giovedì 3 ottobre 2013

CONGIUNZIONI ASTRALI



Uno strano personaggio vestito di nero entrò in Roma, l’11 aprile 1484, domenica delle palme. A cavallo di un irrequieto cavallo scuro, con una corona di spine intorno al capo, ai piedi dei calzari alati, quest’uomo era seguito da moglie, figli ed altri ammiratori. Sulla corona spiccava una mezza luna, sulla quale era scritto: “Questo è mio figlio Poimandres, nella più sublime manifestazione del signore Gesù Cristo”.
Giovanni Mercurio da Correggio, questo era il suo nome, si fermò lungo le sponde del Tevere, prima di recarsi in Vaticano per un colloquio con il Papa ed altri prelati. Egli si presentava come nuovo messia. A quanti lo ascoltavano attoniti lungo la via, ed ai quali i suoi sostenitori distribuivano fogli contenenti il suo proclama, predicava di essere disceso dal cielo per portare la rinascita, la rigenerazione dell’uomo e del mondo. Egli compì inoltre una serie di gesti rituali, di valenza magica, prima di proseguire fino in Vaticano, per completare la sua missione misteriosa deponendo alcuni oggetti simbolici sul soglio di Pietro.
Forse egli si il predestinato della attesa di stampo apocalittico che gli astrologi da lungo tempo riservavano per quell'anno, in vista della prevista grande congiunzione celeste alla quale veniva collegata il manifestarsi di una nuova guida religiosa.
L’astrologia araba che in quel tempo si era diffusa prevedeva infatti tre tipi di congiunzioni planetarie, la piccola che avveniva ogni vent’anni, la media, ogni duecentoquaranta anni e la “magna”, la più importante dal punto di vista etico e religioso, che si ripeteva ogni novecento sessanta anni. Quest’ultima derivava dal lento moto dei pianeti superiori, Giove e Saturno.
Quell’anno, il 1484, doveva avvenire la grande congiunzione di questi due pianeti, nella costellazione dello Scorpione. Per tale ragione, gli scrutatori ed interpreti dei segni celesti erano in fermento. Ad esempio, Johannes de Clara Monte, scriveva in quello stesso anno, che: “Questa importante costellazione e concordanza con gli astri indica che deve nascere un piccolo profeta il quale interpreterà in maniera eccellente le Scritture e fornirà alcune risposte con un grande rispetto per la divinità, alla quale ricondurrà le anime umane … Si vede un monaco in tonaca bianca con il diavolo in piedi sulle spalle. Porta un grande mantello che pende fino a terra e che ha maniche larghe, e un giovane monaco lo segue …” (in I. P. Culianu, Eros e magia nel rinascimento, Boringhieri, Torino 2006, p. 276).
Le cronache non registrano nessun fatto mirabolante avvenuto in quell’anno, oltre la morte del mitico Christian Rosencreutz, il presunto fondatore dei Rosacroce. L’anno precedente era nato Martin Lutero, anche se Melantone riportava come anno di nascita quello successivo, il 1484, forse per ricondurre il personaggio alle dinamiche divine ed alle attese astrologiche previste per quell’anno. Dunque, tutto sembrava tranquillo, almeno in superficie.
Tuttavia, l’evento di per sé pittoresco ed apparentemente innocuo che abbiamo segnalato all’inizio, portava in sé una grande valenza magica e rivoluzionaria. Infatti con Giovanni Mercurio da Correggio, la dottrina ermetica che egli praticava e predicava avrebbe convinto e convertito numerose persone di tutti i livelli, scardinando le rigide mura che la ragione guidata dalla fede aveva eretto in ordine alla metafisica tomista. La teologia scolastica collegata alle intelligenze angeliche ed alle sfere omocentriche che sfociavano nell’Empireo divino, veniva infatti adombrata da pretese di carattere gnostico ed esoterico, dalle credenze magiche e dalle pratiche superstiziose proprie della dottrina ermetica che davano spazio alle interazioni con gli arconti e con i demoni planetari.
Giovanni Mercurio annunziava ai suoi seguaci l'identità di Gesù con Hermes, sulla base della manifestazione di un suo potere personale, di carattere magico. Non solo parole, ma piccoli prodigi liberatori facevano effetto sugli ascoltatori sempre attratti dalle manifestazioni delle forze invisibili, più che dalle enunciazioni teologiche e dalle attese escatologiche cristiane.
Nonostante il suo pressapochismo, l’ingenuità, la tendenza all’esibizionismo, la sua mancanza di istruzione convenzionale, Giovanni Mercurio da Coreggio “sconvolse” la vita di un intellettuale dell’epoca, Ludovico Lazzarelli, umanista e poeta, prima di conoscerlo profano, dopo l’incontro, poeta ermetico. Il Lazzarelli difatti fu talmente impressionato da Giovanni Mercurio e dai suoi “poteri” magici, da affidarsi a lui completamente, definendolo suo padre spirituale, come narra egli stesso nell’Epistola di Enoch, ove tra l’altro registra l’episodio che abbiamo riportato all’inizio.
In genere, avviene che sia il sapiente ad illuminare il semplice. In questo caso è avvenuto il contrario. Un po’ come per Rasputin che in virtù delle sue capacità taumaturgiche si insidiò alla corte dello zar Nicola II. L’audace e semplice Mercurius de Corigio “iniziò” il Lazzarelli alla “nuova” rivelazione divina, identificando la Mente (Poimandres) con il Cristo gnostico. Tale identità avrebbe dovuto illuminare e guidare quanti si disponevano alla rinascita etica e religiosa, che comportava la confusione tra sacro e profano, tra teologia e magia.
Il Lazzarelli, iniziato dal Coreggio alla dottrina ermetica, ne diventò un illustre interprete. Fu proprio lui che tradusse dal latino il libro XVI del Primander,. Questo capitolo, L’Epistola di Asclepio al re Ammon, tuttora depositato nella biblioteca comunale di Viterbo, descrive l’aspetto magico del sole, la sua presunta natura divina, la sua centralità nel sistema celeste, la corte di spiriti che gli sono asserviti. Insomma, tutta la liturgia solare ermetica collegata al modello eliocentrico è contenuta nel capitolo XVI.
Il Libellus XVI, tradotto dal Lazzarelli, ha infatti rafforzato la credenza che l’astro fosse la chiave per interpretare il sistema planetario in senso antiaristotelico, in base alla concezione di Platone, il quale concepiva il sole come immagine principale del mondo delle idee, le quali dall’iperuranio proiettano la loro essenza nel mondo, perdendo la loro essenza preminentemente spirituale. Immagine questa ripresa dal Dionisio l’Aeropagita, nelle Divine Gerarchie, testo nel quale al sole è attribuita l’origine innanzitutto della luce spirituale.
Copernico presentando la nuova immagine eliocentrica del mondo, citò esplicitamente Ermete, per il quale il sole è un “secondo Dio” e dunque degno di essere venerato come parte centrale di un sistema cosmico divino. Copernico sembra quindi confermare l’identificazione fra il sole, il demiurgo e la “mente creatrice” che unisce cielo e terra, inviando dall’alto autentica essenza ed innalzando la materia dal basso. Implicitamente, egli cercò di dare consistenza scientifica al capitolo tradotto dal Lazzarelli, inserendo così nel “senso interno” dell’uomo, l’intermediario fra materia e spirito, un “nuovo fantasma” non corrispondente alla realtà percepita. Egli forzò, come disse poi Galilei, la realtà con l’immaginazione sostituendo la seconda alla prima. Operazione questa di carattere prettamente magico, prima ancora che scientifica.
Del resto, Copernico come Ermete credeva che mentre è impossibile per l’uomo vedere Dio, ed è impossibile comprenderlo se non per mezzo di congetture e duro sforzo intellettivo, “non per congettura contempliamo il sole; lo vediamo con i nostri veri occhi … perché egli è posto nelle nebbie ed indossa il kosmos come una ghirlanda intorno a sé … Dio allora è il Padre di tutto; il Sole il demiurgo; ed il kosmos lo strumento attraverso il quale il Demiurgo opera”.
Questi concetti ermetici di antica radice pagana vennero proferiti con tutta solennità da Giovanni da Correggio nella fatidica Domenica delle Palme del 1484 agli astanti sbalorditi, colpendo profondamente quelle persone dalla fede stanca, che preferivano al dogmatismo religioso esperimentare stati d’animo nuovi, sondare dimensioni proibite, entrare in contatto con quegli spiriti ingannevoli in grado di operare sul senso interiore, sull’immaginazione umana.
Per tale ragione, il modello eliocentrico, con tutta la pletora di credenze irrazionali ad esso associata, ha comportato una rivoluzione innanzitutto mentale all’interno dell’individuo. L’immaginazione razionale, con l’imporsi di tale immagine, fu come costretta a creare una realtà parallela, non in linea con quella percepita, costruita sulla base esclusiva di una logica matematica, non fisica, non in accordo con i dati dell’osservazione, se non dopo una lunga serie di successive elaborazioni ed “inversioni” teoriche. 
L’immagine fantastica costruita dalla ragione ermetica ha così gradualmente sostituito l’immagine teologica e metafisica della realtà. La quale prende inizio dal mondo percepito, ed in questo ritorna per condurre la mente e la ragione dalla terra verso l’empireo divino. Ove regna indisturbata la Santissima Trinità, la sterminata milizia celeste, i beati spiriti angelici che continuamente godono della presenza dell’ineffabile Dio e del suo glorioso Figlio unigenito, Gesù Cristo, nell'unione d’amore indissolubile generata dallo Spirito Santo.


domenica 1 settembre 2013

GEOMETRIA “SACRA”





L’elemento fondamentale della geometria ordinaria, euclidea o non euclidea, è il concetto di distanza. Due punti distinti tra loro sono separati dalla differenza delle loro coordinate, come intervallo che separa posizioni non coincidenti. Del resto, noi verifichiamo ad ogni istante la “distanza” rispetto agli oggetti che ci circondano. Nessun dubbio in proposito, nonostante gli sviluppi che Einstein elaborò sul concetto di intervallo spazio-temporale e della sua relazione con i sistemi di riferimento in moto relativo.
Occorre anche rilevare un piccolo paradosso in proposito. Infatti, le regole della geometria che consentono di elaborare strutture architettoniche semplici o complesse, nel caso in cui si riferiscano a luoghi sacri di culto, chiese e santuari, sembrano essere superate da relazioni più ampie. Questo perché nello spazio interno ad una chiesa si determinano relazioni con la dimensione trascendente, anche dal punto di vista geometrico.
È ovvio che il processo di costruzione di un tempio dedicato al culto di Dio segue le stesse regole della costruzione di case e palazzi. Ma all’interno di un tempio consacrato gli intervalli spazio-temporali vengono come assorbiti nell’unità dello Spirito Santo, per il quale non vale la logica della separazione e della distanza, ma quella dell’amore e dell’unità.
La geometria utilizzata per realizzare la struttura materiale del tempio sacro in tutte le sue parti, in un certo senso, viene integrata e superata da altre relazioni, terminando di valere al suo interno, nel momento in cui l’edificio viene consacrato e reso spazio “non ordinario”, luogo di culto ove Dio manifesta più che altrove la sua viva Presenza celebrata attraverso le fasi del tempo liturgico.
Dopo la consacrazione del luogo di culto, infatti, la struttura sacra non appartiene più al solo ambito profano dal quale è scaturito. Il rapporto terra-cielo, umano-divino, che in esso si determina trasferisce alla terra aperture e proprietà celesti o spirituali. Lo spazio sacralizzato diviene gerarchico, strutturato in altezze, gradi o livelli che culminano nel luogo ove è posto il Santissimo.
Lo spazio interno ad una chiesa si differenzia da quello esterno, perché lo spazio sacro non è omogeneo ed isotropo come quello ordinario, ma gerarchico e graduale. Insomma, come dicevamo se nello spazio ordinario vale il concetto di distanza, in quello sacro no.
Non appena si entra in una chiesa, in quel momento si entra in uno spazio a “distanza nulla”, nel quale vale il concetto di unità e di gerarchia, prima ancora di separazione e distinzione. Ad una geometria sacra corrisponde peraltro un tempo sacro e liturgico, il cui carattere e la contemporaneità e compresenza essendo esso di natura trascendente ed eterna.
La “non validità” del concetto di intervallo spazio-temporale, o di distanza all’interno di una chiesa, significa ad esempio che stare nell’ultimo posto o sedersi nel primo banco davanti all’altare, è equivalente. È fin ovvio constatare che l’azione di grazia si manifesta in modo analogo per chi è seduto in prima fila come per chi è seduto al fondo o in piedi ad un passo dalla porta d’uscita. Una preghiera non acquista valore per il fatto che sia recitata sotto l’altare o dall’ultimo posto della chiesa. Il “fattore di qualità” che rende efficace una preghiera o una visita eucaristica è extra-geometrico, non dipende dal punto in cui si effettua.
Ogni punto della chiesa sotto l’Altare e sotto il Tabernacolo, lo spazio riservato ai fedeli, è equivalente, perché come dicevamo in questo luogo lo spazio non è più omogeneo. In esso tutto è compresente. Il punto A non è diverso dal punto B. A è coincidente a B. L’ultimo posto coincide con il primo, il primo con l’ultimo, come se fossero su una stessa linea ideale più che su di un piano reale.
Sono tre i livelli di spazio, tre i “gradini gerarchici”, tre le “altezze” che caratterizzano ogni chiesa, santuario, cattedrale. Il primo è lo spazio riservato ai fedeli, nel quale questi recitano le loro preghiere o partecipano alle funzioni sacre.
Il secondo è lo spazio dell’altare, ove i presbiteri, accoliti, lettori svolgono il loro ruolo durante le sacre funzioni. Esso rappresenta l’altezza, il grado successivo e riservato della chiesa, distinto da pochi simbolici gradini, una volta effettivamente delimitato e non accessibile a tutti. In esso si celebra il Sacrificio di Cristo, secondo le fasi liturgiche che richiamano in essere i momenti sacri della sua vita di Cristo.
Il terso luogo sacro, quello che per sua natura trascendente sacralizza ed “incurva” intorno a sé tutto l’ambito in cui si trova è il Santissimo Sacramento, riposto nel Tabernacolo, ove risiede la presenza reale di Cristo. È intorno alla presenza reale di Cristo, per la quale e dalla quale prende inizio, svolgimento e conclusione ogni azione del tempo liturgico.
Questi tre gradi dello spazio sacro sono fra essi intimamente connessi, ma distinti e separati da “altezze” diverse, dal basso verso l’alto. Il passaggio da uno all’altro non avviene per continuità, ma per gradi qualitativi, come dei “salti quantici” sacri.
Nel loro interno, fra punti diversi non c’è distanza, essi sono però distinti l’uno dall’altro attraverso “gradini mistici”. Tutti i punti della Chiesa costituiscono cioè un unico spazio strutturato in tre livelli, piani o gradi. In ognuno di questi sottolivelli non c’è distanza, ma unità, compresenza, rispetto al Centro determinato dalla Presenza reale del Signore Gesù nel Santissimo Sacramento. Dal “basso”, riservato al Popolo di Dio, all’altare, centro nel quale si svolgono i riti sacri, all’Altissimo, dal quale prendono avvio e significato secondo i vari tempi liturgici. Una struttura piramidale.

Prima di iniziare le preghiere ci si fa il segno di croce, così quando si terminano. Il segno di croce come un recinto ideale separa i pensieri comuni dalle preghiere rivolte a Dio, il profano dal sacro. Così la porta di una chiesa separa due spazi, uno omogeneo e profano, l’altro gerarchico e sacro.
Il luogo sacro, che si distingue da quello profano ove valgono le regole geometriche fondate sul concetto di separazione e di distanza fra due punti diversi, corrisponde ad una stessa immagine metafisica, qualunque sia la forma effettiva della chiesa, cattedrale, santuario.
Consideriamo infatti che tutti i punti dello spazio riservato ai fedeli sono equidistanti rispetto al centro dell’altare, il quale a sua volta è equidistante rispetto al Tabernacolo.
Nella geometria euclidea, il luogo nel quale tutti i punti sono equidistanti rispetto ad un altro corrisponde alla circonferenza o cerchio che si costruisce appunto intorno ad un centro geometrico.
Nello spazio sacro di una chiesa si hanno così due “circonferenze”, separate in altezza, entrambe centrate intorno al Tabernacolo. Una “corona circolare” centrata nella presenza reale e centrale di Gesù Cristo.
Ogni chiesa a prescindere dalla forma e dall’architettura con la quale è costruita e con la quale si presenta in modo sensibile, può essere riportata nella geometria sacra ad un modello composto da due cerchi di diversa altezza centrati intorno all’Altissimo riposto nel Tabernacolo. Al centro il Tabernacolo, intorno lo spazio dell’altare, intorno a questi lo spazio dei fedeli.
Una chiesa è come una città tutta definita e perfetta, non più in fase di costruzione. In questa città messianica, la Gerusalemme celeste, ove tutto è definito stabilmente, le persone sono attraversate dal tempo, avvicinandosi e conformandosi sempre più per quanto possibile, alla persona divina di Gesù Cristo, vivo e presente nelle specie eucaristiche.
È il rapporto con Cristo che determina le diverse “altezze”, le “parti di cielo” occupate dalle persone all’interno della Chiesa. Tutto in senso assoluto. Nel “sacro” infatti il relativo non esiste, poiché ogni ente è relazionato con lo spirito d’amore che scaturisce come un fiume dal seno della Santissima Trinità.






giovedì 11 luglio 2013

FRANCESCANESIMO E MASSONERIA






Tra i santi apprezzati dalla massoneria, oltre a S. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista, festeggiati dalla liturgia cattolica in prossimità dei solstizi estivo ed invernale, segue san Francesco, il poverello di Assisi, il santo che arso dall’amore di Cristo ricevette le stimmate della Passione, la cui festa è celebrata il 4 ottobre. Illustri massoni affermano addirittura l’esistenza di una certa affinità nelle opere e nelle intenzioni di questo Santo con i principi e le finalità perseguite dalla variegata e sfuggente corporazione, fondata come è noto sui principi di libertà, uguaglianza, fraternità. Corporazione iniziatica che postula la formazione dell’individuo su linee laiche, estranee a quelle dogmatiche e gerarchiche proprie del cattolicesimo, utilizza giuramenti di segretezza e che si è posta su posizioni decisamente anticlericali, fin dal suo esordio ufficiale, nel 1717, a Londra. Con il passare del tempo, la massoneria ha tuttavia cambiato atteggiamento nei confronti della Chiesa Romana. Non più scontri diretti e polemiche controproducenti, ma ricerca di eventuali zone di contatto all’interno delle quali elaborare possibili interazioni. Una di queste riguarda il rapporto della Libera Muratoria con il Francescanesimo: «Ordine che non si limitò a predicare ma concretamente visse i principi della fratellanza, della solidarietà, della Libertà nella ricerca … e concretamente visse altresì l’esperienza, audace e storicamente mancata, della ordinazione non canonica dei laici, cioè di una “iniziazione” non filtrata dai poteri della Curia Romana»[1].

SAN FRANCESCO, PERFETTO MURATORE?
La stima che la Framassoneria nutre per il Santo d’Assisi si è riversata, come di riflesso, anche su Papa Francesco, al quale il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, in occasione della sua elezione al soglio Pontificio, ha rivolto un positivo augurio pubblicato sul sito ufficiale del GOI. Infatti, senza esimersi dall’indicare la via che il Santo Padre avrebbe dovuto seguire, per non deludere le aspettative delle maestranze massoniche, Gustavo Raffi auspicava che: «il pontificato di Francesco, il Papa che “viene dalla fine del mondo” possa segnare il ritorno della Chiesa-Parola rispetto alla Chiesa-istituzione, promuovendo un confronto aperto con il mondo contemporaneo, con credenti e non, secondo la primavera del Vaticano II».
Il G. M. Raffi dà per scontato che vi siano due chiese (istituzionale e carismatica) in opposizione tra loro all’interno della Chiesa Cattolica, la quale invece è sempre Una, Apostolica e Romana. Come se fosse possibile all’apostolo San Giovanni opporsi a San Pietro, determinando così la divisione e la rovina interna del Regno di Cristo, peraltro tanto auspicata dalle consorterie iniziatiche.
Sulla scia di questo equivoco di antica data, un’analisi «innovativa e progressista» della figura di S. Francesco, è stata sviluppata dalla Loggia dell’Antico Rito di Memphis e Misram (GOI), in due convegni svoltisi ad Assisi, nel 1986 e nel 1998, su «Francescanesimo e Libera Muratoria». In tale occasione il gran maestro di Loggia, Giancarlo Seri, nella seconda presentazione degli Atti, ha ribadito una sua opinione, forte e senza fondamento, riguardo al Santo di Assisi. Ossia, che: «Francesco, sia sul piano simbolico sia sul piano operativo, fu, indiscutibilmente, un vero e perfetto Libero Muratore (sic!)».
Quest’assurdità troverebbe ragione nel fatto che S. Francesco nel riedificare chiese abbandonate, avrebbe perseguito le stesse finalità, avrebbe utilizzato regole e strumenti operativi (squadra, compasso, ecc.) tipici dei maestri comacini, precursori dei Liberi Muratori. Secondo il Gran Maestro, infatti, S. Francesco: «poté conquistare le più sublimi vette dell'iniziazione e della reintegrazione spirituale nell'unità divina primigenia. Mai vi fu al mondo un più fulgido esempio di santità e perfezione laica»[2].
Per trovare improbabili punti di incontro tra il Poverello e l’istituzione massonica, il gran Maestro – tralasciando il fatto che Giovanni di Bernardone non fosse un laico, avendo emesso i tre voti religiosi, vivendo in comunità religiosa ed essendo diacono –, prosegue la sua esposizione analizzando in chiave esoterica il simbolo francescano del «Tau». 

NUMEROLOGIA
È nota infatti l'affezione di san Francesco per questa lettera, comune all'antica lingua ebraica ed a quella greca e che in ambito spirituale assume il significato di salvezza e salute dell'anima. Tommaso Celano nel «Trattato dei miracoli», del 1225, scrive che: «fra le tante lettere, gli era familiare la lettera Tau, con la quale firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle ... con lo stesso sigillo san Francesco firmava le sue lettere, tutte le volte che per necessità o per spirito di carità, spediva qualche suo scritto»[3].
Anche san Bonaventura conferma che «Francesco venerava questo segno e gli era molto affezionato, lo raccomandava spesso nel parlare, con esso dava inizio alle sue azioni». Tali asserzioni sono comprovate in modo diretto dallo stesso Santo, il quale nella cosiddetta «Chartula di Francesco», conservata nel Sacro Convento di Assisi, impartisce la sua benedizione a frate Leone, per sollevarlo da una profonda crisi spirituale.
Il Santo scrisse la Chartula due anni prima della sua morte, dopo il ritiro sul sacro monte della Verna, sul quale si trattenne nel 1224, dalla festa dell'Assunzione a quella di S. Michele Arcangelo, ed in occasione del quale venne insignito delle «stimmate» da parte di un serafino con sei ali, «tanto luminose quanto infocate». Spiega S. Bonaventura che: «Il verace amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine stessa dell’amato»[4].
Ebbene, il gran maestro di Loggia esperto di simbologia e di esoterismo ricama riflessioni di stampo iniziatico circa questa "dedica", prendendo spunto dal fatto che, il Tau segnato da S. Francesco, sembra fuoriuscire dalla bocca di un viso d'uomo stilizzato. Questo segno attraversa poi il nome di frate Leone dividendolo in due parti. La prima con la parola frate più due lettere del nome Leone, cioè «frateLe». la seconda a destra contiene le rimanenti tre lettere «one».
Dal punto di vista numerologico, rileva il G. M., la parola “frate” contiene 5 lettere. La parte del nome “Le”, 2. In tutto 7 lettere. Invece le ultime lettere del nome “one" sono 3. Sommando tutti questi valori si ottiene il 10.
Nell'arte regia, che secondo Giancarlo Seri il Poverello avrebbe conosciuto ed applicato, questi numeri trovano i seguenti significati: il 5 rappresenta il pentalfa o stella fiammeggiante. Il 2 la binarietà del mondo visibile. Il 7 la realizzazione della cosiddetta grande opera. Il 10 l'irreversibile "salto nell'abisso" dell'adepto che ha conseguito la «grande opera». Inoltre, il segno di separazione in due parti del nome, significa esotericamente la separazione fra il denso e il sottile, l'ordine dal caos, il bianco dal nero. Senza questa fase non sarebbe possibile avviare alcuna trasmutazione spirituale iniziatica[5].

TRECENTO CUBITI DI ALTEZZA
A questo punto, ci permettiamo di osservare che S. Francesco d’Assisi, del tutto rapito dall’amore in Cristo, avrà certamente sperimentato che «lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio» (1 Cor 2, 10). Pertanto, la sua conoscenza derivava dalla scienza infusa dall’alto grado di grazia perseguita, non certo da discutibili e sotterranee nozioni esoteriche scovate chissà dove. Il Poverello, attento scrutatore e conoscitore della Parola di Dio, non poteva ignorare il valore soteriologico che la Bibbia ascrive alla lettera «Tau».
È il profeta Ezechiele ad attestare, dopo aver visto l’abominio nel Tempio, che «circa venticinque uomini, con le spalle voltate al tempio e la faccia a oriente che, prostrati, adoravano il sole» (Ez 8, 16), il Signore disse: «Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna con un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono» (9, 4). Questo brano biblico segnerà la tradizione, consentendo il passaggio dal Tau-croce al 300-croce, poiché Tau=300.
San Girolamo (+420) affermava che presso gli antichi ebrei, Tau, ultima lettera dell’alfabeto, ha la forma di quel segno di croce che i cristiani tracciano sulla loro fronte ed utilizzano come firma manuale. Questo segno veniva interpretato anche come conclusione e compimento della Parola rivelata.
Origene riteneva che l’antico modo di scrivere il Tau accentuava la sua forma di croce e che una profezia risiedeva in questo segno, il quale sarebbe stato perciò impresso dopo sulla fronte dei cristiani. “Portare la propria croce” secondo le indicazioni di Gesù, veniva così interpretato anche letteralmente, come il portare esternamente il carattere interno della Croce[6].
Come dicevamo, dal punto di vista numerologico, il Tau viene posto in corrispondenza con il numero 300, ed è inteso come segno di salvezza. Questo numero infatti compare già nella Genesi (6, 14-15), quando Dio disse a Noè: «Fatti un’arca di legno di cipresso … Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza».
Origene spiega ancora che l’arca raffigura la croce redentrice, poiché 300 corrisponde alla lettera Tau, all’albero della nave col suo pennone, alla croce (Homelia in Genesin 2, 5). Questa corrispondenza era celebrata liturgicamente nell’Analecta Hymnica, ove è contenuto l’antico inno cantato anche da S. Francesco: «Ligno crucis fabricatur / Arca Noe qua salvatur / Mundus a miseria» (Con il legno della croce venne fabbricata l’arca di Noè che salvò il mondo dalla miseria).

INTRANSIGENZA FRANCESCANA
Al di là di queste brevi osservazioni, ci sembra giusto sottolineare che San Francesco, essendo una persona carismatica, come tutti i fondatori ha vissuto il rapporto carisma-istituzione non senza problemi e fraintendimenti. Ma come tutti i santi fondatori si è indirizzato lungo la linea ecclesiale indicata da San Paolo, il quale esorta i Corinzi ad amministrare i doni dello Spirito Santo per l’edificazione della Chiesa, senza lasciar spazio a nessuna autonomia. San Giovanni si ferma davanti al sepolcro vuoto, per fare entrare per primo Pietro, il capo degli Apostoli.
È comunque certo che il Santo serafico, che ripristinò la stretta osservanza religiosa, che si spogliò di tutto per amore di Cristo crocifisso, che indicò la via della penitenza per conseguire la vera pace, esercita ancora oggi un grande fascino su credenti e non credenti. Sono quindi comprensibili i tentativi di interpretazione ed “affiliazione” della sua figura che si sollevano anche da parti estranee alla sua cultura, alla sua religiosità. È però anche probabile che egli si sarebbe svincolato da molti di questi. Egli infatti era intransigente circa l’osservanza e la totale sottomissione alla Curia Romana. Egli non puntò il dito sulla corruzione esistente nel Clero, ma cercò di ripararla innanzitutto nella sua persona, attraverso la via della penitenza e della continua conversione a Cristo.
Nella Lettera al Capitolo generale e a tutti i frati, ad esempio, egli dichiara di non volere ritenere come cattolici coloro che non dicono l’ufficio divino o vogliono mutarlo, e perciò rifiuta anche di vederli e di parlare con loro[7]; così pure di quelli che vanno vagando incuranti della disciplina della Regola. E nel suo Testamento ribadisce e chiarisce ancora questa sua netta disposizione[8].
Il “grande Santo” quindi non si sarebbe affatto sentito «in stretta comunione spirituale con molti di coloro che praticano la Libera Muratoria Universale», come invece sostiene il G. M. Giancarlo Seri. Francesco infatti non aveva «come suo unico bagaglio, una sacca contenente gli strumenti dell’Arte Regia: la squadra, il compasso, la cazzuola, il filo a piombo, il mazzuolo, la riga e lo scalpello»[9], ma semplicemente il Vangelo e Cristo crocifisso nel suo corpo.

RESTAURAZIONE DELLA ROMANITÀ
Quando restaurò con le proprie mani la Chiesa di S. Damiano, fra il 1206 ed il 1208, se anche utilizzò per necessità strumenti tipici dei muratori, lo fece con tutt’altro scopo da quello perseguito dai Liberi Muratori. Egli non si atteggiò mai a capomastro o a direttore dei lavori materiali o spirituali, ma si considerò sino alla fine un «uomo inutile e indegna creatura del Signore Iddio»[10].
Alla misteriosa voce che gli disse: «“Francesco, va, ripara la mia casa, che, come vedi, va tutta in rovina” … dapprima rimase atterrito; poi, colmo di gioia e ammirazione, prontamente si alzò, e si impegnò totalmente a compiere l’incarico di riparare l’edificio esterno della chiesa: ma l’intenzione principale della Voce era diretta alla Chiesa, che Cristo acquistò con lo scambio prezioso del suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe insegnato ed egli stesso in seguito avrebbe raccontato ai suoi intimi»[11].
La missione e l’intenzione che i veri seguaci di San Francesco perseguono è quella di mantenere viva la sua opera di pacificazione e restaurazione della Romanità, dai sempre altrettanto vivi tentativi di corruzione provenienti dall’interno e dall’esterno, proprio ad opera delle consorterie iniziatiche che tanto bramano di instaurare un dialogo con la Chiesa di Roma. Per realizzare questa missione ecclesiale, non occorrono strumenti particolari o segreti simbolismi, ma la grazia che santifica la vita quotidiana e lega sempre più l’anima a Cristo povero e sofferente. Proprio questa pacificazione dell’anima è espressa come sintesi e lascito della dottrina spirituale di Francesco d’Assisi al termine della sua Lettera al Capitolo generale e a tutti i frati, che riportiamo in conclusione. Se i Liberi Muratori, non essendo più tali, potessero davvero condividere pienamente questa lode al Dio Trinitario, senza fini occulti ed interpretazioni raffinate ed originali ordinate ad improbabili accezioni esoteriche del pensiero e dell’opera del Poverello, allora forse sarebbe possibile un costruttivo confronto con essi, sempre in vista della comune, totale conversione e sottomissione di ogni persona, istituzione e dell’intero mondo al Signore Gesù Cristo:
«Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per la forza del tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e, con l’aiuto della tua sola grazia, giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nella Unità semplice vivi e regni glorioso, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen»[12].




[1] A. A. Mola, I Francescani in Massoneria e per la Massoneria, in, a cura di G. Seri, Francescanesimo e Libera Muratoria, Arktos, Carmagnola 1998, p.76.
[2] Ibid. p. 7.
[3] In Fonti Francescane, Ed. Messaggero Padova, 1990, Sez. Seconda, Cap. II, 827, p. 740.
[4] Ivi, Leggenda maggiore di S. Bonaventura di Bagnoregio, n. 1228, p. 948.
[5] G. Seri, a cura di, Francescanesimo e Libera Muratoria, cit., pp. 9-12.
[6] Cfr. D. Vorreux, Tau simbolo francescano, EMP, Padova 1994.

[7] «Quei frati poi che non vorranno osservare fedelmente queste cose, non li ritengo cattolici, né miei frati: io non li voglio vedere, non ci voglio parlare finché non abbiano fatto penitenza», F. F., cit., VI, 229, p. 166.
[8] «E se si trovassero dei frati che non recitano l’Ufficio secondo la Regola o volessero comunque variarlo, o non fossero cattolici, tutti i frati, ovunque sono, siano tenuti per obbedienza, appena trovato uno di essi, a consegnarlo al custode più vicino al luogo dove l’avessero trovato. E il custode sia tenuto fermamente per obbedienza, a custodirlo severamente come un uomo in prigione, giorno e notte, così che non possa essergli tolto di mano, finché personalmente lo consegni nelle mani del suo ministro», F. F., cit., 126, p. 133.
[9] G. Seri, cit., pp. 94 e 14.
[10] F. F., cit., VI, 229, p. 166.
[11] F. F., cit., L. V, 1334, p. 1022.
[12] F. F., cit.,  VI, 229, p. 167.





domenica 16 giugno 2013

MODERNO “MEDIOEVO”





I miracoli confermano la verità di ciò che uno insegna e manifestano la presenza di Dio in chi insegna, afferma san Tommaso d’Aquino (S. T., III, q. 43). Essi possono essere compiuti solo per potenza divina, in quanto solo Dio può mutare l’ordine della natura e l’umano potere, per aiutare gli uomini a crescere nella fede. Per questo, Cristo operò miracoli di ogni genere. Come quando alla sua morte fece oscurare il sole (S. T. III, q. 44, 2), dimostrando così il suo potere anche sui corpi celesti a cominciare dal centurione fermo come la terra ai suoi piedi, il quale credette.
Meno visibile, ma ancor più portentoso, il miracolo che si ripete durante ogni Messa, al momento della consacrazione del pane e del vino. Miracolo che nessun’altra religione può vantare, nessuna magia può imitare e contro il quale le forze degli inferi non potranno mai prevalere. Esso si ripete a prescindere dalla santità del sacerdote che attua la transustanziazione, ossia la trasformazione della sostanza del pane e del vino nella sostanza di Gesù, morente sulla Croce, pronunciando le antiche parole stabilite dal rito.
L’ultimo miracolo eucaristico riconosciuto dalla Chiesa si è svolto pochi anni fa. Ed assume un significato particolare perché si svolse in una chiesa di Buenos Aires, ove era insediato l’allora cardinale Bergoglio. Il resoconto dei fatti è reperibile in un articolo di Fr. M. Piotrowski SChr, riportato in diversi siti.
Il 18 agosto 1996, in una chiesa di Buenos Aires, una donna avvertì il sacerdote celebrante, don Alejandro Pezet, di aver visto gettare un’ostia consacrata per terra, in un angolo della chiesa. Il sacerdote corse a raccogliere l’Eucarestia profanata, la depose in un contenitore con dell’acqua, come per lavarla, e chiuse il tutto nel Tabernacolo.
Dopo otto giorni, il 26 agosto, aprendo il Tabernacolo scoprì che l’Ostia non si era decomposta, ma si era macchiata di sangue. Informò il cardinale Bergoglio, il quale inviò prontamente un fotografo per effettuare un accurato rilievo fotografico. Le fotografie mostravano che l’Eucarestia si era trasformata in un pezzo di carne sanguinolenta. Ed era inoltre cresciuta nelle dimensioni. Questo fenomeno venne tuttavia tenuto sotto riserbo, per diverso tempo.
Dopo tre anni, poiché l’Ostia sanguinolenta non si decomponeva, il Cardinale, peraltro esperto in chimica, pensò di farla esaminare scientificamente. Nell’ottobre del 1999, tramite il dottor Castanon, decise di inviare un frammento di particola insanguinata in un famoso laboratorio di analisi di New York. Bergoglio, pensò bene anche di non rivelare agli scienziati la provenienza del Reperto da analizzare, per non influenzare in un senso o nell’altro le indagini.
Il dottor Frederic Zubiga, noto cardiologo e medico legale, incaricato di effettuare le analisi, in breve tempo emise i risultati. Oltre a stabilire che il campione analizzato conteneva DNA umano, emise il responso nel quale si leggeva:
«Il materiale analizzato è un frammento del muscolo cardiaco trovato nella parete del ventricolo sinistro in prossimità delle valvole. Questo muscolo è responsabile della contrazione del cuore. Va ricordato che il ventricolo cardiaco sinistro pompa sangue a tutte le parti del corpo. Il muscolo cardiaco in esame è in una condizione infiammatoria e contiene un gran numero di globuli bianchi. Ciò indica che il cuore era vivo al momento del prelievo».
Proseguiva il dott. Zubiga: «La mia tesi è che il cuore era vivo, dal momento che i globuli bianchi, al di fuori di un organismo vivente, muoiono, perché hanno bisogno di un organismo vivente per sostenerli. Quindi la loro presenza indica che il cuore era ancora vivo quando il campione è stato preso. Per di più, questi globuli bianchi sono penetrati nel tessuto, ciò indica che il cuore aveva subito un grave stress, come se il proprietario fosse stato picchiato duramente sul petto». Egli infine confessò che mentre lo stava analizzando, il pezzo di cuore pulsava, proprio come se fosse vivo.
Lo scienziato venne interpellato dai consulenti inviati da Bergoglio a controllare lo svolgimento delle analisi circa il tempo di sopravvivenza dei globuli bianchi di sangue di tessuto umano in acqua. Rispose che il tempo di sopravvivenza in acqua di cellule bianche di tessuto umano è solamente di pochi minuti.
Solo allora venne informato della natura del reperto. Ossia, che il campione da lui analizzato era una particola consacrata, raccolta dalla terra, tenuta per un mese in acqua naturale, ed altri tre anni in un contenitore di acqua distillata. Di fronte a questa dichiarazione, lo sconcerto del dottor Zubiga aumentò, ed egli fu costretto ad ammettere:
«Come e perché un’Ostia consacrata avrebbe cambiato il suo carattere per diventare carne viva e sangue umano rimarrà un mistero inspiegabile per la scienza, un mistero del tutto al di là della mia competenza».
Quanto deve essere costata questa ammissione al molto illustre dottor Zubiga, scienziato di primo livello! Egli porterà imperituro ricordo del clamoroso insuccesso suo e della scienza in cui è tanto preparato. Come un povero studente umiliato dal professore, egli abbasserà lo sguardo ricordando il fatto al quale non seppe fornire adeguata spiegazione scientifica.
Può darsi che egli fosse agnostico o non credente, come gran parte dei grandi luminari della scienza, prima del “fatto”. E che qualcosa nel suo cuore sia mutato di fronte a questa palese violazione delle leggi chimiche. Un tremolio della sua intelligenza, un varco nella sua preparazione, nella sua professionalità tanto riconosciuta, di fronte alla constatazione dell’ignoranza umana, che facilmente si gonfia al vento di una ragione avulsa dalla fede.
Certamente, il dottor Zubiga sarà rimasto ancora più scosso sapendo che era stato eletto come nuovo papa il cardinal Bergoglio, proprio colui che gli aveva commissionato l’insolita indagine. Questo evento gli suonerà come un’attestazione dei prodigi che la Trascendenza opera tra gli uomini, per portarli alla conoscenza della Verità. Anch’egli si sentirà sempre più partecipe del disegno della Provvidenza, che non esclude nessuno, quale attendibile certificatore di quel miracolo eucaristico.
Cose da medioevo, pensava infatti di queste “superstizioni” il razionalista scientifico, l’esperto manipolatore della materia, il conoscitore dei più sofisticati processi chimici, prima di sperimentare tra le sue mani il prodigioso potere di Dio, prima di sentire un tessuto di cuore umano pulsare vita dove all'opposto avrebbe dovuto essere soltanto farina putrefatta.
Invece proprio lui, scienziato moderno, direttore di uno dei più prestigiosi centri di analisi americani, nell’era tecnologica e computerizzata, dovette riconoscere la presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucarestia e condividere, forse anche solo per un attimo segreto, l’atto di fede dell’apostolo più freddo e incredulo, Tommaso, il quale, solo dopo aver messo le dita nelle ferite di Gesù risorto, esclamò con tutta la forza del suo cuore: «Mio Signore, mio Dio» (Gv 20, 28).
Noi speriamo che proprio questo semplice atto di fede nella misteriosa presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, che abbiamo immaginato emergere tra i profondi solchi della sua ragione, diventi per questo ed altri uomini di scienza come quel «granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti i semi, ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (Mr 4, 21).





venerdì 31 maggio 2013

LE “TUNICHE DI PELLE”




Quando scacciò Adamo ed Eva dal paradiso, Dio fece loro «tuniche di pelle e li vestì» (Gen 3, 21), per proteggerli non solo dai fattori ambientali. Ma soprattutto da quel potere spirituale che li aveva ingannati e che fu sprofondato negli inferi.
Le tuniche bibliche sono anche figura delle “vesti di salvezza” alle quali allude il profeta Isaia (Is 61, 10), nonché simbolo di quella «armatura di Dio che ci consente di contrastare le ingegnose macchinazioni del diavolo … per resistere nel giorno malvagio e, dopo aver tutto predisposto, tenere saldamente il campo» (Ef 6, 11-19).
San Giovanni Cassiano (Conferenze VIII, 12), scrive in proposito di queste pelli che come i governanti della terra separano i malfattori dalla società attraverso le mura delle prigioni, così Dio ha posto uno schermo di separazione fra gli uomini e gli spiriti decaduti, affinché questi non corrompano i primi.
La grossolanità dei nostri sensi non ci consente quindi di percepire direttamente la realtà spirituale, nel bene e nel male. Quando la porta della percezione si apre, infatti, insieme agli angeli compaiono immancabilmente spiriti dell’aria e demoni. I quali sono in grado di utilizzare il loro potere preternaturale per «plasmare con l’aria corpi visibili e sensibili di qualunque forma e figura ed assumendoli farli parlare ed agire» (S. Th., I, 114, 4).
L’interazione della dimensione infera con quella ordinaria avviene innanzitutto nella sfera mentale ed immaginativa, sulla quale i demoni possono interferire coinvolgendo anche il corpo, specialmente nella sfera sessuale. Il famoso manuale degli inquisitori, il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe) del 1486, metteva in guardia già dalle prime battute sul potere dell’illusione insito nella stregoneria: «Le streghe possono operare prodigiose illusioni, per cui può sembrare che il membro virile venga completamente staccato dal corpo».
Nella solitudine del deserto, i primi anacoreti venivano turbati da fanciulle lascive che comparivano nella loro immaginazione in modo quasi sensibile. Al giorno d’oggi, il nudo è davanti agli occhi di tutti, in modo ossessivo, trasmesso ed elaborato dai media in modo diretto o allusivo, attraverso immagini, storie scabrose e scandali veri o presunti divenuti ormai norma di una società degradata e decadente, della quale anche la natura riflette il disordine attraverso sbalzi climatici e piogge “purificatorie”.
Del resto, era prevedibile che frutti deleteri dovessero scaturire dal riposizionamento cosmologico delle forze infere intorno al “sole-eros” centrale, come si deduce da alcuni passi significativi del Corpus Hermeticum, (cfr. cap. XVII). Frutti ingannevoli prodotti da riti, invocazioni e sacrifici rivolti agli spiriti dell’aria dai maghi intellettuali che, a cavallo del 1400 e 1500, prosperarono in molte corti italiche, impegnandosi in ogni modo per favorire l’avvento dell’anticristo e del regno opposto a quello di Dio.
La cultura dei maghi intellettuali dell’umanesimo non era innocua, come si ritiene in genere, ma del tutto deleteria perché collegata alla magia sadico-erotica e nera, “il lupo travestito da agnello”. Giovanni Pico celebrava ed imitava uno dei più insidiosi maghi sacerdoti dell’antichità, Apollonio di Tiana paragonandolo a Cristo, rivolgendo come lui continue preghiere al Sole, per conoscere i segreti di quella: «magia dedotta dagli astri e che procede da un patto occulto con i demoni» (in Zambelli, p. 190).
Innumerevoli furono i tentativi di interagire con le forze oscure attraverso evocazioni e celebrazioni ad esse dedicate attraverso i canoni della magia e stregoneria. I sabba ai quali partecipavano le streghe contadine costituivano essenzialmente orge di gruppo, dedicate al demone caprone, non prive di risvolti sadici e violenti. Così come avviene oggi nei riti satanici quando, dopo gli accoppiamenti liberi e sfrenati, si immolano vittime di vario genere alla grande bestia.
Del resto, nell’universo magico, la natura viene concepita come un organismo, che continuamente si genera e si distrugge, le cui parti sarebbero tenute insieme da una perpetua copula mundi, una sorta di “accoppiamento” continuo delle sue parti. Si comprende in tal senso il perché tutta la forza della magia, come afferma il Ficino, sia nell’amore, erotico e violento.
La demonologia rinascimentale è piena di resoconti pornografici relativi a veri e propri rapporti sessuali che i demoni avrebbero intrattenuto con persone entrate in contatto con essi. Convinzione diffusa era che i demoni fossero sia incubi (in forme maschili) che succubi (in forme femminili) ed al tempo stesso entrambi, ossia transessuali. Tale è l’opinione di Jean Vineti, inquisitore di Carcassonne, esposta nel suo «Trattato contro coloro che invocano i demoni», del 1450 circa.
I demoni succubi raccoglierebbero dagli uomini il liquido seminale, per deporlo nelle donne “scelte” con le quali si comportano da incubi. Questo anche secondo il padre Alphonso da Spina, che nel suo Fortalium fidei del 1460 afferma che le donne visitate dagli spiriti incubi si svegliano «imbrattate come se avessero fatto l’amore con un maschio».
Questa indicazione allude al tentativo dei demoni di “procreare” esseri umani, in modo indiretto, utilizzando il seme prelevato da un uomo e poi deposto nel grembo di una donna. Essa richiama anche aspetti mitologici. Ad esempio, il mito secondo cui Alessandro Magno sarebbe stato concepito dall’unione del dio Zeus con la madre Olimpiade, dopo che questa venne ripudiata dal marito, il re Filippo II, il quale si unì alla nuova sposa, Cleopatra Euridice. 
Le streghe propiziavano questo tipo di rapporti attraverso l’uso di pomate a base di erbe allucinogene che favorivano la formazione di vive suggestioni e visioni mentali. Per realizzare tali miscugli, venivano utilizzate piante della famiglia delle solanacee, ad esempio l’Atropa belladonna, il Solanum nigrum, la Cannabis indica, la Datura stramonium. Questo perché «gli allucinogeni si rivelano uno dei possenti mezzi per suscitare fantasmi, per chiamare in vita i demoni» (Coulianu, p. 229). Quanti demoni sono stati risvegliati dalla moderna cultura della droga, dalle esperienze psichedeliche a base di LSD o del Peyotil, descritte ad esempio nei libri di Carlo Castaneda ed imitate da molte fasce giovanili.
Le “scope” usate dalle streghe (radice del termine popolare, “scopare”, che allude all’atto sessuale) erano ricoperte di questi unguenti che esse assorbivano sfregando il manico nelle parti intime, ottenendo così una sorta di orgasmo, o “volo”, estatico. I figli che esse davano alla luce venivano consacrati al demonio-caprone, considerato loro padre effettivo.
Johan Klein in una dissertazione accademica tenuta il 19 novembre 1698 affermava che: «Nei verbali giudiziari delle confessioni delle streghe si può leggere che esse ricavavano maggior piacere dagli indecenti organi di satana che dalla lecita coabitazione con i loro legittimi mariti … Sovente è accaduto che in seguito a questo rapporto odioso e contro natura esse abbiano partorito bambini viventi».
I rapporti sessuali dei demoni con stregoni dei due sessi è ampiamente documentato nelle cronache dell’Inquisizione, spesso in termini crudi e pornografici. Nicolas Remy, dopo aver esaminato circa mille casi di stregoneria, compilò un’opera demonologica, Daemonolatria (Lyon 1595), nella quale tra l’altro si legge:
«Tutti coloro che hanno avuto un commercio sessuale con incubi e succubi affermano che è difficile unanimemente immaginare o descrivere qualcosa di più ripugnante e sgradevole … Le streghe sostengono che gli organi virili dei demoni sono talmente grossi e rigidi che è impossibile introdurli senza provarne un dolore atroce».
D’altro canto, lo stregone Hennezel, che aveva rapporti con uno spirito succube, afferma che «la sua Scuatzebourg (erano questi nomi di succubi) gli dava l’impressione di avere un buco ghiacciato (in luogo della vagina) e che doveva lasciarla senza pervenire all’orgasmo».
Nonostante questa ripugnanza, era quasi del tutto impossibile, a quanti se l’erano cercata, di sottrarsi alla volontà dei demoni di possedere intimamente le persone che ad essi si “consacravano”, provando sulla loro pelle la componente sadica collegata al sesso estremo.
A proposito della temperatura delle parti intime dei demoni, riportiamo parte della confessione della contessa di Foix, moglie di un certo duca d’Espernon. Questa poveretta affermava che avrebbe preferito morire piuttosto che essere posseduta ancora dal demone Teragon, evocato dal marito, perché «non poteva più sopportare il suo membro, da tanto che era caldo, e di ciò il giorno dopo non smise mai di piangere davanti a sua zia».
Dopo aver riportato l’episodio, l’autorevole studiosa Paola Zambelli scrive che: «La temperatura delle parti virili del diavolo è sempre stata uno dei segni distintivi attestati nei processi di stregoneria, malgrado di solito si faccia riconoscere perché tremendamente gelida, non perché scottante» (p. 171).
Questi resoconti alquanto scabrosi mettono in luce aspetti poco credibili di un lontano passato. Le antiche streghe contadine sono ormai scomparse. O quasi. Più che altro, soppiantante da quelle moderne ed emancipate, avvenenti ed agguerrite, organizzate nei gruppi della “wicca” (dall’inglese witchcraft: stregoneria). Il testo di riferimento ispiratore delle loro trasgressioni è Il vangelo delle streghe-Aradia,, pubblicato nel 1899.
In esso viene raccontato come la dea Diana, regina delle streghe, si unì con il suo “doppio”, il demone solare Lucifero emanazione della stessa dea madre Diana. Da questa unione, sarebbe nata Aradia, o Astarte, la quale avrebbe dovuto compiere la liberazione delle donne dall’oppressione maschile attraverso la vera stregoneria. Liberazione soprattutto sessuale, ribellione verso gli atteggiamenti censori e repressivi derivanti dalla morale religiosa tradizionale.
“Tremate, tremate le streghe son tornate”, scandiva un motto usato dalle femministe durante la “rivoluzione” del sessantotto. Forse non era solo un modo di dire. Le rivendicazioni politiche e di emancipazione sessuale, hanno comportato l’estrema libertà dei costumi ed il pansessualismo, che W. Reich (1897-1957) interpretò politicamente come segno di rivolta contro il fascismo e la struttura patriarcale della famiglia piccolo-borghese nella quale il padre è considerato l’autorità ed il capo.
L’attualizzazione delle bizzarre utopie e dei proclami sessantottini si riflette in una società ridotta allo stremo, sempre più in fermento, violenta, corrosa da ogni tipo di vizio. Una società massonica, non cristiana. Molte persone, private delle tuniche di pelle che richiamano alla castità, sono divenute schiave dell’indifferenza e degenerazione. Facilmente irretite nelle maglie di un mercato che prospera sullo sfruttamento e sull’ostentazione del nudo, fino all’illecito dell’industria pedopornografica.
Se prima del sessantotto l’uomo era accusato forse anche giustamente di sessuofobia, ora però è divenuto sempre più sessuomane e schizofrenico, vittima di interpretazioni distorte e maniacali del sesso e del piacere sessuale. Reso inerte da una falsa morale, orgoglioso e senza volontà di redenzione, schiavo consenziente del peccato, egli rappresenta una facile preda per quelle forze oscure che non trovando più la resistenza dell’impenetrabile armatura di Dio, possono agire liberamente sulla sua immaginazione, manipolando la sua ragione, attraverso media assoggettati al loro potere, più che alla Verità.
Bibliografia:
I. P. Culianu, Eros e magia nel rinascimento, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

P. Zambelli, L’ambigua natura della magia, Marsilio, Venezia 1996.