebraica ed a quella greca e che in ambito spirituale assume il significato di salvezza e salute dell'anima. Tommaso Celano nel «Trattato dei miracoli», del 1225, scrive che: «fra le tante lettere, gli era familiare la lettera Tau, con la quale firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle ... con lo stesso sigillo san Francesco firmava le sue lettere, tutte le volte che per necessità o per spirito di carità, spediva qualche suo scritto»[3].
Anche san Bonaventura conferma che «Francesco venerava questo segno e gli era molto affezionato, lo raccomandava spesso nel parlare, con esso dava inizio alle sue azioni». Tali asserzioni sono comprovate in modo diretto dallo stesso Santo, il quale nella cosiddetta «Chartula di Francesco», conservata nel Sacro Convento di Assisi, impartisce la sua benedizione a frate Leone, per sollevarlo da una profonda crisi spirituale.
Il Santo scrisse la Chartula due anni prima della sua morte, dopo il ritiro sul sacro monte della Verna, sul quale si trattenne nel 1224, dalla festa dell'Assunzione a quella di S. Michele Arcangelo, ed in occasione del quale venne insignito delle «stimmate» da parte di un serafino con sei ali, «tanto luminose quanto infocate». Spiega S. Bonaventura che: «Il verace amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine stessa dell’amato»[4].
Ebbene, il gran maestro di Loggia esperto di simbologia e di esoterismo ricama riflessioni di stampo iniziatico circa questa "dedica", prendendo spunto dal fatto che, il Tau segnato da S. Francesco, sembra fuoriuscire dalla bocca di un viso d'uomo stilizzato. Questo segno attraversa poi il nome di frate Leone dividendolo in due parti. La prima con la parola frate più due lettere del nome Leone, cioè «frateLe». la seconda a destra contiene le rimanenti tre lettere «one».
Dal punto di vista numerologico, rileva il G. M., la parola “frate” contiene 5 lettere. La parte del nome “Le”, 2. In tutto 7 lettere. Invece le ultime lettere del nome “one" sono 3. Sommando tutti questi valori si ottiene il 10.
Nell'arte regia, che secondo Giancarlo Seri il Poverello avrebbe conosciuto ed applicato, questi numeri trovano i seguenti significati: il 5 rappresenta il pentalfa o stella fiammeggiante. Il 2 la binarietà del mondo visibile. Il 7 la realizzazione della cosiddetta grande opera. Il 10 l'irreversibile "salto nell'abisso" dell'adepto che ha conseguito la «grande opera». Inoltre, il segno di separazione in due parti del nome, significa esotericamente la separazione fra il denso e il sottile, l'ordine dal caos, il bianco dal nero. Senza questa fase non sarebbe possibile avviare alcuna trasmutazione spirituale iniziatica[5].

TRECENTO CUBITI DI ALTEZZA
A questo punto, ci permettiamo di osservare che S. Francesco d’Assisi, del tutto rapito dall’amore in Cristo, avrà certamente sperimentato che «lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio» (1 Cor 2, 10). Pertanto, la sua conoscenza derivava dalla scienza infusa dall’alto grado di grazia perseguita, non certo da discutibili e sotterranee nozioni esoteriche scovate chissà dove. Il Poverello, attento scrutatore e conoscitore della Parola di Dio, non poteva ignorare il valore soteriologico che la Bibbia ascrive alla lettera «Tau».
È il profeta Ezechiele ad attestare, dopo aver visto l’abominio nel Tempio, che «circa venticinque uomini, con le spalle voltate al tempio e la faccia a oriente che, prostrati, adoravano il sole» (Ez 8, 16), il Signore disse: «Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna con un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono» (9, 4). Questo brano biblico segnerà la tradizione, consentendo il passaggio dal Tau-croce al 300-croce, poiché Tau=300.
San Girolamo (+420) affermava che presso gli antichi ebrei, Tau, ultima lettera dell’alfabeto, ha la forma di quel segno di croce che i cristiani tracciano sulla loro fronte ed utilizzano come firma manuale. Questo segno veniva interpretato anche come conclusione e compimento della Parola rivelata.
Origene riteneva che l’antico modo di scrivere il Tau accentuava la sua forma di croce e che una profezia risiedeva in questo segno, il quale sarebbe stato perciò impresso dopo sulla fronte dei cristiani. “Portare la propria croce” secondo le indicazioni di Gesù, veniva così interpretato anche letteralmente, come il portare esternamente il carattere interno della Croce[6].
Come dicevamo, dal punto di vista numerologico, il Tau viene posto in corrispondenza con il numero 300, ed è inteso come segno di salvezza. Questo numero infatti compare già nella Genesi (6, 14-15), quando Dio disse a Noè: «Fatti un’arca di legno di cipresso … Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza».
Origene spiega ancora che l’arca raffigura la croce redentrice, poiché 300 corrisponde alla lettera Tau, all’albero della nave col suo pennone, alla croce (Homelia in Genesin 2, 5). Questa corrispondenza era celebrata liturgicamente nell’Analecta Hymnica, ove è contenuto l’antico inno cantato anche da S. Francesco: «Ligno crucis fabricatur / Arca Noe qua salvatur / Mundus a miseria» (Con il legno della croce venne fabbricata l’arca di Noè che salvò il mondo dalla miseria).

INTRANSIGENZA FRANCESCANA
Al di là di queste brevi osservazioni, ci sembra giusto sottolineare che San Francesco, essendo una persona carismatica, come tutti i fondatori ha vissuto il rapporto carisma-istituzione non senza problemi e fraintendimenti. Ma come tutti i santi fondatori si è indirizzato lungo la linea ecclesiale indicata da San Paolo, il quale esorta i Corinzi ad amministrare i doni dello Spirito Santo per l’edificazione della Chiesa, senza lasciar spazio a nessuna autonomia. San Giovanni si ferma davanti al sepolcro vuoto, per fare entrare per primo Pietro, il capo degli Apostoli.
È comunque certo che il Santo serafico, che ripristinò la stretta osservanza religiosa, che si spogliò di tutto per amore di Cristo crocifisso, che indicò la via della penitenza per conseguire la vera pace, esercita ancora oggi un grande fascino su credenti e non credenti. Sono quindi comprensibili i tentativi di interpretazione ed “affiliazione” della sua figura che si sollevano anche da parti estranee alla sua cultura, alla sua religiosità. È però anche probabile che egli si sarebbe svincolato da molti di questi. Egli infatti era intransigente circa l’osservanza e la totale sottomissione alla Curia Romana. Egli non puntò il dito sulla corruzione esistente nel Clero, ma cercò di ripararla innanzitutto nella sua persona, attraverso la via della penitenza e della continua conversione a Cristo.
Nella Lettera al Capitolo generale e a tutti i frati, ad esempio, egli dichiara di non volere ritenere come cattolici coloro che non dicono l’ufficio divino o vogliono mutarlo, e perciò rifiuta anche di vederli e di parlare con loro[7]; così pure di quelli che vanno vagando incuranti della disciplina della Regola. E nel suo Testamento ribadisce e chiarisce ancora questa sua netta disposizione[8].
Il “grande Santo” quindi non si sarebbe affatto sentito «in stretta comunione spirituale con molti di coloro che praticano la Libera Muratoria Universale», come invece sostiene il G. M. Giancarlo Seri. Francesco infatti non aveva «come suo unico bagaglio, una sacca contenente gli strumenti dell’Arte Regia: la squadra, il compasso, la cazzuola, il filo a piombo, il mazzuolo, la riga e lo scalpello»[9], ma semplicemente il Vangelo e Cristo crocifisso nel suo corpo.

RESTAURAZIONE DELLA ROMANITÀ
Quando restaurò con le proprie mani la Chiesa di S. Damiano, fra il 1206 ed il 1208, se anche utilizzò per necessità strumenti tipici dei muratori, lo fece con tutt’altro scopo da quello perseguito dai Liberi Muratori. Egli non si atteggiò mai a capomastro o a direttore dei lavori materiali o spirituali, ma si considerò sino alla fine un «uomo inutile e indegna creatura del Signore Iddio»[10].
Alla misteriosa voce che gli disse: «“Francesco, va, ripara la mia casa, che, come vedi, va tutta in rovina” … dapprima rimase atterrito; poi, colmo di gioia e ammirazione, prontamente si alzò, e si impegnò totalmente a compiere l’incarico di riparare l’edificio esterno della chiesa: ma l’intenzione principale della Voce era diretta alla Chiesa, che Cristo acquistò con lo scambio prezioso del suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe insegnato ed egli stesso in seguito avrebbe raccontato ai suoi intimi»[11].
La missione e l’intenzione che i veri seguaci di San Francesco perseguono è quella di mantenere viva la sua opera di pacificazione e restaurazione della Romanità, dai sempre altrettanto vivi tentativi di corruzione provenienti dall’interno e dall’esterno, proprio ad opera delle consorterie iniziatiche che tanto bramano di instaurare un dialogo con la Chiesa di Roma. Per realizzare questa missione ecclesiale, non occorrono strumenti particolari o segreti simbolismi, ma la grazia che santifica la vita quotidiana e lega sempre più l’anima a Cristo povero e sofferente. Proprio questa pacificazione dell’anima è espressa come sintesi e lascito della dottrina spirituale di Francesco d’Assisi al termine della sua Lettera al Capitolo generale e a tutti i frati, che riportiamo in conclusione. Se i Liberi Muratori, non essendo più tali, potessero davvero condividere pienamente questa lode al Dio Trinitario, senza fini occulti ed interpretazioni raffinate ed originali ordinate ad improbabili accezioni esoteriche del pensiero e dell’opera del Poverello, allora forse sarebbe possibile un costruttivo confronto con essi, sempre in vista della comune, totale conversione e sottomissione di ogni persona, istituzione e dell’intero mondo al Signore Gesù Cristo:
«Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per la forza del tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e, con l’aiuto della tua sola grazia, giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nella Unità semplice vivi e regni glorioso, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen»[12].




[1] A. A. Mola, I Francescani in Massoneria e per la Massoneria, in, a cura di G. Seri, Francescanesimo e Libera Muratoria, Arktos, Carmagnola 1998, p.76.
[2] Ibid. p. 7.
[3] In Fonti Francescane, Ed. Messaggero Padova, 1990, Sez. Seconda, Cap. II, 827, p. 740.
[4] Ivi, Leggenda maggiore di S. Bonaventura di Bagnoregio, n. 1228, p. 948.
[5] G. Seri, a cura di, Francescanesimo e Libera Muratoria, cit., pp. 9-12.
[6] Cfr. D. Vorreux, Tau simbolo francescano, EMP, Padova 1994.

[7] «Quei frati poi che non vorranno osservare fedelmente queste cose, non li ritengo cattolici, né miei frati: io non li voglio vedere, non ci voglio parlare finché non abbiano fatto penitenza», F. F., cit., VI, 229, p. 166.
[8] «E se si trovassero dei frati che non recitano l’Ufficio secondo la Regola o volessero comunque variarlo, o non fossero cattolici, tutti i frati, ovunque sono, siano tenuti per obbedienza, appena trovato uno di essi, a consegnarlo al custode più vicino al luogo dove l’avessero trovato. E il custode sia tenuto fermamente per obbedienza, a custodirlo severamente come un uomo in prigione, giorno e notte, così che non possa essergli tolto di mano, finché personalmente lo consegni nelle mani del suo ministro», F. F., cit., 126, p. 133.
[9] G. Seri, cit., pp. 94 e 14.
[10] F. F., cit., VI, 229, p. 166.
[11] F. F., cit., L. V, 1334, p. 1022.
[12] F. F., cit.,  VI, 229, p. 167.





domenica 16 giugno 2013

MODERNO “MEDIOEVO”





I miracoli confermano la verità di ciò che uno insegna e manifestano la presenza di Dio in chi insegna, afferma san Tommaso d’Aquino (S. T., III, q. 43). Essi possono essere compiuti solo per potenza divina, in quanto solo Dio può mutare l’ordine della natura e l’umano potere, per aiutare gli uomini a crescere nella fede. Per questo, Cristo operò miracoli di ogni genere. Come quando alla sua morte fece oscurare il sole (S. T. III, q. 44, 2), dimostrando così il suo potere anche sui corpi celesti a cominciare dal centurione fermo come la terra ai suoi piedi, il quale credette.
Meno visibile, ma ancor più portentoso, il miracolo che si ripete durante ogni Messa, al momento della consacrazione del pane e del vino. Miracolo che nessun’altra religione può vantare, nessuna magia può imitare e contro il quale le forze degli inferi non potranno mai prevalere. Esso si ripete a prescindere dalla santità del sacerdote che attua la transustanziazione, ossia la trasformazione della sostanza del pane e del vino nella sostanza di Gesù, morente sulla Croce, pronunciando le antiche parole stabilite dal rito.
L’ultimo miracolo eucaristico riconosciuto dalla Chiesa si è svolto pochi anni fa. Ed assume un significato particolare perché si svolse in una chiesa di Buenos Aires, ove era insediato l’allora cardinale Bergoglio. Il resoconto dei fatti è reperibile in un articolo di Fr. M. Piotrowski SChr, riportato in diversi siti.
Il 18 agosto 1996, in una chiesa di Buenos Aires, una donna avvertì il sacerdote celebrante, don Alejandro Pezet, di aver visto gettare un’ostia consacrata per terra, in un angolo della chiesa. Il sacerdote corse a raccogliere l’Eucarestia profanata, la depose in un contenitore con dell’acqua, come per lavarla, e chiuse il tutto nel Tabernacolo.
Dopo otto giorni, il 26 agosto, aprendo il Tabernacolo scoprì che l’Ostia non si era decomposta, ma si era macchiata di sangue. Informò il cardinale Bergoglio, il quale inviò prontamente un fotografo per effettuare un accurato rilievo fotografico. Le fotografie mostravano che l’Eucarestia si era trasformata in un pezzo di carne sanguinolenta. Ed era inoltre cresciuta nelle dimensioni. Questo fenomeno venne tuttavia tenuto sotto riserbo, per diverso tempo.
Dopo tre anni, poiché l’Ostia sanguinolenta non si decomponeva, il Cardinale, peraltro esperto in chimica, pensò di farla esaminare scientificamente. Nell’ottobre del 1999, tramite il dottor Castanon, decise di inviare un frammento di particola insanguinata in un famoso laboratorio di analisi di New York. Bergoglio, pensò bene anche di non rivelare agli scienziati la provenienza del Reperto da analizzare, per non influenzare in un senso o nell’altro le indagini.
Il dottor Frederic Zubiga, noto cardiologo e medico legale, incaricato di effettuare le analisi, in breve tempo emise i risultati. Oltre a stabilire che il campione analizzato conteneva DNA umano, emise il responso nel quale si leggeva:
«Il materiale analizzato è un frammento del muscolo cardiaco trovato nella parete del ventricolo sinistro in prossimità delle valvole. Questo muscolo è responsabile della contrazione del cuore. Va ricordato che il ventricolo cardiaco sinistro pompa sangue a tutte le parti del corpo. Il muscolo cardiaco in esame è in una condizione infiammatoria e contiene un gran numero di globuli bianchi. Ciò indica che il cuore era vivo al momento del prelievo».
Proseguiva il dott. Zubiga: «La mia tesi è che il cuore era vivo, dal momento che i globuli bianchi, al di fuori di un organismo vivente, muoiono, perché hanno bisogno di un organismo vivente per sostenerli. Quindi la loro presenza indica che il cuore era ancora vivo quando il campione è stato preso. Per di più, questi globuli bianchi sono penetrati nel tessuto, ciò indica che il cuore aveva subito un grave stress, come se il proprietario fosse stato picchiato duramente sul petto». Egli infine confessò che mentre lo stava analizzando, il pezzo di cuore pulsava, proprio come se fosse vivo.
Lo scienziato venne interpellato dai consulenti inviati da Bergoglio a controllare lo svolgimento delle analisi circa il tempo di sopravvivenza dei globuli bianchi di sangue di tessuto umano in acqua. Rispose che il tempo di sopravvivenza in acqua di cellule bianche di tessuto umano è solamente di pochi minuti.
Solo allora venne informato della natura del reperto. Ossia, che il campione da lui analizzato era una particola consacrata, raccolta dalla terra, tenuta per un mese in acqua naturale, ed altri tre anni in un contenitore di acqua distillata. Di fronte a questa dichiarazione, lo sconcerto del dottor Zubiga aumentò, ed egli fu costretto ad ammettere:
«Come e perché un’Ostia consacrata avrebbe cambiato il suo carattere per diventare carne viva e sangue umano rimarrà un mistero inspiegabile per la scienza, un mistero del tutto al di là della mia competenza».
Quanto deve essere costata questa ammissione al molto illustre dottor Zubiga, scienziato di primo livello! Egli porterà imperituro ricordo del clamoroso insuccesso suo e della scienza in cui è tanto preparato. Come un povero studente umiliato dal professore, egli abbasserà lo sguardo ricordando il fatto al quale non seppe fornire adeguata spiegazione scientifica.
Può darsi che egli fosse agnostico o non credente, come gran parte dei grandi luminari della scienza, prima del “fatto”. E che qualcosa nel suo cuore sia mutato di fronte a questa palese violazione delle leggi chimiche. Un tremolio della sua intelligenza, un varco nella sua preparazione, nella sua professionalità tanto riconosciuta, di fronte alla constatazione dell’ignoranza umana, che facilmente si gonfia al vento di una ragione avulsa dalla fede.
Certamente, il dottor Zubiga sarà rimasto ancora più scosso sapendo che era stato eletto come nuovo papa il cardinal Bergoglio, proprio colui che gli aveva commissionato l’insolita indagine. Questo evento gli suonerà come un’attestazione dei prodigi che la Trascendenza opera tra gli uomini, per portarli alla conoscenza della Verità. Anch’egli si sentirà sempre più partecipe del disegno della Provvidenza, che non esclude nessuno, quale attendibile certificatore di quel miracolo eucaristico.
Cose da medioevo, pensava infatti di queste “superstizioni” il razionalista scientifico, l’esperto manipolatore della materia, il conoscitore dei più sofisticati processi chimici, prima di sperimentare tra le sue mani il prodigioso potere di Dio, prima di sentire un tessuto di cuore umano pulsare vita dove all'opposto avrebbe dovuto essere soltanto farina putrefatta.
Invece proprio lui, scienziato moderno, direttore di uno dei più prestigiosi centri di analisi americani, nell’era tecnologica e computerizzata, dovette riconoscere la presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucarestia e condividere, forse anche solo per un attimo segreto, l’atto di fede dell’apostolo più freddo e incredulo, Tommaso, il quale, solo dopo aver messo le dita nelle ferite di Gesù risorto, esclamò con tutta la forza del suo cuore: «Mio Signore, mio Dio» (Gv 20, 28).
Noi speriamo che proprio questo semplice atto di fede nella misteriosa presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, che abbiamo immaginato emergere tra i profondi solchi della sua ragione, diventi per questo ed altri uomini di scienza come quel «granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti i semi, ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (Mr 4, 21).





venerdì 31 maggio 2013

LE “TUNICHE DI PELLE”




Quando scacciò Adamo ed Eva dal paradiso, Dio fece loro «tuniche di pelle e li vestì» (Gen 3, 21), per proteggerli non solo dai fattori ambientali. Ma soprattutto da quel potere spirituale che li aveva ingannati e che fu sprofondato negli inferi.
Le tuniche bibliche sono anche figura delle “vesti di salvezza” alle quali allude il profeta Isaia (Is 61, 10), nonché simbolo di quella «armatura di Dio che ci consente di contrastare le ingegnose macchinazioni del diavolo … per resistere nel giorno malvagio e, dopo aver tutto predisposto, tenere saldamente il campo» (Ef 6, 11-19).
San Giovanni Cassiano (Conferenze VIII, 12), scrive in proposito di queste pelli che come i governanti della terra separano i malfattori dalla società attraverso le mura delle prigioni, così Dio ha posto uno schermo di separazione fra gli uomini e gli spiriti decaduti, affinché questi non corrompano i primi.
La grossolanità dei nostri sensi non ci consente quindi di percepire direttamente la realtà spirituale, nel bene e nel male. Quando la porta della percezione si apre, infatti, insieme agli angeli compaiono immancabilmente spiriti dell’aria e demoni. I quali sono in grado di utilizzare il loro potere preternaturale per «plasmare con l’aria corpi visibili e sensibili di qualunque forma e figura ed assumendoli farli parlare ed agire» (S. Th., I, 114, 4).
L’interazione della dimensione infera con quella ordinaria avviene innanzitutto nella sfera mentale ed immaginativa, sulla quale i demoni possono interferire coinvolgendo anche il corpo, specialmente nella sfera sessuale. Il famoso manuale degli inquisitori, il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe) del 1486, metteva in guardia già dalle prime battute sul potere dell’illusione insito nella stregoneria: «Le streghe possono operare prodigiose illusioni, per cui può sembrare che il membro virile venga completamente staccato dal corpo».
Nella solitudine del deserto, i primi anacoreti venivano turbati da fanciulle lascive che comparivano nella loro immaginazione in modo quasi sensibile. Al giorno d’oggi, il nudo è davanti agli occhi di tutti, in modo ossessivo, trasmesso ed elaborato dai media in modo diretto o allusivo, attraverso immagini, storie scabrose e scandali veri o presunti divenuti ormai norma di una società degradata e decadente, della quale anche la natura riflette il disordine attraverso sbalzi climatici e piogge “purificatorie”.
Del resto, era prevedibile che frutti deleteri dovessero scaturire dal riposizionamento cosmologico delle forze infere intorno al “sole-eros” centrale, come si deduce da alcuni passi significativi del Corpus Hermeticum, (cfr. cap. XVII). Frutti ingannevoli prodotti da riti, invocazioni e sacrifici rivolti agli spiriti dell’aria dai maghi intellettuali che, a cavallo del 1400 e 1500, prosperarono in molte corti italiche, impegnandosi in ogni modo per favorire l’avvento dell’anticristo e del regno opposto a quello di Dio.
La cultura dei maghi intellettuali dell’umanesimo non era innocua, come si ritiene in genere, ma del tutto deleteria perché collegata alla magia sadico-erotica e nera, “il lupo travestito da agnello”. Giovanni Pico celebrava ed imitava uno dei più insidiosi maghi sacerdoti dell’antichità, Apollonio di Tiana paragonandolo a Cristo, rivolgendo come lui continue preghiere al Sole, per conoscere i segreti di quella: «magia dedotta dagli astri e che procede da un patto occulto con i demoni» (in Zambelli, p. 190).
Innumerevoli furono i tentativi di interagire con le forze oscure attraverso evocazioni e celebrazioni ad esse dedicate attraverso i canoni della magia e stregoneria. I sabba ai quali partecipavano le streghe contadine costituivano essenzialmente orge di gruppo, dedicate al demone caprone, non prive di risvolti sadici e violenti. Così come avviene oggi nei riti satanici quando, dopo gli accoppiamenti liberi e sfrenati, si immolano vittime di vario genere alla grande bestia.
Del resto, nell’universo magico, la natura viene concepita come un organismo, che continuamente si genera e si distrugge, le cui parti sarebbero tenute insieme da una perpetua copula mundi, una sorta di “accoppiamento” continuo delle sue parti. Si comprende in tal senso il perché tutta la forza della magia, come afferma il Ficino, sia nell’amore, erotico e violento.
La demonologia rinascimentale è piena di resoconti pornografici relativi a veri e propri rapporti sessuali che i demoni avrebbero intrattenuto con persone entrate in contatto con essi. Convinzione diffusa era che i demoni fossero sia incubi (in forme maschili) che succubi (in forme femminili) ed al tempo stesso entrambi, ossia transessuali. Tale è l’opinione di Jean Vineti, inquisitore di Carcassonne, esposta nel suo «Trattato contro coloro che invocano i demoni», del 1450 circa.
I demoni succubi raccoglierebbero dagli uomini il liquido seminale, per deporlo nelle donne “scelte” con le quali si comportano da incubi. Questo anche secondo il padre Alphonso da Spina, che nel suo Fortalium fidei del 1460 afferma che le donne visitate dagli spiriti incubi si svegliano «imbrattate come se avessero fatto l’amore con un maschio».
Questa indicazione allude al tentativo dei demoni di “procreare” esseri umani, in modo indiretto, utilizzando il seme prelevato da un uomo e poi deposto nel grembo di una donna. Essa richiama anche aspetti mitologici. Ad esempio, il mito secondo cui Alessandro Magno sarebbe stato concepito dall’unione del dio Zeus con la madre Olimpiade, dopo che questa venne ripudiata dal marito, il re Filippo II, il quale si unì alla nuova sposa, Cleopatra Euridice. 
Le streghe propiziavano questo tipo di rapporti attraverso l’uso di pomate a base di erbe allucinogene che favorivano la formazione di vive suggestioni e visioni mentali. Per realizzare tali miscugli, venivano utilizzate piante della famiglia delle solanacee, ad esempio l’Atropa belladonna, il Solanum nigrum, la Cannabis indica, la Datura stramonium. Questo perché «gli allucinogeni si rivelano uno dei possenti mezzi per suscitare fantasmi, per chiamare in vita i demoni» (Coulianu, p. 229). Quanti demoni sono stati risvegliati dalla moderna cultura della droga, dalle esperienze psichedeliche a base di LSD o del Peyotil, descritte ad esempio nei libri di Carlo Castaneda ed imitate da molte fasce giovanili.
Le “scope” usate dalle streghe (radice del termine popolare, “scopare”, che allude all’atto sessuale) erano ricoperte di questi unguenti che esse assorbivano sfregando il manico nelle parti intime, ottenendo così una sorta di orgasmo, o “volo”, estatico. I figli che esse davano alla luce venivano consacrati al demonio-caprone, considerato loro padre effettivo.
Johan Klein in una dissertazione accademica tenuta il 19 novembre 1698 affermava che: «Nei verbali giudiziari delle confessioni delle streghe si può leggere che esse ricavavano maggior piacere dagli indecenti organi di satana che dalla lecita coabitazione con i loro legittimi mariti … Sovente è accaduto che in seguito a questo rapporto odioso e contro natura esse abbiano partorito bambini viventi».
I rapporti sessuali dei demoni con stregoni dei due sessi è ampiamente documentato nelle cronache dell’Inquisizione, spesso in termini crudi e pornografici. Nicolas Remy, dopo aver esaminato circa mille casi di stregoneria, compilò un’opera demonologica, Daemonolatria (Lyon 1595), nella quale tra l’altro si legge:
«Tutti coloro che hanno avuto un commercio sessuale con incubi e succubi affermano che è difficile unanimemente immaginare o descrivere qualcosa di più ripugnante e sgradevole … Le streghe sostengono che gli organi virili dei demoni sono talmente grossi e rigidi che è impossibile introdurli senza provarne un dolore atroce».
D’altro canto, lo stregone Hennezel, che aveva rapporti con uno spirito succube, afferma che «la sua Scuatzebourg (erano questi nomi di succubi) gli dava l’impressione di avere un buco ghiacciato (in luogo della vagina) e che doveva lasciarla senza pervenire all’orgasmo».
Nonostante questa ripugnanza, era quasi del tutto impossibile, a quanti se l’erano cercata, di sottrarsi alla volontà dei demoni di possedere intimamente le persone che ad essi si “consacravano”, provando sulla loro pelle la componente sadica collegata al sesso estremo.
A proposito della temperatura delle parti intime dei demoni, riportiamo parte della confessione della contessa di Foix, moglie di un certo duca d’Espernon. Questa poveretta affermava che avrebbe preferito morire piuttosto che essere posseduta ancora dal demone Teragon, evocato dal marito, perché «non poteva più sopportare il suo membro, da tanto che era caldo, e di ciò il giorno dopo non smise mai di piangere davanti a sua zia».
Dopo aver riportato l’episodio, l’autorevole studiosa Paola Zambelli scrive che: «La temperatura delle parti virili del diavolo è sempre stata uno dei segni distintivi attestati nei processi di stregoneria, malgrado di solito si faccia riconoscere perché tremendamente gelida, non perché scottante» (p. 171).
Questi resoconti alquanto scabrosi mettono in luce aspetti poco credibili di un lontano passato. Le antiche streghe contadine sono ormai scomparse. O quasi. Più che altro, soppiantante da quelle moderne ed emancipate, avvenenti ed agguerrite, organizzate nei gruppi della “wicca” (dall’inglese witchcraft: stregoneria). Il testo di riferimento ispiratore delle loro trasgressioni è Il vangelo delle streghe-Aradia,, pubblicato nel 1899.
In esso viene raccontato come la dea Diana, regina delle streghe, si unì con il suo “doppio”, il demone solare Lucifero emanazione della stessa dea madre Diana. Da questa unione, sarebbe nata Aradia, o Astarte, la quale avrebbe dovuto compiere la liberazione delle donne dall’oppressione maschile attraverso la vera stregoneria. Liberazione soprattutto sessuale, ribellione verso gli atteggiamenti censori e repressivi derivanti dalla morale religiosa tradizionale.
“Tremate, tremate le streghe son tornate”, scandiva un motto usato dalle femministe durante la “rivoluzione” del sessantotto. Forse non era solo un modo di dire. Le rivendicazioni politiche e di emancipazione sessuale, hanno comportato l’estrema libertà dei costumi ed il pansessualismo, che W. Reich (1897-1957) interpretò politicamente come segno di rivolta contro il fascismo e la struttura patriarcale della famiglia piccolo-borghese nella quale il padre è considerato l’autorità ed il capo.
L’attualizzazione delle bizzarre utopie e dei proclami sessantottini si riflette in una società ridotta allo stremo, sempre più in fermento, violenta, corrosa da ogni tipo di vizio. Una società massonica, non cristiana. Molte persone, private delle tuniche di pelle che richiamano alla castità, sono divenute schiave dell’indifferenza e degenerazione. Facilmente irretite nelle maglie di un mercato che prospera sullo sfruttamento e sull’ostentazione del nudo, fino all’illecito dell’industria pedopornografica.
Se prima del sessantotto l’uomo era accusato forse anche giustamente di sessuofobia, ora però è divenuto sempre più sessuomane e schizofrenico, vittima di interpretazioni distorte e maniacali del sesso e del piacere sessuale. Reso inerte da una falsa morale, orgoglioso e senza volontà di redenzione, schiavo consenziente del peccato, egli rappresenta una facile preda per quelle forze oscure che non trovando più la resistenza dell’impenetrabile armatura di Dio, possono agire liberamente sulla sua immaginazione, manipolando la sua ragione, attraverso media assoggettati al loro potere, più che alla Verità.
Bibliografia:
I. P. Culianu, Eros e magia nel rinascimento, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

P. Zambelli, L’ambigua natura della magia, Marsilio, Venezia 1996.


mercoledì 1 maggio 2013

LA “PERPETUA” DI COPERNICO






Copernico era ormai in fin di vita, quando venne pubblicata la sua summa astronomica con il titolo, De Revolutionibus orbium coelestium, Sulle rivoluzioni delle orbite celesti. Inizialmente, ne era stato previsto un altro, De Revoluzionibus, Sulle Rivoluzioni.
Quando il Retico, l’enigmatico personaggio che per due anni stette alle costole dell’astronomo polacco, per incoraggiarlo a pubblicare la sua ipotesi traballante, si trovò tra le mani il testo con il titolo modificato, si infuriò.
Due parole innocue, orbite celesti, aggiunte come specificazione di un’ipotesi astronomica, bastarono a fare andare in furia questo personaggio legato ai movimenti riformatori ed iniziatici dell’epoca, il quale intravedeva nell’opera di Copernico il germe di tutte le future rivoluzioni che avrebbero determinato la “nuova” immagine del mondo, contrapposta a quella “vecchia”, legata al cattolicesimo tradizionale.
Mentre tale dinamica iniziava a realizzarsi con l’imporsi dell’ipotesi eliocentrica, Copernico stava per concludere una vita apparentemente tranquilla. Come Giovanni Drogo, il protagonista del Deserto dei tartari di Buzzati, dopo aver lungamente atteso l’occasione propizia, egli usciva di scena proprio quando era venuto il momento di salire alla ribalta. Nel 1543, infatti, all’età di settant’anni, l’astronomo morì in seguito ad un secondo attacco apoplettico.
La sua vita iniziò a Thorn (Torún in polacco) il 19 febbraio 1473. All’età di dieci anni, Nicola rimase orfano di padre e venne cresciuto insieme agli altri tre fratelli più grandi dallo zio materno, Lucas Watzenrode, il quale nel 1491 venne nominato vescovo della Warmja. Da quel momento, la vita dei Copernico cambiò in meglio, come compensata delle precedenti sofferenze. Tutta la famiglia trovò protezione e privilegi nell’ambito curiale.
Nicola ebbe così modo di perfezionare i suoi studi in Italia, ben sapendo che lo zio voleva fargli intraprendere una solida carriera ecclesiastica. Ma egli si sentiva attratto da altre prospettive.
Il periodo era molto turbolento. Oltre alla caccia alle streghe, si stavano preparando le condizioni per la riforma luterana, era stato scoperto un nuovo continente. L’ermetismo era coltivato nelle corti italiche e la visione religiosa del mondo stava per essere sconvolta dagli influssi della gnosi alchemico-cabalistica.
Copernico si iscrisse a Bologna in diritto canonico, nel 1496, divenendo membro della «Natio Germanica», associazione di studenti di lingua madre tedesca.
Il giovane Copernico non dichiarò di essere canonico del Capitolo di Warmja, neppure quando un anno dopo ebbe conferma della sua nomina ufficiale, ottenuta in virtù delle pressioni dell’illustre parente.
Si dice che fosse sacerdote. Ma quest’affermazione non corrisponde al vero. Sembra invece che Copernico mostrasse come un’avversione verso il sacerdozio e gli ordini maggiori, nonostante le spinte e la strada apertagli dallo zio materno.
Fu il cattolico Galilei che iniziò a mettere in giro questa diceria, insieme ad altre. Nella famosa lettera “quasi-pubblica” a Maria Cristina di Lorena, pur sapendo che sarebbe circolata nelle corti e nelle curie, nonché data in pasto a semplici fedeli, Galileo affermò vere e proprie bugie riguardo all’astronomo polacco.
Infatti, «Copernico non solo non era sacerdote, ma non venne mai chiamato a Roma; non scrisse il De revolutionibus per ordine del Papa; il libro ricevette molte critiche ostili, particolarmente perché contraddiceva la Bibbia; non costituì la base del calendario gregoriano» come invece afferma Galileo in un pur breve passaggio della citata lettera copernicana (E. Rosen in, R Zanin (a cura di), Galileo Galilei – Tre lettere, Pagus Edizioni, Paese-Treviso 1991, p. 141).
Lo storico cattolico Lino Sighinolfi (1876–1956) alimentò l’equivoco circa la carica di sacerdote assunta da Copernico messa in circolo da Galilei, forzando, forse involontariamente, la traduzione di una delega dell’epoca in modo evidentemente erroneo.
Egli la pubblicò infatti nella seguente forma: «Nicola Copernico, figlio del fu Nicola, canonico di Warmja, studente a Bologna, aspirante alla laurea in diritto canonico, presbiter constitutus, in presenza mia, il notaio, e dei due sottoscritti testimoni, che sono stati citati e convocati appositamente per questo scopo».
Le due parole in corsivo significano effettivamente “ordinato sacerdote”. Tuttavia, nel documento originario era scritto “personaliter” e non “presbiter”. «Ora, personaliter constitutus significa “comparso in persona”» non certo “presbitero” (W. Shea, Copernico: un rivoluzionario prudente, Le Scienze, I grandi della scienza, n° 20, ottobre 2004, pag. 6).
Il senso religioso di Nicola doveva essere frammisto di sacro e profano, condito da una curiosità intellettuale che lo portava ad esplorare i vari aspetti e le mutazioni della cultura vigente, senza tuttavia approfondirne uno in modo specifico. Egli studiò diritto canonico e civile a Bologna, ma non completò il corso di studi, distratto da altri interessi ed attività.
Soggiornando presso Domenico Maria Novara (1454–1504), matematico legato alla corte medicea, Nicola ebbe modo di apprendere i primi rudimenti dell’astronomia e della cultura antiaristotelica ed antitomista. Nel 1500, a Bologna, fece due delle sue rare osservazioni astronomiche, riguardanti le congiunzioni della Luna con Saturno.
Si recò poi a Roma insieme ad altri studenti, per l’anno giubilare indetto dal papa Alessandro VI. Era accompagnato dal fratello Andreas, anch’egli divenuto canonico del Capitolo di Warmja, nonostante le voci di una sua vita dissoluta. Si dice che si infettò di una “malattia ripugnante”, probabilmente sifilide, a causa della quale morì alcuni anni dopo. 
Allo scadere del permesso di studi in Italia, Copernico per non tornare dallo zio in Polonia senza nulla in mano, chiese una proroga ulteriore di due anni, per studiare medicina. Questo fu un fatto significativo, poiché come giurista canonico ben sapeva del divieto ai preti di studiare medicina, in ordine alla norma che ne spiegava il motivo: «perché i dottori e chirurghi scarseggiano di tenerezza».
Copernico dunque iscrivendosi alla facoltà di medicina confermava la sua volontà di non diventare sacerdote di Cristo, pur restando nell’ambito ecclesiale. Questo stato canonico gli avrebbe consentito una certa libertà di azione ed etica, rendendolo libero dagli obblighi sacerdotali.
Studiò altri due anni a Padova, senza conseguire la laurea in medicina, titolo accademico che richiedeva tre anni di frequenza. Infine, per tornare in Polonia con un “pezzo di carta” che giustificasse allo zio il suo lungo soggiorno nel bel Paese (sette anni), in un anno conseguì il dottorato in diritto canonico nella piccola e più accessibile università di Ferrara, il 31 maggio 1503. Dopo di che ritornò in Polonia.
Quando nel 1507, lo zio Lucas Watzenrode si ammalò, fu proprio Nicola a curarlo. La sua perizia fu tale da guadagnargli una sorta di contratto eccezionale per esercitare la funzione di medico presso l’episcopato. Dopo la morte dello zio, nel 1510, Nicola si trasferì poco distante, a Frauenburg, sempre nella Warmja.
Come canonico, aveva diritto ad abitare all’interno delle mura che circondavano la cattedrale di Frauenburg. Gli fu assegnata una torre su tre livelli, come appartamento. A piano terra, cucina, stanza da pranzo e camera della perpetua. Primo piano, con soggiorno, camera da letto, servizi e ripostigli, terzo piano, con studio illuminato da nove finestre, con ballatoio esterno.
Fu in questo confortevole appartamento che Copernico, insieme agli impegni canonici, coltivò le sue passioni, evidentemente non solo intellettuali. Al primo piano, abitava la sua giovane perpetua, Anna Schillings. La convivenza fra i due diede luogo a voci di popolo, insinuazioni varie, forse qualche “incidente di percorso”. Tutto questo venne tollerato, finché la Controriforma si mise in moto per rimediare ai molti cattivi esempi che stavano squalificando il messaggio di Cristo. Ai canonici assistiti da giovani perpetue venne raccomandato di sostituirle con domestiche “vecchie e semplici”, fuori tentazione.
Nell’ottobre del 1538, durante una visita pastorale del nuovo vescovo di Warmja, Johannes Dantiscus, Copernico venne da questi sollecitato a congedare la giovane perpetua. La richiesta dovette addolorare sia Copernico che Anna Schillings, la quale effettivamente venne allontanata alcuni mesi dopo, nel gennaio 1519, come testimonia una lettera di risposta di Copernico al Vescovo. Ma le voci non si spensero.
Infatti, il prevosto di quel Capitolo, riferiva al Vescovo che «sebbene la perpetua di Copernico, Anna Schillings, avesse spedito a Danzica le proprie cose, ella stava ancora vivendo “da sola” in una casa che possedeva a Frauenburg». Ella cioè continuava ad incontrare furtivamente Copernico. Dantiscus allora si rivolse a Tiedemann Giese, vescovo molto amico di Copernico, per chiedere di intervenire in merito alla faccenda:
«Alla sua veneranda età e quasi al termine dei suoi giorni – scriveva Dantiscus – si dice che Copernico veda di frequente la sua concubina nel corso di appuntamenti furtivi». Dantiscus pregava Giese di «ammonirlo in privato nei termini più amichevoli di desistere dal proprio comportamento scandaloso». Copernico che allora aveva 66 anni, si spense quattro anni dopo.
Aggiunge William Shea che «le preoccupazioni di Dantiscus erano accentuate dal fatto che Anna fosse una donna sposata e separata dal marito e che lo scandalo rischiava di sconvolgere i suoi sforzi per la riforma del clero» (cit., p. 37).
L’allontanamento, formale o sostanziale, della perpetua venne tuttavia come compensato dall’arrivo in casa Copernico di uno strano personaggio: Georg Joachim von Lauschen, detto il Retico perché proveniva dalla Rezia, regione compresa fra Svizzera ed Austria, rinomato per la vita licenziosa e per le amicizie equivoche.
Suo padre, medico, astrologo ed alchimista, venne giustiziato nel 1524 sotto l’accusa di stregoneria. Il Retico, che allora aveva dieci anni, intraprese in seguito le orme paterne, tuttavia con molta prudenza, riuscendo a dissimulare interessi ed attività iniziatiche, coltivate specialmente a Zurigo, dove conobbe e frequentò il taumaturgo e mago Paracelso.
Il Retico, ben collegato alla cerchia di personalità che animavano l’università protestante di Wittenberg, tra i quali Filippo Melantone, raggiunse dunque Copernico, nel corso del 1539. L’ingresso nel ducato di Warmja era proibito ai protestanti. Ma il Retico, che allora aveva venticinque anni, venne accolto calorosamente nel cattolicissimo capitolo di Frauenburg, evidentemente grazie ad illustri coperture.
Si insidiò a casa dell’anziano canonico astronomo, dove in pochi mesi, riuscì a scrivere un breve resoconto sull’astronomia copernicana, la Narratio Prima, che spedì celermente a Johannes Schoner, prete cattolico convertito al luteranesimo, nonché collaboratore di Lutero e Melantone.
Nessuna ammonizione giunse a Copernico da parte del vescovo Dantiscus, in ordine alla stretta collaborazione con il Retico e le sue amicizie “invisibili”, nonostante le tendenze romane sollecitassero il contrario.
Più che altro, Dantiscus si preoccupò di preservare Copernico dalla ricattabilità collegata alle accuse ed insinuazioni di tipo morale e sessuale che egli stesso aveva subito in prima persona. Circolava infatti la voce circa una sua presunta figlia illegittima, frutto di una relazione con una parrocchiana di Toledo, che egli continuava a mantenere versandole regolari contributi.
Forse, proprio questa diceria, che la Curia Romana non avrebbe gradito, servì agli amici del Retico, per indurre Dantiscus ad aprire le porte del suo Capitolo, favorendo la collaborazione di Copernico con i protestanti.
Un’ingegnosa ipotesi astronomica venne così gradualmente trasformata in argomento formidabile per slacciare la scienza dal cattolicesimo. Per determinare il passaggio dalla visione metafisica a quella dialettica del mondo. Per giungere dal cosmo definito e strutturato in Dio alle aperture razionali sfocianti nell’indefinito divenire. Dalle intelligenze celesti a quelle ctonie.



venerdì 5 aprile 2013

GLOSSARIO ANTIELIOCENTRICO






Eliocentrismo:
dottrina che contiene un doppio grado di lettura: uno razionale aperto a tutti, uno magico-spirituale riservato a pochi, riconducibile al culto solare pitagorico ed al mitraismo iniziatico. Gli elementi filosofici corrispondenti alla dottrina eliocentrica risalgono alla dialettica eraclitea fondata sulla ragione del divenire e sul “contrasto degli opposti”: tutto è duale, ogni cosa ha la sua coppia di opposti e questi sono identici di natura, differenti solo di grado. Tutti gli estremi si toccano. Tutte le verità non sono che mezze verità. Con questa logica, comune a quella della magia, delle simpatie, dei contrasti e delle attrazioni, si è riusciti a mettere in ombra la logica scolastica fondata sul principio dell’identità dell’Essere. La Rivoluzione ebbe inizio.

Ipotesi copernicana:
volendo attaccare il tomismo e la cosmologia medievale si pensò di sconvolgere le basi della sua filosofia naturale. Le prove portate a favore dell’ipotesi copernicana non erano certe e vennero dimostrate dopo alcuni secoli mediante esperienze raffinate, le quali tuttavia possono interpretarsi anche in chiave geocentrica, come dimostrazione del movimento dei cieli e della quiete della terra. Fino all’elaborazione di Keplero il modello copernicano non dava ragione ai dati dell’osservazioni e non era per nulla più semplice di quello geostazionario. Non per niente in favore di Copernico e poi di Galilei accorsero soprattutto persone che non erano astronomi e nemmeno uomini di scienza (Bruno, Campanella, …), il cui lavoro è però spesso associato al libero pensiero o all’epicureismo di Lucrezio.

Pitagorismo:
insieme di razionalismo e ritualismo all’interno del quale il reale viene identificato al razionale. Sintesi di mistica e ragione. Utilizza un doppio linguaggio: uno apparente rivolto ai profani, l’altro segreto rivolto agli iniziati. Il verosimile viene spacciato per verità, e la verità per verosimile. Numero e simbolo nella visione pitagorica vengono considerati come inseparabilmente connessi, simili al doppio risvolto di una stessa medaglia che consente al presunto iniziato di scorgere la sostanza, ove il “profano” colga l’apparenza.

Rinascimento:
periodo durante il quale avvenne rinascita del paganesimo e della logica eraclitea del si e del no, contraria a quella evangelica del “si si e no no”. Rinascita del simbolismo e della cultura magica delle formule e dei numeri intesi non solo come quantità, ma come simboli mistici e divinatori. Epoca che oscurò quella precedente del Medioevo. Così come Galilei con le sue polemiche oscurò i filosofi medievali che l’avevano preceduto nei suoi studi scientifici, ad esempio Buridano, Domenico Soto.

Rivoluzione copernicana:
come ha affermato giustamente Popper, la rivoluzione copernicana non prese avvio dalle osservazioni, ma da un’idea di carattere religioso o mitologico. Ossia, il culto del sole, che durante i secoli medievali venne relegato negli ambiti clandestini dal rigore della dottrina e della logica cristiana. A questo culto si rifacevano e si rifanno gli esoteristi, pur se in varie forme specifiche. Essa diede il via a tutte le rivoluzioni che si sarebbero realizzate nella storia, fino ai nostri giorni. Non per niente il titolo dell’opera di Copernico era “De Rivolutionibus”, poi modificato in “De revolutionibus orbium coelestium”.

Rotazione terrestre:
è un’ipotesi scientifica accreditata, ma non priva di incoerenze, poiché non è per nulla evidente, come invece si è propensi a credere. La percezione dei sensi infatti la contraddice. La terra ruota innanzitutto nella nostra mente, “forgiata” da cinquecento anni di cultura scientifica. L’idea del fenomeno ha preso il sopravvento sul fenomeno stesso. Il modello razionale ha ingabbiato la dimensione reale. La formalizzazione della fisica ha adombrato la metafisica del reale, la quale pone le sue basi sulla realtà concreta e non su quella immaginata razionalmente.

Simbolo:
il simbolo corrisponde ad un fede e ad una dottrina. Onorare un’immagine simbolica significa onorarne la fede alla quale rimanda. Alla croce corrisponde Cristo. Al punto centrato, immagine esoterica dell’eliocentrismo, corrisponde il demone solare. Il simbolo richiama direttamente a quello che rappresenta. Imporre un simbolo corrisponde ad imporre la dottrina che da esso è rappresentata. La sua esposizione dimostra una presa di possesso del “territorio sociale” da parte della dottrina da esso rappresentata o celata.

Sole:
nel sole gli esoteristi individuano uno “spirito” portatore di presunte verità. È simbolo di presunta emancipazione e realizzazione dell’uomo edenico e divinizzato, e della ragione emancipata da Dio e dal dogmatismo religioso tipico del Cristianesimo. Emblema di “Lucif-Eros”, considerato come energia divina, magnifico apostata, potente ribelle al tempo stesso portatore di presunta luce interiore o ermetica. Intorno al sole ruotano i demoni planetari, come affermava Ermete Trismegisto citato da Copernico. Gli spiriti dell’aria, a cui allude san Paolo. Il sole in questo ambito, oltre che forza sessuale dirompente, assume il ruolo di signore e dio del mondo, al quale tocca di diritto il posto più nobile ed elevato: il Centro.

Stella a cinque punte:
anche detta “Stella fiammeggiante”, oggi quanto mai di moda, possiede diversi significati occulti. È anche espressione del numero solare seicentosessantasei, la cifra della bestia apocalittica, nel senso che indicare la stella a cinque punte corrisponde a leggere il 666. Essa è anche rappresentata dal segno delle corna, formate da pollice, indice e mignolo. Segno molto evocato dai giovani specialmente nei raduni musicali rock-rave. È il simbolo principe della Massoneria iniziatica, collegato al demone solare egizio Horus, anche detto Heros, o Helios.