domenica 17 giugno 2012

BABILONIA, CIVITAS SOLIS




Nel XVII secolo riprendono vita le utopie solari. Tommaso Campanella scrive l’opera di ispirazione platonica, La Città del Sole, nel 1602. Questa Città, situata nell’isola di Tabrobana, su una collina formata da sette gironi sovrastata dal Tempio, è governata da un principe sacerdote che «s’appella Sole, e in lingua nostra si dice Metafisico» (T. Campanella, Città del Sole e poesia, Feltrinelli, Milano 1962, p. 5). Per “nostra lingua” è da intendere la cosmogonia pitagorica che celebra principalmente la doppia attività dell’Astro, una di carattere naturale, l’altra di ordine psichico della quale la prima rappresenterebbe il volto metaforico.
Nell’utopia di Campanella, la figura del Sole, re e sacerdote, detiene il governo di tutta la città-stato, mediante l’ausilio di Pon, Potestà e di Sin, Sapienza. Con la prima il re Sole regola le guerre e la pace, con la seconda controlla le attività scientifiche ed artistiche. Ma anche Mor, amore-eros, contribuisce in modo determinante al governo dell’utopica città. Eros possiede il  controllo non solo dell’unione fra uomo e donna, ma anche quello della seminazione e raccolta di frutti di ogni genere “ed ogni altra cosa pertinente al vitto  e vestito e coito”. La procreazione alla luce di questa utopia è in funzione non solo del perfezionamento della razza, come avviene per gli animali, ma anche per la soddisfazione dell’eros puramente umano. È lecita pertanto la fornicazione, l’unirsi di uomo e donna anche al di là di fini procreatrici, dichiarava Campanella.
Per quanto riguarda l’aspetto socio-economico, nella Città del Sole vige un regime di tipo socialista. Tutte le cose sono messe in comune, non escluso le donne ed i figli. L’istruzione curata dallo stato è obbligatoria per tutti. La funzione pedagogica è infatti fondamentale per la formazione degli individui, in funzione degli ideali corrispondenti al potere. In negativo, si potrebbe parlare di lavaggio del cervello necessario per giungere alla massificazione ed assoggettamento psicologico-culturale del popolo. L’indottrinamento statale e la formazione di una mentalità comune è difatti indispensabile per lo sviluppo ed il mantenimento di ogni regime.
La religione della Città del Sole è ovviamente di indole solare, panteistica ed aconfessionale. Una “super religione” generale, nella quale convergono tutti i culti. Essa rappresenta «il culto dell’Universo, razionalisticamente inteso come meccanismo ideale. Si tratta in altri termini di una sintesi tra religione e scienza razionalista (con un’inclinazione per l’astrologia). L’appellativo di Sole del sommo sacerdote viene infatti tradotto con Metafisico, e il suo alto ufficio è conferito in ragione delle enormi conoscenze scientifiche» (I. Safarevic, Il socialismo come fenomeno storico mondiale, Casa di Matriona, Milano 1980, p. 122).
A questa pan-religiosità corrisponde la comunione non solo delle cose, ma anche delle persone, alla luce della liberazione dei tabù di ordine erotico-sessuale. Benessere, libertà, soddisfazione di desideri ed istinti costituiscono gli ideali utopici e riformistici da attuare nella “società ideale” a misura d’uomo. Oltre a costituire «fughe dal mondo», tali idee libertarie rappresentano il cuore dei programmi di rivoluzione e sovversione presenti in ogni epoca. Campanella infatti non fu certo originale nell’elaborare questo tipo di evasione dalla realtà e superstizione.
«Lo Stato del Sole, regno della libertà e dell’eguaglianza, era già stato al centro di un trattatello etico-politico attribuito ad un sofista greco della seconda metà del V secolo a. C., che va sotto il nome di anonimo di Giamblico. E il fascino esercitato da tale utopia doveva essere veramente intenso, se ha potuto sopravvivere sino ai tempi del nostro tardo rinascimento» (A. Donini, Breve storia delle religioni, Newton Compton, Roma 1991, p. 174).
Gli ideali utopici collegati alla religiosità solare sono alla base della rivolta antiromana, che sfociò in una sommossa di liberazione nazionale e sociale, nella seconda metà del II secolo a. C., in Asia Minore. Si narra che in quel tempo, a Pergamo, Aristonico, figlio di una schiava arpista di Efeso, si rivolse ai diseredati, ai miserabili e in primo luogo agli schiavi, promettendo loro, in caso di vittoria, la creazione di uno Stato: «senza padroni, e senza servi, senza ricchi e senza poveri… Le masse cui egli aveva fatto appello risposero con entusiasmo e l’intero regno di Pergamo, ribattezzato dagli insorti “La Città del Sole”, per oltre due anni fu nelle mani degli schiavi» (ivi), prima di essere sedata nel sangue dalle truppe romane.
La rivolta contro l’autorità imperiale romana da parte di Aristonico sulla base di irrealizzabili ideali rappresenta un’anticipazione della rivoluzione culturale avvenuta in epoca rinascimentale contro l’Imperium spirituale rappresentato dalla Chiesa Romana. Il rovesciamento del cosmo medievale a favore di quello precristiano, egizio-pitagorico, del fuoco centrale iniziò a consolidarsi grazie al diffondersi della metafisica solare espressa implicitamente dalla teoria astronomica copernicana.
Insieme a questa, prese piede una logica non più fondata sui rigori e sulle distinzioni delle categorie aristoteliche, ma sulle leggi dell’analogia, della simpatia, della corrispondenza dei contrari. La logica dell’immaginazione e del “tutto possibile”. Un teorema dello Pseudo Scoto afferma a riguardo che se si danno contemporaneamente per valide due tesi contrarie nello stesso momento, si può ricavare qualunque conclusione razionale. Sogno e magia, appunto.
L’utopia rinascimentale di Campanella sviluppò dunque gli ideali utopici espressi nel trattato dell’”anonimo di Giamblico”. Essa analogamente teorizza una società fondata sull’amore libero, governata da una politica socialista di livellamento sociale e di una comunanza di beni e cose, etc, come soluzione di ogni problema esistenziale individuale e collettivo.
Invece, secondo l’utopia lanciata da F. Bacone, ne La nuova Atlantide, nel 1624, la panacea universale, il rimedio ad ogni male sociale ed individuale deriverebbe dal “dominio della natura”, che solo la scienza razionale può perseguire (ma al quale anche la magia, per altre vie, tende). Nella sua Opera, evoca l’isola felice di Bensalem, senza rivolgersi direttamente alle istituzioni sociali e politiche, riferendosi bensì ad un Ordine, o Società, la «Casa di Salomone». Ossia, un collegio di scienziati-sacerdoti i quali consacrano la propria vita alla continua ricerca scientifica, al fine di migliorare la situazione umana e rendere possibile una felicità intesa nel concreto, più che nel trascendente.
Una sorta di “officina universale” che trova corrispondenza nelle prime accademie scientifiche che si stavano costituendo in quell’epoca in tutt’Europa, al fine di realizzare il cosiddetto paradiso in terra. Anche in questo caso, la figura utilizzata da Bacone è quella del «sole metafisico», che costituisce il «Padre della Casa di Salomone». Sarebbe infatti l’Astro, la luce interiore che illumina la mente degli scienziati e che avanza nella grande processione su un carro, sul quale appunto c’è «un sole d’oro, che splende alla sommità, nella posizione centrale».

Le utopie rinascimentali di Campanella e Bacone non sono così astratte e fantasiose, né tantomeno sorpassate, come in genere si crede. Esse costituiscono come delle linee programmatiche e messaggi in codice per i cosiddetti “iniziati” di ogni tempo. E ricalcano e ripropongono le modalità di attuazione dell’antico totalitarismo egizio, ovviamente in forme mascherate e moderne, comunque sempre connesse alla misteriosofia solare. Questo “corpus” di conoscenze razionali e magiche costituisce la base della contro-tradizione esoterica, che viene trasmessa nei secoli, immutata nella sua essenza più segreta. Dietro un’apparenza plausibile ed ingenua che attribuisce all’Astro un volto divino, si nasconde quello oscuro, ritualistico e magico, della contro-tradizione solare.
Alla “Casa di Salomone” allude Guenon, quando afferma dell’esistenza all’interno della società di «un’organizzazione incaricata di conservare integralmente il deposito della tradizione sacra, di origine non “umana” per mezzo della quale la Sapienza primordiale si comunica attraverso le epoche a coloro che sono in grado di riceverla» (R. Guénon, Il re del mondo, Adelphi, p. 17-18). Guenon interpreta come non umana l’origine di tale contro-tradizione, riferendosi probabilmente alle ispirazioni del “portatore di luce”, lo spirito anticristico che agisce nel mondo, il lucifero “magnifico apostata” tanto esaltato dalla Blavatskj dal quale discendono ed al quale sono dedicate le contro-iniziazioni.
Contro-iniziazioni che come le utopie rinascimentali tracciano la strada per riconvertire l’uomo e la società agli ideali ed all’etica pre ed anticristiana connessi dalla religiosità solare. Del resto, i simboli più famosi relativi alle due forme di totalitarismo del secolo scorso, nazismo e comunismo, svastica e stella a cinque punte, convergono nella mitologia solare. In entrambi i casi si è come riflesso il modello della civitas solis indicato dagli esoteristi antichi. Queste forme di dittature palesi sono scomparse. Ma i loro sviluppi si stanno condensando ai nostri giorni in totalitarismo mondialistico ancora più insidioso, perché quasi invisibile nella forma.
Condannata giustamente l’ideologia collegata alla svastica ed alla gnosi razzista di Thule, dalla Russia l’ideologia materialista si è diffusa in tutto il mondo, come predetto dalla Vergine a Fatima. Come dimostra la popolarità della stella rossa a cinque punte che stazionava sul Cremlino e che adesso aleggia dappertutto. Attualmente, simboli solari di ogni genere, palesi o camuffati (stelle a cinque punte, seicentosessantasei, “rose-eros” di vari colori, piramidi tronche, etc), sono diventati familiari e non destano alcun allarme o sospetto. Nonostante essi rappresentino in varie forme il “marchio apocalittico”, la fatidica cifra, il segno della penetrazione dell’anticristianesimo in ogni settore della società.
La lotta al Cristianesimo, ai suoi simboli, ai suoi seguaci, la manipolazione della sua stessa dottrina intrapresa a partire dalla rivoluzione eliocentrica sta diventando sempre più insidiosa. Siamo pertanto alle fasi finali del contro-esodo iniziato in epoca rinascimentale. L’umanità (manipolata mediaticamente attraverso una sorta di un continuo lavaggio del cervello) sta inconsapevolmente ritornando in una sorta di Egitto spirituale, soggiogato dallo spirito di questo mondo, in un percorso a ritroso del tutto invisibile ai più.
Le politiche attuate dai potenti della terra sembrano essere ordinate in vista della formazione dell’apocalittica Babilonia, la grande meretrice madre tutti i vizi, «la città grande che regna su tutti i re della terra» (Ap. 17, 18). In questa città solare, di estensione mondiale, prigioni, muraglie, grate, catene invisibili sono erette per ciascuno di noi. E ciascuno di noi, più o meno consapevolmente, è sempre più costretto in esse attraverso il giogo del peccato, non più osteggiato, ma tollerato e perfino esaltato, che risucchia quelle energie fornite dalla Grazia in grado di contrastarlo.
Tuttavia, la Vergine che, il 13 ottobre 1917, nella Cova de Iria, umiliò il sole tanto esaltato dagli esoteristi, facendolo rimbalzare nel cielo come una innocua palla, ci ha indicato la via di salvezza sempre più attuale, in questo tempo più che mai insidioso. Preghiera, penitenza, consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, le armi indicate per fermare la corsa del mondo verso il nulla. Per ricondurre gli uomini a quel Dio che è Via da seguire, Verità da accogliere, Vita da incarnare.


venerdì 27 aprile 2012

SAPIENTIA CRUCIS





Prassi consolidata nelle società tradizionali il sacrificio propiziatorio offerto alle divinità della natura. Dai prodotti dell’agricoltura, agli animali allevati o prede della caccia. Questo ed altro veniva offerto o bruciato sulle are per attirare il favore degli dei, stabilendo così come una sorta di alleanza fra i celebranti e le forze invisibili celebrate.  
Non sempre tuttavia il prezzo richiesto per tale alleanza si limitava a questo aspetto, persino comprensibile. Il passo successivo ed aberrante dell’alleanza con gli idoli, o demoni, comprendeva l’offerta di sangue umano. Il potere di “intercessione” di questo elemento era decisamente più alto e gradito dalle potenze evocate rispetto a quello delle galline, capretti, ortaggi di vario tipo.  
Le lotte fra i popoli rappresentavano dal punto di vista metastorico gli scontri fra gli idoli protettori per estendere il loro potere anche sui vinti. La divinità maggiormente fortificata dalle offerte rispondeva dando forza e vittoria al popolo protetto. Il prezzo invariabile richiesto per questa protezione e forza psichica espressa in aggressività era dunque alto e terribile.
Il filosofo Foucault interpreta il ruolo dei re pagani come il potere di disporre del sangue dei propri sudditi, oltre che delle vittime e prigionieri di guerra. Nelle religioni precristiane, erano infatti le celebrazioni e le connessioni del sesso e del sangue a caratterizzare il succedersi delle monarchie e delle politiche aggressive delle popolazioni. La guerra diveniva così occasione per procurare vittime alle divinità venerate, attraverso la logica del “do ut des”.
Evidenti tracce di questa usanza sono state individuate nelle società precolombiane dell’America centrale. Le piramidi scoperte dai conquistatori spagnoli fungevano anche da altare per immolare migliaia di vittime al dio sole, il quale così traeva la forza per risalire quotidianamente dalle oscurità notturne. Ma non bastava che il sole risorgesse ogni giorno. Era anche necessario che il nuovo giorno fosse propizio e non funesto.
Si designavano allora oltre ai prigionieri di guerra, bambini sani e di bell’aspetto che fin dalla nascita venivano allevati e preparati per quanto possibile alla morte rituale. Nel momento cruciale di tali cerimonie, essi venivano colpiti al seno dal boia-sacerdote con pugnali acuminati consacrati a tale uso. Il cuore trafitto, ancora palpitante e grondante di sangue veniva poi strappato e offerto al cielo, sulle terrazze delle piramidi tronche.
Anche sulle sponde del Mediterraneo avvenivano omicidi rituali a sfondo propiziatorio. Lucano ad esempio, nel Pharsalia III, specifica che in un bosco sacro vicino all’attuale Marsiglia i Druidi in candide vesti sacrificavano vittime umane e marchiavano ogni albero con il sangue delle stesse. Diodoro Siculo (V 31, 2-5) riferisce dell’usanza druidica di pugnalare le loro vittime e di fornire previsioni sul futuro sulla base dei loro spasmi. Anche Tacito, negli Annali XIV, racconta di un bosco sacro posto nell’isola di Anglesey dove i druidi seviziavano i prigionieri.
Giulio Cesare, nel De bello gallico, Libro VI, afferma che tutta la popolazione dei Galli era molto dedita alle “pratiche religiose”. In caso di malattie o in prossimità di battaglie essi <<sacrificano degli uomini invece delle solite vittime o fanno voti di immolare se stessi e prendono i Druidi come assistenti a quei sacrifici, perché se non si offre la vita dell'uomo in cambio della vita dell'uomo, essi ritengono non si possa placare la volontà degli dei immortali e sacrifici di questo genere li fanno anche pubblicamente. Altri hanno simulacri si straordinaria grandezza, le cui membra intrecciate con vimini essi riempiono di uomini vivi, accesi i quali gli uomini che vi sono dentro circondati dalle fiamme sono arsi. Essi ritengono siano più graditi agli dei immortali i supplizi di coloro che siano stati sorpresi nell'atto di rubare o nel furto a mano armata o in qualche altra colpa; ma quando sia venuta a mancare una disponibilità di vittime di questo genere, ricorrono persino a sacrificare innocenti>>.
In virtù della loro innocenza e “freschezza” i bambini erano molto richiesti nella pratica del sacrificio rituale. Spesso venivano sepolti nella fondamenta di santuari come offerte propiziatorie. Lo testimonia ad esempio un ritrovamento di una sepoltura di tarda epoca romano-celtica, ad Alcester (Warwickshire), di dieci bambini e di una bambina a cui era stata tagliata la testa e deposta tra le gambe.
Questo tipo di reperti richiama il valore magico e propiziatorio attribuito alle vittime innocenti, specialmente nei riti segreti correlati alla fondazione di un tempio, di un’associazione o di una città. Si spiega così la necessità della presenza di un sacerdote nelle cerimonie istitutive come per definire la zona d’influenza e l’efficacia spirituale dell’edificio, del gruppo o della futura città, prima ancora che iniziasse l’opera dell’agrimensore che doveva in pratica realizzarne il confine e la struttura.
Anche per tale ragione occulta connessa al sacrificio da perpetuare sistematicamente con nuove e significative offerte, più o meno mascherate, le città avevano più nomi: quello pubblico, quello sacrale e appunto quello segreto. Roma stessa possedeva il nome sacrale di Flora e quello occulto di Amor. E si sa che il parlare al contrario è proprio del demonio, come a simboleggiare la sua dialettica depistante, che inverte e confonde il vero volto del reale, contraria alla logica del si e del no raccomandata da Cristo (Mt 5, 37).
È interessante peraltro una considerazione lasciataci da Orazio. Nel quinto Epodi, il poeta narra del rapimento di un fanciullo effettuato da un gruppo di streghe intenzionate a sacrificarlo, per estrargli le viscere ed il fegato necessari alla preparazione di un filtro d’amore. Dopo aver cercato di impietosire per distogliere le megere dalle loro intenzioni, il ragazzo ritrovatosi inesorabilmente interrato fino al mento e destinato a morire di inedia, lancia alle sue seviziatrici imprecazioni e minacce: <<Vi maledirò; e questa maledizione nessun sacrificio potrà espiarla. Quando messo a morte sarò spirato, innanzi vi comparirò nelle notti come un demone, larva che con gli artigli ci ghermirà il volto, perché questo possono i morti. E pesando sui vostri cuori inquieti, nel terrore vi ruberò il sonno>>(Orazio, Odi ed Epodi, Garzanti, Milano 1992, p. 300).
Più del valore poetico di tali versi, è interessante rilavare quanto Orazio riferisce circa il “potere dei morti” di riapparire in vesti di demone per torturare i loro carnefici. Questo perché il doloroso trapasso ha determinato nelle vittime comprensibili sentimenti di odio e vendetta. Sentirsi morire d’inedia, bruciare appesi ad una cesta penzolante fra gli alberi, o lacerare il petto fino all’estrazione del cuore difficilmente provoca sentimenti di pace e fratellanza universale.
Del resto, gli officianti del sacrificio umano dovevano ben guardarsi ed auto proteggersi attraverso procedure magiche dalla reazione negativa delle vittime assetate di vendetta, dopo morti così ingiuste ed orrende. Energie negative e malevole continuavano a perseguitare i responsabili di tali nefandezze i quali, nonostante l’essere spesso ridotti a larve umane soggette ad allucinazioni e pazzia, venivano comunque protetti e utilizzati dal “sistema” per questo servizio agli idoli.
Demoni, larve psichiche raffigurate con artigli e denti digrignati rappresentano dunque l’iconografia generica degli stati negativi associati a decessi tragici e delittuosi. Tali negatività possono sprigionarsi anche nel caso di morti avvenute in guerra, in seguito a disastri naturali, o incidenti di vario genere. Anche gli aborti procurati sprigionano un alto potenziale di tensione negativa, utilizzata nella magia nera, in quanto rottura dell’armonia cosmica designata alla vita e non alla morte.
Quando insomma la morte coglie in modo improvviso e tragico, senza una serena accettazione, si creano intorno al sangue versato e rimangono ancorati alla terra “resti psichici” che conservano l’angoscia, la sofferenza, il senso di vendetta provate dai soggetti negli interminabili momenti finali della loro esistenza terrena. Questi resti psichici possono addirittura essere intrappolati e conservati per usi magici. Attraverso di essi gli spiriti inferi riescono ad interagire con la dimensione ctonia, potenziando fin dove possibile i loro fornitori di tale illecita “energia”.
Molti di questi aspetti negromantici conosciuti e praticati fin dall’antichità non erano estranei alla corte imperiale romana, presenziata dal divino imperatore-pontefice. Ad esempio, il culto autoctono del Sol Invictus, ufficializzato da Aureliano in Roma qualche decennio prima della vittoria di Costantino, riproponeva quello originario del dio Sol. Ebbene, tale misterioso se non proprio “misterico” culto non poteva essere costituito solamente dalle liturgie pubbliche, dai cortei trionfali che seguivano vittorie e conquiste. Tale forma di enoteismo solare infatti consentì a Roma di rinnovare (momentaneamente) il proprio ruolo di centro spirituale e di asse cosmico nel quale si concentravano tutte le forze arcane del Mundus. Sul cui altare doveva continuare ad essere alimentato (non solo con legna) ed ardere il fuoco sacro del dio solare protettore dell’Urbe.
Forme rituali magiche a noi sconosciute perché sigillate dal segreto iniziatico dovevano per forza di cose accompagnare quelle popolari perpetuate nell’Impero. Nonostante la mancanza di documentazioni ufficiali e prove certe in merito, i sacrifici rituali non potevano essere estranei alla religiosità che consentì all’Impero di unificare per diversi secoli i popoli europei e mediterranei intorno al centro politico e spirituale di Roma-Amor. Le divinità pagane, demoni per intenderci, richiedevano sempre lo stesso prezzo per sostenere gli imperi sorti dappertutto nel mondo.
D’altra parte, l’esercito romano non era tenero con i propri nemici. Il potere di attribuire la morte ai nemici dell’impero era un potere anche magico finalizzato a garantire, attraverso il costante ribollire del calderone magico connesso al sacro fuoco, l’egemonia politica ed economica dell’Urbe. Il sangue versato era offerto attraverso una sorta di “consacrazione” a priori alle divinità celebrate sull’ara del misterioso Mundus. La figura stesa dell’imperatore, il pontefice massimo intermediario fra il visibile e l’invisibile, era designata a scendere nell’oscurità delle tenebre per propiziare e garantire l’offerta alla divinità solare venerata nella sua persona.
Anche se quanto detto non è dimostrato da prove certe, il ritualismo connesso all’uso magico del sangue, che costituisce il cuore stesso delle forme di religiosità pagane, venne comunque messo in crisi da un evento imprevedibile: la crocifissione di Gesù Nazareno. In questo caso, i demoni ai quali risalivano le offerte delle guerre, delle sommosse, delle morti comuni, si trovarono di fronte non un uomo, ma lo stesso Dio, il Verbo dal quale tutto ha tratto origine.
Quando infatti oltre al sangue di prigionieri o nemici di vario genere finì nel calderone delle liturgie segrete quello del Figlio di Dio, iniziò la definitiva rovina dell’impero romano. La passione e morte in Croce del Figlio di Dio significò la liberazione degli uomini dal potere del demonio, celebrato come divinità. E come sui tempi pagani vennero eretti quelli cristiani, così sull’impero romano, come su uno “sgabello”, venne strutturato e si innalzò nei secoli l’impero spirituale della Chiesa di Roma.
La Lettera agli Ebrei è chiara riguardo al sacrificio della Vittima innocente, l’Agnello di Dio, Gesù Cristo (Eb 10, 1-23). Nel momento della morte, Gesù il Cristo, al tempo stesso Altare, Vittima e Sacerdote, sconfisse una volta per tutte le divinità celebrate e celate dietro simboli, statue, processioni e feste pagane. Gesù ne fece corteo di conquista trionfale dietro sé.
In virtù della crocifissione e morte del Cristo <<il quale avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi>> (Eb 10, 12), il sangue versato in nome ed in comunione con Dio avrebbe sortito lo stesso effetto di quello divino. Più i romani sacrificavano i cristiani, più affrettavano la rovina dei venerati idoli gravitanti intorno al demone solare.
Solo nel momento cruciale della Passione, le potenze avverse cercarono di cambiare la fallimentare strategia del contrasto diretto contro il Figlio di Dio. La moglie di Pilato fece un sogno che la turbò. Avvisò il marito. Ma era troppo tardi. La furia sanguinaria, la sete di violenza della bestia aveva messo in moto un processo irreversibile di autodistruzione che avrebbe designato la definitiva disfatta delle forze dell’aria che per secoli avevano assoggettato l’uomo.
Poiché la sapienza della Croce <<non è di questo mondo>>, i dominatori di questo mondo vennero ridotti al nulla proprio crocifiggendo <<il Signore della gloria>> (1Cor 2, 7,9). Essi segnarono così la loro sconfitta che si perpetua quotidianamente sugli altari, durante le sante Messe. Le quali, come ben sanno i Christifideles, rinnovando in modo incruento il sacrificio redentivo di Gesù Cristo, rinnovano in perpetuo il trionfo del Bene sulle forze degli inferi.



lunedì 19 marzo 2012

“GEOMETRIE" NON EUCLIDE




Una consolidata tendenza della letteratura scientifica è quella di creare leggende. Da quella di Archimede uscito dalla vasca da bagno nella strada gridando <<Eureka!>>, a Galilei che, oltre ad aver mormorato davanti al tribunale dell’Inquisizione <<Eppur si muove!>>, avrebbe scoperto la legge dell’isocronismo del pendolo assistendo ad una santa messa nella Cattedrale di Pisa, evidentemente con una certa distrazione.
Tuttavia, accanto alle leggende del tutto infondate, che peraltro possono esercitare anche una funzione attrattiva e didascalica, vi sono interessanti aneddoti sugli scienziati più famosi che possiedono un certo fondamento, ed anche un intrinseco ed importante valore concettuale. Infatti, quasi al pari delle storie zen, che si tramandano da maestro a discepolo per evidenziare e concentrare tutta la dottrina in un episodio di per sé illuminante, anche nella scienza a volte è più utile ricorrere a qualche aneddoto significativo e divertente, piuttosto che leggere faticose pagine di critica epistemologica.
Un esempio a nostro avviso molto indicativo è quello relativo a Newton ed alla scoperta della legge di gravitazione universale, di pitagorica impronta. Quando Halley seppe che Newton aveva stabilito che la forma ellittica delle orbite planetarie dipendeva formalmente dalla legge dell’inverso del quadrato della distanza, ebbe occasione di chiedere allo scienziato inglese: <<Ma come fate a saperlo? L’avete provato?>>. E Newton rispose candidamente: <<No. Ma lo so! Datemi qualche giorno, vi troverò una prova!>>.
Recentemente, sulle orme dell’illustre esoterista inglese, il brillante premio Nobel per la fisica, Richard Feynman, dopo aver annunziato in una conferenza un nuovo inatteso risultato, ad un ascoltatore che gli aveva posto la domanda: <<Dick, questo risultato è molto bello, ma l’hai dimostrato?>>, rispose: <<Perché mai vuoi che lo dimostri, se so che è vero?>>.
Questi due brevi aneddoti contengono un fondo di verità, che si ricollega alla tendenza della scienza, più volte da noi rilevata, ad elaborare modelli e teorie generali sulla costituzione del mondo che in un certo senso precedono la realtà, fondandosi in gran parte sulle personali convinzioni ideologiche degli autori.
Proprio la “fede” privata del ricercatore costituisce il fattore a-priori, che in genere egli con molta abilità riesce a trasporre nella teoria elaborata dal punto di vista specificamente fisico. In questo senso, ciò che in genere caratterizza la nascita delle più importanti teorie fisiche è che: <<La dimostrazione viene dopo la convinzione. L’argomentazione razionale può (e deve) sostenere l’insegnamento e la diffusione delle idee nuove, ma non può affatto accompagnarne il concepimento e la nascita>>[1].
Solitamente, gli studiosi, per superare le inevitabili complicazioni legate alla formalizzazione delle loro teorie, sono costretti a radicarsi sulle proprie personali convinzioni, un po’ come gli esploratori si appellavano alla fede per portare avanti le loro pioneristiche spedizioni. Cristoforo Colombo ad esempio tornato dal suo viaggio scrisse un Libro delle profezie, ove, nella prefazione, si legge: <<Ho già detto che per la realizzazione dell’impresa delle Indie, la ragione, la matematica e il mappamondo non mi furono di nessuna utilità. Si trattava solo del compiersi di ciò che Isaia aveva predetto>>[2].

Leggenda ufficiale
Anche Einstein non sfuggì a questa tendenza generale della ricerca scientifica, essendosi basato per l’elaborazione della teoria della relatività innanzitutto sulle proprie visioni circa il movimento assoluto dei corpi, più che su vere e proprie istanze sperimentali. Meno che mai sull’esperienza di Michelson – Morley, come in genere si sostiene su tutti i testi che trattano gli sviluppi storici della relatività ristretta.
Al contrario, sono proprio le dichiarazioni che lo stesso scienziato rilasciò in proposito a dimostrare l’irrilevante ruolo che ebbe tale esperienza sullo slancio propulsivo della famosa teoria che alterò le concezioni classiche dello spazio e del tempo.
Infatti, se Einstein da una parte affermò: <<non v’è alcun dubbio che l’esperimento di Michelson ebbe una notevole influenza sul mio lavoro>>. Dall’altra, smentì se stesso, dichiarando: <<l’esperimento di Michelson-Morley ebbe un effetto trascurabile sulla scoperta della relatività>>[3]. Più ambigui di così!
La seconda affermazione, ossia che la relatività venne elaborata indipendentemente dall’esperienza di Michelson, è tuttavia avvalorata da una significativa ed indubitabile dichiarazione di Einstein, che in genere non viene riportata nei manuali che presentano tale teoria. Ed è facile comprenderne il motivo.
Einstein infatti dichiarò: <<Nel mio personale sviluppo il risultato di Michelson non ha avuto un’influenza considerevole. Non ricordo nemmeno se ne fossi a conoscenza quando ho scritto il mio primo articolo, appunto quello su cui si discute, sull’argomento. La spiegazione è che io ero, per ragioni generali, fermamente convinto che non esiste movimento assoluto, e il mio problema era solo di riconciliare questo con la nostra conoscenza dell’elettrodinamica. Si può dunque capire perché nel mio personale sforzo l’esperimento di Michelson non ebbe ruolo, o per lo meno non un ruolo decisivo>>[4].
Con queste parole, Einstein non solo smentisce la versione ufficiale circa il ruolo primario svolto dall’esperienza di Michelson nella genesi della relatività. Ma conferma in modo evidente che sono le idee personali, o di “accademia”, più che le risorse sperimentali, ad indirizzare, promuovere e determinare l’indagine e gli sviluppi della fisica teorica.
In altri termini, secondo una prospettiva tipicamente kantiana, la natura, più che essere ritenuta fonte di verità, viene costretta a rispondere alle domande che le vengono rivolte in base alla teoria in auge, e che in un certo senso contengono in sé le risposte che si vorrebbero ricavare.
Tuttavia, il senso di questa trascurata testimonianza di Einstein è peraltro confermato da un fatto. Nel famoso articolo del 1905, nel quale viene presentata la teoria della relatività, l’Autore non menziona l’opera sperimentale di Michelson, ma riferisce solo in termini generali i <<tentativi falliti di scoprire qualsiasi moto della terra relativamente al “mezzo luminoso” (Licthmedium)>>.
Einstein d’altra parte non poteva smentire se stesso, avendo affermato altrove che: <<La base assiomatica della fisica teorica non si può desumere dall’esperienza ma è una libera invenzione della mente umana>>[5]. La famosa simbiosi armonica fra indagine sperimentale e elaborazione teorica, è peraltro molto spesso solo dichiarata. In genere, sia l'una che l'altra vanno avanti indipendentemente, finché, a posteriori, ci si accorge di un legame che può esser posto fra esse.
G. Sermonti mette bene in chiaro questa situazione, quando afferma che: <<le più grandi scoperte compiute da empirici nel campo della scienza sono dovute al caso, e soltanto una serie di equivoci ha indotto ad attribuirle alla metodologia scientifica>>. Spesso in questi casi viene avviato un processo di “falsificazione”, che può sintetizzarsi nelle seguenti fasi: <<lo scienziato trova una relazione empirica, poi formula, lui o un altro, un'ipotesi per interpretare quella relazione. A questo punto si inverte il procedimento seguito e si finge che la relazione sia prevista dall'ipotesi. Il fenomeno si trasforma quindi nell'intenzione dell'ipotesi>>[6].

Fantasie razionali
Sempre riguardo al complesso rapporto che si instaura fra la formulazione dei concetti e le esperienze sensoriali, Einstein più volte ebbe a dire che i principi logici che stanno a capo delle scoperte della fisica teorica debbono essere concepiti come libere invenzioni del pensiero, “fantasie” appunto, e non dedotti dall’esperienza come astrazioni, in quanto <<ogni tentativo di dedurre logicamente dalle esperienze elementari le idee e le leggi fondamentali della meccanica è destinato a fallire>>[7]. Per questo motivo, <<la fisica costituisce un sistema logico di pensiero che si trova in uno stato di evoluzione, e le cui basi non si possono ottenere mediante un qualsiasi metodo induttivo, ma esclusivamente attraverso la libera invenzione>>[8].
Secondo questa linea interpretativa, le “libere invenzioni” del pensiero costituiscono il vertice dal quale si avviano quei processi razionali volti a cogliere la logica nascosta all’interno dei fenomeni naturali, ed a colmare quell’abisso: <<che separa il mondo delle esperienze sensibili dal mondo dei concetti e delle proposizioni>>[9].
Esse rappresentano in sostanza quel “fiat” che mette in moto e determina il conseguente processo di elaborazione logica e formale, attraverso il quale i fenomeni analizzati vengono come isolati dal loro contesto naturale, per essere trasposti all’interno delle rispettive descrizioni teoriche. Attenzione, però: <<non come il brodo alla carne, ma piuttosto come il numero di riconoscimento al mantello depositato in guardaroba>>[10].
In altri termini, nella prospettiva epistemologica di Einstein, la base assiomatica della fisica teorica non deve essere ricavata dall’esperienza per “astrazione”, ma deve essere liberamente inventata sulla base di regole e canoni ben formalizzati. Un processo che in un certo senso può definirsi deduttivo, del tipo di quello assiomatico utilizzato da Euclide nel comporre i suoi Elementi, e da Newton per strutturare la meccanica classica alla luce dei tre principi della dinamica.
A questo punto, si determina la contraddizione. Infatti, se Einstein pone la fantasia razionale, il famoso sogno platonico rispetto alla realtà, come punto di partenza del processo di conoscenza del mondo, che si esplica attraverso la capacità del pensiero puro di comprendere il senso profondo dei fenomeni[11], allora non può esserci che una sola conseguenza: al perfezionamento di una teoria fisica, non può che corrispondere un progressivo e quasi necessario distacco dalla dimensione reale. Un paradossale effetto di alienazione dal contesto fisico indagato, proprio perché la fonte della conoscenza è stata posta nella mente e non nella realtà.
Questo processo di “mitizzazione” del reale è riscontrabile specialmente nell’ambito della Relatività Generale, all’interno della quale le quattro coordinate geometriche, relative alla metrica spazio-temporale, pur costituendo gli esili anelli di congiunzione con la dimensione concreta, vengono nel corso della loro definizione svuotate di ogni possibile contenuto fisico, divenendo puri enti di mediazione matematica.

Conseguenze
Nessuna sorpresa dunque se, sulle linee di tale predisposizione, la rappresentazione formale del mondo fisico quanto più diviene esauriente, tanto più è destinata a slacciarsi dalla situazione concreta dalla quale è scaturita. Infatti, se gli strumenti descrittivi di carattere matematico si perfezionano e generalizzano, allora le formalizzazioni non possono che idealizzarsi in modo conseguente, perdendo però sempre più il significato concreto, indice dell’adeguamento di una teoria con la tangibilità del mondo reale.
Fra modello matematico e realtà fisica si determina pertanto come un incolmabile e contraddittorio divario, un’intima ed inevitabile frattura, proprio perché come sostiene Einstein: <<Nella misura in cui le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, esse non sono certe; e nella misura in cui sono certe, esse non si riferiscono alla realtà>>[12].
Questo stato di fatto si impone nella fisica moderna come una sorta di inevitabile bivio, al di là del quale rimangono separati il mondo fisico ed il linguaggio matematico. Quest’ultimo, non più considerabile come un semplice strumento della fisica, ma come la forma stessa della concettualizzazione.
Per superare tale scissione, che dialetticamente mette in atto la polemos, la contraddizione, non resta che la ricerca di una possibile sintesi. Che però non può che avvenire a discapito di una delle due parti. In genere rappresentata dalla realtà ordinaria, con tutte le strutture logiche ed i significati che la caratterizzano.
In base a quanto detto, mentre ad una prima analisi può sembrare che la teoria della Relatività tenga conto ed affermi la diversa formulazione delle leggi rispetto ai diversi osservatori, essa invece ricerca ed afferma esattamente il contrario: l’invariabilità delle leggi rispetto ai fenomeni.
Ma se il formalismo e le leggi matematiche costituiscono l’elemento invariabile di una rappresentazione fisica, ciò che varia come dicevamo non può che essere la stessa realtà rappresentata. Di conseguenza, la salvaguardia delle leggi centrali di una teoria, non può che comportare un delicato ma necessario superamento della stessa logica con la quale ordinariamente si interpreta il mondo fisico.
Ad esempio, perché le leggi fondamentali dell’elettrodinamica siano invarianti è necessario che la velocità della luce, c, sia costante. Ma la costanza della velocità della luce nei diversi sistemi inerziali implica che gli oggetti in movimento si contraggano, che gli orologi in moto ritardino, che non esista una simultaneità assoluta.
La realtà è quindi deformata dalla rappresentazione teorica utilizzata. E la logica, collegata alla dimensione concreta, sostituita da quella propria del linguaggio formale. Infatti, come dicevamo, per salvaguardare se stessa: <<la teoria deve attribuire una certa relatività alla sfera delle osservazioni immediate>>[13].
Non importa dunque se un oggetto che cade da un finestrino possa assumere traiettorie diverse a seconda dell’osservatore in moto o in quiete (per un osservatore in movimento col treno la traiettoria è una parabola, per uno fermo sulla banchina una linea retta). L’oggettività della teoria non deve rendere conto della forma della traiettoria in sé, ma deve essere finalizzata alla ricerca di un’equazione differenziale invariante che descriva la stessa traiettoria in modo analogo, per entrambi gli osservatori.
Se dunque la teoria di Einstein ha relativizzato la dimensione degli eventi naturali, insieme alle categorie di spazio e di tempo, ha nello stesso tempo assolutizzato il formalismo matematico. Che a questo punto costituisce la matrice generale nella quale deve rientrare la dimensione dei fenomeni. Al prezzo dell’aumento del divario fra una scienza sempre più esoterica, perché sempre più specifica e settoriale, ed un sapere comune e profano, al quale la stessa scienza però deve e vuole comunque rapportarsi.
Ed è proprio per la vulgata, per riallacciare cioè i ponti con l’intendere ed il sentire comune, che spesso vengono messi in circolazione aneddoti ed episodi bizzarri relativi agli scienziati più famosi.

“Il triangolo no …”
Un aneddoto infatti si ricorda volentieri. Anche se si riferisce ad argomenti specifici, in genere ostici. Anche se può mostrare l’altra faccia dei grandi personaggi della scienza. Quella meno celebrata. Che dimostra come il progresso scientifico non sempre corrisponde a nobiltà d’animo.
D’altronde, è giusto che sia così. Infatti, parafrasando il cardinal Baronio, di galileiana memoria, che affermò: <<Nella Bibbia, l’intenzione dello Spirito Santo è di insegnarci come si va in cielo, non come è fatto il cielo>>, la scienza che ci insegna come è fatto il cielo, non serve tuttavia a farci entrare. Dunque, è del tutto inutile per la salvezza dell’anima.
E che la scienza pitagorica non agevoli il progresso interiore neanche ai suoi cultori più illustri, è tra l’altro dimostrato dalla seguente nota. Una sorta di spiacevole ultimatum che il giovane, ma già alquanto famoso, Einstein fece trovare alla prima moglie Mileva Maric, il 14 luglio 1918, poco prima della loro separazione: 
<<A) Farai in modo che: 1) i miei vestiti e la mia biancheria siano sempre in buono stato; 2) che io riceva regolarmente i miei tre pasti in camera mia; 3) che la mia camera e il mio studio siano a posto, e che il mio tavolo da lavoro sia riservato esclusivamente a me;
B) Smetterai di intrattenere ogni relazione personale con me a eccezione dello stretto indispensabile per le apparenze sociali. Più precisamente, rinuncerai: 1) alla mia presenza in casa con te; 2) alle mie uscite e ai miei viaggi con te.
C) 1) Non ti aspetterai nessuna intimità da parte mia e non tenterai alcun approccio con me, 2) non mi dovrai parlare a meno che non te lo chieda, 3) dovrai lasciare la mia camera immediatamente e senza protestare se te lo chiedo>>[14].
Peraltro, dopo la separazione dalla moglie Mileva, Einstein sull’onda della celebrità fu conteso da molte donne. Fra le quali, la cugina Elsa e la sua più graziosa figlia Margot. Questa disputa tipicamente femminile si volse a favore di Elsa, che diventò la seconda moglie di Einstein. Ma la giovane Margot andò comunque a vivere con loro e si adattò alquanto bene alla situazione.





[1] J. M. Lévy – Leblond, La velocità dell’ombra – Ai limiti della scienza, Codice Edizioni, Torino 2007, pagine 82-85.
[2] Citato da T. Todorov, Viaggiatori e indigeni, in E. Garin L’uomo del Rinascimento, Laterza, Roma-Bari 2002, pagina 336.
[3] G. Holton, La questione Michelson Morley, in F. Balibar, Einstein la gioia del pensiero, Electa/Gallimard, Ed. It. 1994, pagina 138.
[4] In, S. Bergia, La storia della relatività, estratto dalla rivista <<La fisica nella scuola>>, anno VIII, numero 1, 1975, pagina 31.
[5] In I. Rosenthal – Schneider, Presupposti ed anticipazioni nella fisica di Einstein, in Albert Einstein scienziato e filosofo, Autobiografia di Einstein e saggi di vari autori a cura di B. Schilpp, Boringhieri, Torino 1958, pagina 79.
[6] G. Sermonti, La mela di Adamo e la mela di Newton, Rusconi, Milano 1974, pagine 53-54.
[7] A. Einstein, Dei metodi della scienza, in F. Balibar, citato, p 136
[8] A. Einstein, Pensieri degli anni difficili, Boringhieri, Torino 1965, pagina 74.
[9] In I. Rosenthal-Schneider, citato, pagina 80.
[10] A. Eddington, The Philosophy of Physical Science, in I. Rosenthal-Schneider, citato, pagina 81.
[11] Einstein afferma che <<Il pensiero puro è capace di capire il reale, come sognavano gli antichi>>, in I. Rosenthal-Schneider, citato, pagina 90.
[12] A. Einstein, Geometrie und Erfarhung, in H. Marcenau, La realtà secondo Einstein, in Albert Einstein scienziato e filosofo … , pagina 197.
[13] H. Margenau, ibidem, pagina 202 e seguenti.
[14] In  J. M. Lévy – Leblond, citato,  pagine 115 e 116.

giovedì 16 febbraio 2012

LA “PORTA DEI CIELI”





La scala apparsa in sogno a Giacobbe ad Harran, portava al cielo. Su di essa salivano e scendevano gli angeli. E quando il Signore gli disse dall’alto: <<Io sono l’Eterno, il Dio di Abramo!>>, Giacobbe si risvegliò tremante gridando: <<Quanto è temibile questo luogo! Qui è la casa di Dio: qui è la porta dei Cieli!>>. Allora, dopo aver preso la pietra sulla quale aveva poggiato il capo durante il sogno, innalzò una stele, la consacrò con dell’olio e chiamò quel luogo: Bethel, cioè “Casa di Dio”>> (Gen 28, 12-19).
D’altra parte, Gesù rispose a Natanaèle, richiamando la visione di Giacobbe: <<Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo>> (Gv 1, 51), come se fosse Egli stesso la scala e la “porta dei Cieli” sulla quale andavano e venivano gli angeli. Ed in effetti presentandosi ai discepoli come buon pastore, Cristo affermò: <<Io sono la porta: se uno entra attraverso me, sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo>> (Gv 10, 9).
Queste parole dense di simbolismo non sono andate a vuoto. La Terra è stata tangibilmente trasformata e redenta in seguito all’apertura dei cieli ed all’Incarnazione del Verbo, nato a Betlemme, vissuto in Palestina una trentina d’anni, finché venne crocifisso sul monte Calvario, in Gerusalemme. Da allora, nonostante tutto, Gesù Cristo continua a vivere ed essere presente in modo concreto nel mondo attraverso il sacramento dell’Eucaristia, il Vangelo, la vita e l’opera missionaria della sua Chiesa.
La Chiesa che Cristo fondò sull’apostolo Pietro rappresenta davvero un qualcosa di diverso rispetto al mondo. Già a partire dal suo significato geometrico e sacro. Infatti la Chiesa raffigura dal punto di vista geometrico uno spazio chiuso e gerarchico, diverso da quello mondano. Al suo interno valgono altre regole, rispetto a quelle ordinarie.
Lo spazio mondano rappresentato dalle geometrie euclidee e non euclidee è comunque fondato sul concetto di distanza tra punti diversi. Se due punti sono individuati da coordinate geometriche diverse, lineari o curvilinee, essi non sono coincidenti e sono separati nello spazio appunto dal segmento rappresentato dalla differenza delle coordinate spaziali.
Lo spazio rappresentato dalla Chiesa invece non si fonda sul concetto di distanza, ma di unità, ossia: distanza nulla. Non è infatti la distanza geometrica consuetamente intesa a diversificare i punti di una qualunque chiesa. Se lo spazio ordinario è omogeneo ed isotropo, lo spazio che costituisce una chiesa è sostanzialmente graduale e gerarchico.
Come nell’antico tempio di Gerusalemme, in una chiesa vi sono tre zone. La prima riservata ai fedeli, quella riservata al servizio dell’Altare, e quella in cui è riposto il Santissimo Sacramento che rende la Chiesa spazio vivificato dalla sovrumana Presenza.
Basta entrare in una chiesa, lasciando fuori lo spazio profano ed isotropo, per entrare nel “primo livello” dello spazio unificato. In questo livello, ogni punto è equivalente rispetto all’Altare ed alla posizione del Santissimo. Mettersi al fondo di una chiesa o nei primi banchi è del tutto indifferente rispetto alla funzione riservata allo spazio ecclesiastico e non influisce sul grado di maturazione della fede individuale. Chi siede nei primi banchi di una chiesa non è più vicino a Dio e non gode di privilegi rispetto a chi rimane al fondo appoggiato a qualche piglia.
L’Altare a sua volta rappresenta il “secondo livello” dello spazio sacro, differenziato dallo spazio dei fedeli, gerarchicamente superiore a quello riservato ai fedeli. Questo perché sull’Altare si compie il servizio divino, durante il quale avviene la transustanziazione, la trasformazione del pane e del vino nella Carne e nel Sangue di nostro Signore Gesù Cristo. Sull’Altare è riposto in genere il Tabernacolo con il Santissimo.
Il Tabernacolo rappresenta il Luogo Sacro per eccellenza, il terzo livello dello spazio gerarchico, il terzo cielo ove domina la Gloria dell’Altissimo. Rispetto agli altri due livelli, il luogo ove è riposto il Santissimo Sacramento rappresenta il centro, il punto supremo dal quale si irradia ogni azione di grazia, ogni contatto intimo tra il divino e l’umano.
Rispetto al Tabernacolo con il Santissimo, ogni punto dell’Altare ed ogni punto della chiesa riservato ai fedeli è equidistante. Ciò significa che rispetto alla divina Presenza lo spazio riservato ai fedeli e quello al servizio dell’Altare sono centrati in esso, come i punti di due sfere concentriche rispetto all’unico punto centrale.
La forma simbolica che rappresenta una chiesa corrisponde idealmente a due sfere concentriche rispetto al Santissimo Sacramento. Qualunque Chiesa essendo strutturata su queste tre zone sacre rappresenta l’archetipo universale, il modello perfetto del cosmo, formato come da tre sfere concentriche nelle quali è contenuta tutta la realtà visibile ed invisibile.
Nella chiesa il divino entra in comunicazione con l’umano, poiché in essa abita la presenza reale di Dio e Dio stesso si trasmette in forme sacramentali a quanti lo cercano in stato di grazia, con cuore umile e sincero. La Chiesa rappresenta pertanto l’archetipo universale, il modello del cosmo.

La porta della Chiesa rappresenta il luogo di passaggio dallo spazio profano a quello sacro, il passaggio dalla confusione di uno spazio relativo e senza direzioni privilegiate ad uno spazio effettivamente sacro, perché abitato da Dio, con una direzione precisa: l’Alto, con un centro unico, perfettamente immobile e perfetto: l’Ostia contenuta nel Tabernacolo.
Il Tabernacolo rappresenta il Centro Supremo attorno al quale è raccolta una Chiesa, a prescindere dalla sua forma architettonica. È un centro trascendente, ma effettivamente reale e dunque integralmente sacro.
La dimensione terrena così come viene percepita ed elaborata dalla ragione si può curvare o intorno alla ragione umana. O sulla base della fede intorno a Dio ed alla sua gloria. La dimensione naturale può essere considerata come la porta del tempio universale, il luogo di passaggio dallo spazio profano (regolato dalla ragione) a quello sacro (regolato dalla fede in Cristo). Uno spazio quest’ultimo non più antropocentrico, ma cristocentrico.
Il tempio si fonda sulla terra, ma si erge verso l’alto. Indirizza l’uomo verso i cieli, ove risiedono stabilmente le divine essenze, per unirsi a Dio che trascende la creazione. La terra può intendersi allora intesa come limite di questo tempio cosmico, che dal basso si apre verso l’alto.
Attraverso la comunione con Cristo, l’uomo diventa “sfera sacra”, chiesa, tempio divino, residenza del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Attraverso la comunione con Cristo l’uomo acquisisce quello stato di grazia interiore che lo rende gradito al Padre e dunque figlio. In quanto tale, egli può attraversare al “Porta dei cieli” ed accedere nella Gerusalemme Celeste. In quella Gloria di Dio annunziata dagli angeli ai pastori durante la notte santa della natività del Signore.