lunedì 4 ottobre 2010

Il SEGRETO DI GALILEI (Seconda parte)


Simbologia rosacruciana

Nel febbraio del 1439, una delegazione bizantina giunse a Firenze per partecipare al concilio indetto per l’unificazione delle Chiese d’Occidente e d’Oriente. In tale circostanza, Cosimo de’ Medici ebbe modo di conoscere un consigliere di Giovanni VIII Paleologo, il basileus, Giorgio Gemisto (1360-1452) profondo intenditore del neoplatonismo, e soprattutto della Cabala iniziatica. Il potente Cosimo restò talmente influenzato dall’incontro con il Gemisto al punto da voler ricreare nella sua corte un’accademia idonea a sviluppare le idee neoplatoniche ed ermetiche giunte dalle sponde orientali.

L’occasione propizia, si presentò intorno all’anno 1460, quando venne consegnato al Principe un manoscritto reperito in Macedonia, comprendente quattordici dei quindici libri del Corpus Hermeticum. L’incarico della traduzione di questo misterioso testo venne affidata a Marsilio Ficino (1433-1499), il quale, dopo le opere di Platone, lo tradusse in pochi mesi intitolandolo: Pimandro.

Ficino, nella dedica rivolta a Cosimo de’ Medici, esaltò il contenuto dell’opera appena tradotta, riconducendola alla rivelazione di Ermete Trismegisto, da lui considerato addirittura superiore a Platone e di origini mitiche: <<All’epoca in cui nacque Mosè prosperava Atlas l’astrologo, fratello di Prometeo il medico e zio materno di Mercurio l’Antico, il cui nipote fu Mercurio Trismegisto>>.

Poco prima della cacciata degli ebrei dalla Spagna, avvenuta nel 1492, Pico, componente della cerchia fiorentina, aveva cercato di interpretare in senso cristiano la Cabala, sostenendo che essa fosse conferma della verità del cristianesimo, e che in essa fossero celate le chiavi per comprendere i misteri divini celati nelle Sacre Scritture, così svuotate del loro proprio significato trascendente e ridotte ad una sorta di discutibili libri sibillini.

Uno dei principali fini perseguiti dal movimento settario sorto in terra fiorentina fu quello di ristabilire quello stato di perfezione originaria dell’uomo, perdutosi nelle epoche in proporzione all’affermarsi del Cristianesimo, e riservato esclusivamente a pochi eletti i quali, essendo fatti della stessa sostanza del mondo divino, avrebbero in sé la possibilità di auto-redimersi e di giungere alla conoscenza perfetta[1].

Tale programma avverso alla cultura ed al Magistero dominante non poteva che essere attuato attraverso il linguaggio allegorico dei simboli, i quali dicono e non dicono. Ancora infatti oggi un simbolo svela la pienezza dei suoi contenuti soltanto a chi lo riconosce. Infatti, il simbolo è prima di tutto un segno, qualcosa capace di rinviare ad “altro”. Nell’esoterismo, esso diviene il tramite tra universo e uomo, spirito e materia, invisibile e visibile[2]. Mircea Eliade specifica che il simbolo appartiene alla sostanza stessa della vita spirituale, ed anche se è possibile mascherarlo, mutilarlo o degradarlo, tuttavia non sarà mai possibile estirparlo[3].

Secondo il filosofo E. Cassirer, il simbolo non rappresenta un lato marginale del pensiero, <<ma il suo organo necessario ed essenziale>>, dal momento che è attraverso di esso che i concetti si rendono pensabili alla mente. E questo significa semplicemente che: <<il serpente non è solo il segno emblematico del male, ma è malvagio in se stesso; il sole non è semplice segno della luce divina, ma Dio stesso, secondo un rapporto di identificazione “sic et simpliciter”>>[4].

Il “marchio dei delfini”
Il neoplatonismo ermetico adottò l’uso del linguaggio simbolico, per riuscire a sforare le maglie pur sottili del Magistero ecclesiale e diffondersi così a partire da Firenze in tutta Europa. Oltre a Ficino, Pico, Reuchlin, Bruno e Campanella, a nostro avviso aderì alla scuola iniziatica fiorentina anche Galilei. Sembra dimostrare questa appartenenza un passaggio tanto importante, quanto finora sottaciuto della questione galileiana. Si tratta del cosiddetto episodio del “marchio dei delfini”, del tutto trascurato dalle pur importanti analisi realizzate da varie angolature sul caso Galilei, che cercheremo di ricostruire in modo sintetico.

Il padre Riccardi[5], Maestro del Sacro Palazzo Apostolico, sollevò una questione cruciale, riguardo ad un emblema, dal sapore cabalistico, presente sul frontespizio del Dialogo sui due massimi sistemi del mondo di Galilei, libro al quale egli avrebbe dovuto concedere l’imprimatur necessario per la pubblicazione. Egli informò prontamente l’inquisitore Clemente Egidi[6], scrivendo allarmato che in tale testo: <<vi sono molte cose che non piacciono>>.

Il Riccardi invitò tuttavia l’Inquisitore ad operare <<con dolcezza>> nei confronti dello scienziato pisano, per cercare di fargli accomodare quanto non andava. Per poi concludere, con tono perentorio: <<Avvisi se l’”impresa de’ tre pesci” è dello stampatore o del Sig. Galilei, e procuri destramente scrivermene lo intendimento>>.

Questo marchio in effetti ha un che di inquietante. I tre delfini sono disposti in modo tale da formare una spirale a tre rami. Ogni delfino preso separatamente rappresenta il numero sei. Pertanto, tre delfini, corrispondono a tre sei. Il 666. Ecco così presentarsi in un ambito del tutto inadeguato ed impensabile l’apocalittica “cifra della bestia”.

Secondo questa linea interpretativa, appare del tutto giustificato l’allarme del padre Riccardi, nei confronti dei “tre pesci” marchiati su di un’opera scientifica, nella quale si presentavano dissertazioni che proponevano addirittura il cambio di un millenario paradigma astronomico. Il passaggio cioè dal modello geocentrico, a quello eliocentrico copernicano.

Galilei tuttavia non si allarmò più di tanto di fronte al richiamo di padre Riccardi. E nemmeno si degnò di svelare in prima persona e prontamente l’arcano, fornendo spiegazioni plausibili che dissolvessero i dubbi circa quel simbolo, intorno al quale aleggiavano ombre ermetiche ed eretiche. Per quale motivo infatti compariva sul frontespizio della sua opera quella figura ambigua apertamente anticristiana? Chi e perché l’aveva scelta? Galileo era a conoscenza ed aveva approvato che venisse stampato sul suo libro di filosofia naturale un emblema che invece era del tutto estraneo alla scienza di cui egli in prima persona si faceva paladino?

Galilei dunque non si curò di rispondere direttamente e prontamente a tali interrogativi, celando nel suo intimo la risposta ed il segreto. Furono invece i suoi autorevoli amici a rispondere, minimizzando, insinuando dubbi, mettendo in difficoltà il Riccardi, anche con sarcastiche insinuazioni.

In particolare, Filippo Magalotti [7], dopo aver irriso l’osservazione del padre gesuita riguardo a quel marchio: <<io mi vergognerei per reputazione sua e di chi ne è stato l’inventore>>, ridimensionò il significato dello stesso simbolo, come se fosse un segno come un altro, senza alcuna valenza o significato particolare. E pertanto non si trattenne dal <<ridere e far atti di meraviglia>>, per la bassa e meschina insinuazione del Riccardi, che tale “impresa” potesse contenere un senso recondito e misterioso.

Magalotti pertanto assicurò padre Riccardi, che il marchio fosse quello dello stampatore Landini di Firenze. Anche se lì per lì non poteva dimostrarlo. Allora, incaricò il fedele amico Guiducci[8] di cercare qualche libro dello stesso stampatore, <<fosse anche solo un lunario>>, ove comparisse tale emblema. Dopo circa un mese, ricevette proprio un lunario, insieme ad un libro usato da un’imprecisata <<compagnia>>, ed <<un altro foglio che deve pur essere servito a qualcosa>>, marchiati nello stesso modo.

Se il Guiducci in un mese di ricerca nella stamperia fiorentina non riuscì a trovare niente di meglio che quei fondi di deposito, allora vuol dire che quella strana sigla composta dai delfini in circolo non era il marchio ufficiale della stamperia Landini. Ma semmai quello utilizzato per stampe particolarmente riservate, ad uso di oscure confraternite, o di segretissime logge. Peraltro, lo stampatore in questione avrebbe potuto benissimo cedere ad eventuali insistenze, supportate semmai da compenso adeguato, se non proprio da vere e proprie minacce, ed imprimere quel marchio su qualche innocuo almanacco, o altro foglio, dimostrandone così l’uso consueto.

Come rassicurato da quei pur scarsi elementi di prova, raffazzonati dai sostenitori dello scienziato in un mese di ricerca nella bottega dello stampatore fiorentino, il bonario padre “Mostro” sentendosi alle strette, diede infine l’imprimatur necessario per la pubblicazione del testo galileiano. All’interno del quale tra l’altro venivano ribadite le stesse affermazioni già condannate dalla Chiesa, durante il primo processo subito da Galilei, nel 1616. Pertanto, nel luglio del 1631, Galileo ottenne l’imprimatur ecclesiastico tanto atteso.

Ricostruiamo brevemente i passaggi di questa vicenda. Con il pretesto dell’epidemia di peste scoppiata a Firenze, Galileo ottenne di far esaminare il Dialogo dall’inquisitore di Firenze, a lui propizio. Ma il padre Maestro del Palazzo Apostolico, Niccolò Riccardi, intervenne presso questo inquisitore perché, esaminando il frontespizio del Dialogo, era rimasto colpito dal cosiddetto marchio dei pesci.

Gli amici di Galileo, tra i quali l’ambasciatore di Toscana presso il Vaticano, Francesco Niccolini, che aveva sposato la nipote preferita dello stesso padre Riccardi, ed il “cameriere segreto” del Papa, padre Giovan Battista Ciampoli, insistettero a tal punto da indurre il Riccardi a concedere l’imprimatur, senza che il Vaticano esaminasse direttamente il libro.

Per questa sua concessione alle insistenze dello scienziato e del suo seguito, sul padre Riccardi ricadde il monito del Santo Uffizio, il quale avvertì una certa <<inavvertenza e trascurataggine>> nel sottoscrivere tale ambiguo libro, ignorandone <<gli editti e gl’ordini e le proibizioni>>. E proprio per questa ragione, il Maestro del Palazzo Apostolico non sfuggì alla censura dell’Inquisizione[9].

La leggenda nera del processo
Per quanto riguarda Galilei, il Santo Uffizio, probabilmente, comprese benissimo che nel Dialogo fosse presente un riferimento, un messaggio segreto, in base al quale il modello eliocentrico, il movimento della Terra e la centralità del Sole assumevano significati magici e sovversivi[10].

Un riferimento profondamente anticlericale, che si riallaccia al culto del sole, praticato in Eliopolis, città egizia dei sacerdoti-maghi esaltati da Bruno. Ma anche prototipo della Civitas solis, decantata da Campanella, a sua volta in stretto contatto con la segretissima setta dei Rosacroce[11]: <<Non per niente in difesa del Sistema Copernicano, nello stesso lasso di tempo, accorrono tra gli altri anche Bruno e Campanella, amici tutti della rinata scienza o membri tutti di una sorta di unica “società segreta”>>[12].

In occasione del processo del 1633, Urbano VIII, estimatore di Galileo, raccomandò con insistenza che lo scienziato venisse trattato con estremo rispetto. Raccomandazione che venne onorata, fin dalle prime fasi del processo, con l’eccezione accordata allo scienziato di risiedere nella lussuosa ambasciata di Toscana, Villa Medici, senza alcuna restrizione, continuando ad avere dunque piena libertà di movimento.

Trascorsero così pochi mesi. Il 22 giugno del 1633, il Tribunale del Santo Uffizio prima di emettere il verdetto, ricordò a Galileo della disubbidienza nei confronti del monito del Cardinale Bellarmino. Ossia, di parlare dell’eliocentrismo come modello ipotetico, dal momento che mancavano prove certe della sua effettiva realtà. Inoltre, venne sottolineata la sua manovra sotterranea per ottenere l’imprimatur del Dialogo, con promesse ed artifici, truffando così il Santo Uffizio e lo stesso Papa.

Dopo questo monito, venne la sentenza. Galilei, dopo aver abiurato in modo formale le proprie idee sull’eliocentrismo, se la cavò alquanto bene. Infatti, subì una condanna irrisoria: <<per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali>>[13], anche privatamente, dunque senza alcun controllo. Tempo necessario: una quindicina di minuti. Ma non solo. Gli venne persino concessa l’autorizzazione a far recitare questi sette salmi ad una delle due figlie, rinchiuse in clausura.

Galilei non venne incarcerato in nessuna prigione, nonostante la richiesta dell’Inquisizione, grazie all’intervento diretto di Urbano VIII, che dispose per lo scienziato piena libertà di movimento. Infatti, Galilei continuò a soggiornare nell’ambasciata di Toscana, Villa Medici, al Pincio, <<reputato da tutti la meglio di Roma, senza difficoltà>>[14]. <<Un luogo così delizioso>>, gli scrisse infatti sollevata l’affezionatissima figlia suor Maria Celeste, il 2 luglio 1633[15].

Successivamente, per altri cinque mesi, venne ospitato nel palazzo dell’Arcivescovo di Siena, il gesuita Ascanio Piccolomini (1590-16719), suo amico ed estimatore. Infine, si trasferì in modo definitivo nella sua villa, “Il gioiello”, in Pian dei Giullari ad Arcetri, una sorta di “loggia” fiorentina, su due piani, ancora esistente. La loggia del piano terra è attualmente murata, ma sono ancora visibili le colonne di quella vecchia. Il loggiato superiore invece è aperto.

È in questo luogo ameno ed esclusivo che Galileo poté tranquillamente proseguire i suoi studi, ricevere amici ed allievi, curare la sua corrispondenza italiana ed estera, senza alcun impedimento. Senza che il segreto del marchio dei delfini venisse violato.

Cartesio dunque si era sbagliato. La formale condanna ecclesiastica dell’eliocentrismo non riuscì a fermare la forza dirompente di tale dottrina. Infatti, anche se il cerchio sembrò stringersi intorno ai suoi fautori, la rivoluzione esoterica ugualmente si avviò. <<E la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia>>[16].



[1] La tradizione ermetica <<non si è mai interrotta: in tutte le epoche sono sempre esistiti Grandi Iniziati che hanno trasmesso ad altri Iniziati le Verità di cui essi erano depositari. In tal modo, la tradizione iniziatica esoterica non ha subito interruzioni o salti>>, G. Di Bernardo, Filosofia della massoneria, Marsilio, Venezia 1987, pagina 126.
[2] G. Di Bernardo scrive che: <<mediante i simboli diventa visibile qualcosa che sta al di là dei significati che assumono i fatti storici … il mondo della Qabbalà è un mondo di simboli>>, in La ricostruzione del Tempio – Il progetto massonico per una nuova utopia, Marsilio, Venezia 1996, pagina 87.
[3] Confronta M. Eliade, Immagini e simboli, Jaka Book, Milano 1988, pagina15 e seguenti.
[4] U. Nicola, Atlante illustrato di filosofia, Demetra, Colognola ai Colli 1999, pagina 440.
[5] Niccolò Riccardi (1585-1639) genovese, frate domenicano, soprannominato “Mostro” dal Re di Spagna, forse non solo per la sua straordinaria cultura, ma anche per la sua notevole obesità, era zio di Caterina di Francesco Riccardi, moglie dell’ambasciatore del Granduca di Firenze a Roma Francesco Niccolini, e sostenitrice di Galilei. Eletto Maestro del Sacro Palazzo Apostolico, il Riccardi venne incaricato delle questioni relative alla stampa del Dialogo sui due massimi sistemi.
[6] Clemente Egidi da Montefalco, Inquisitore generale di Firenze.
[7] Filippo Magalotti apparteneva ad una delle famiglie fiorentine che in Roma godevano i favori papali dei Barberini, coi quali erano anche imparentati. Costanza Magalotti infatti aveva sposato Carlo Barberini, fratello maggiore dei Pontefice.
[8] Con Mario Guiducci, Galilei scrisse un Discorso sulle comete, tenuto nell’Accademia Fiorentina e pubblicato nel giugno dello stesso 1619, in risposta polemica ad una pubblicazione del Padre Orazio Grassi, dell’ordine dei Gesuiti, professore di Matematica del Collegio Romano, nella quale veniva interpretata la comparsa di tre comete, avvenuta per la prima volta il 29 novembre 1618, nella costellazione dello Scorpione. Era una premessa alla polemica sviluppata successivamente contro il Grassi dallo stesso scienziato ne Il Saggiatore.
[9] Lettera di Francesco Niccolini ad Andrea Cioli, del 3 luglio 1633.
[10] Confronta L. S. Lerner e E. A. Gosselin, citato, pagina 29.
[11] F. A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, citato, pagina 445.
[12] M. Caleo, citato, pagina 11.
[13] Da La sentenza di condanna di Galilei.
[14] Lettera di Benedetto Castelli a Galilei, del 6 aprile 1630.
[15] Fu proprio la morte repentina di suor Maria Celeste, figlia prediletta di Galilei, avvenuta qualche mese dopo l’abiura, ad infliggere una dura condanna allo scienziato, peraltro già afflitto dalla cecità incombente.
[16] Apocalisse, 13, 3.

IL “SEGRETO” DI GALILEI (Prima parte)


I timori di Descartes

Verso la fine del 1633, Descartes apprese che il Dialogo sui due massimi sistemi di Galilei era stato condannato. Intimorito, sospese repentinamente la stesura del suo trattato sul Mondo. E scrisse la sua apprensione all’amico Marsenne: <<Ora io vi dirò che tutte le cose che spiegavo nel mio trattato, e fra queste c’era il moto della Terra, sono a tal punto dipendenti le une dalle altre, che basta sapere che una è falsa per rendersi conto che tutte le ragioni di cui mi sono servito non hanno validità alcuna>>[1].

Già dieci anni prima, su Cartesio era caduto il pesante sospetto, mai dissolto, di appartenere alla setta dei cosiddetti “invisibili”, ossia i rosacroce. Il filosofo però fece di tutto per smentire ogni voce circa la sua appartenenza a tale setta, che è riuscita benissimo ad occultare nel tempo la sua esistenza, rendendosi per molti versi davvero “invisibile”[2]. Questa esperienza dovette comunque toccarlo nel profondo, rendendolo ancora più prudente e circospetto di quanto potesse esserlo stato fino a quel momento.

Ben conscio di quanto fosse successo a Bruno, Cartesio, oltre che per se stesso, temeva che la condanna ecclesiastica avesse potuto fermare la rivoluzione eliocentrica appena avviatasi, alla quale anch’egli aveva aderito, e fermare l’avvento del “nuovo mondo”, tanto evocato dagli esoteristi. La sorte di Galilei non lo preoccupava più di tanto, dal momento che lo scienziato italiano, a differenza di lui, godeva di forti protezioni ecclesiastiche, che avrebbero senz’altro attenuato il giudizio degli inquisitori.

Il conflitto che Galilei stava affrontando contro una parte della Chiesa, l’altra gli era ben favorevole, riguardava, da un lato, l’interpretazione di alcuni passi biblici, che sostengono l’immobilità della Terra ed il movimento del sole, da Galilei distorti a favore dell’eliocentrismo, soprattutto nelle cosiddette Lettere Copernicane. Dall’altro, il magistero stesso della Chiesa, insidiato da una contro-spiritualità, collegata al neoplatonismo ed al misticismo ermetico. Infatti, è nel Dialogo sui due massimi sistemi, “se lo si sappia leggere”, che si trova il segno della trasformazione di un’ipotesi astronomica in una vera e propria percezione filosofica del mondo[3].

Peraltro, un fatto è certo: << prima che Galileo si fosse dato a compiere la sua opera in difesa del Sistema Copernicano, nessuno si era accorto della rivoluzione copernicana. Le novità del resto sono per pochi, e quei pochi, gli eletti, non possono non essere degli iniziati. E come una sorta di “iniziazione” a misteri o, se si preferisce, come frutto di eresia furono subito giudicate le Lettere Copernicane>>[4].
Prima delle prese di posizioni di Galilei, la Chiesa Cattolica era stata favorevole all’ipotesi copernicana. Addirittura, il De revolutionibus di Copernico si dimostrò lo strumento efficace per sostenere la riforma del calendario, realizzata da Gregorio XIII, contro le resistenze messe in atto dalle chiese protestanti. È lo stesso Galilei a riferire che Copernico, <<uomo non solamente cattolico, ma sacerdote e canonico>>, venne chiamato a Roma in occasione della riforma del calendario e, grazie al suo intervento, in modo: <<conforme alla sua dottrina non solamente si è poi regolato il calendario, ma si fabbricarono le tavole di tutti i movimenti de’ pianeti>>[5].

Osserva giustamente Morpurgo-Tagliabue: <<Che dopo 70 anni si proibisse assolutamente l’opinione copernicana, non appariva neppure pensabile: per la pietà riconosciuta all’autore, “nobilis astrologi”, che aveva dedicato l’opera a Paolo III, e per la diffusa utilità dei suoi calcoli e dei suoi metodi, apprezzati durante la riforma del Calendario>>[6].

Il motivo del cambio di atteggiamento del Clero nei confronti della nuova ipotesi astronomica e della persona stessa di Galilei, costituisce un fatto sul quale fermare l’attenzione, soprattutto per cercare di comprendere le vere cause che lo determinarono. E per giungere a tale chiarimento, non si può prescindere dall’analizzare il fermento culturale, la tendenza cioè alla rivalutazione dei miti classici, con tutte le loro implicazioni magiche ed ermetiche, che permeava soprattutto la corte fiorentina.

Galileo fino allora aveva goduto della stima anche del suo “avversario”, il cardinale gesuita, poi santo e dottore della Chiesa, Roberto Bellarmino, del tutto aperto alle novità scientifiche. Al punto da segnalare, in una lettera ai Matematici del Collegio Romano, le: <<nuove osservazioni di un valente matematico [Galileo, ndr] per mezzo di uno strumento chiamato “cannone” overo “ochiale”; e ancor io ho visto, per mezzo dello stesso istrumento, alcune cose molto meravigliose intorno alla luna e a Venere>>[7].

La Chiesa non aveva nulla da temere dalle novità scientifiche, se queste fossero rimaste tali. I principali teologi cristiani, a partire da sant’Agostino e san Tommaso, apprezzavano massimamente la ragione come strumento eletto per giungere ad una maggiore comprensione della gloria di Dio, che come scriveva san Paolo ai Romani, si manifesta nel mondo. Essi ritenevano infatti che <<Dio fosse l’assoluta personificazione della ragione>>[8]. È secondo questa prospettiva, che lo stesso cristianesimo intende il <<progresso come un obbligo dato da Dio, implicito nel dono della ragione>> [9].

Il “dietro front” della Chiesa nei confronti di Galileo e dell’ipotesi copernicana, va pertanto ricercato in motivazioni profonde, significative, che mettevano in moto il suo essere stesso, finalizzato alla testimonianza della Verità, in quanto soltanto questa rende libero l’uomo, ed alla celebrazione dei Sacramenti, attraverso i quali si perpetua l’azione salvifica della Grazia. E di certo gli atteggiamenti assunti da Galileo non facilitarono il clima necessario al dialogo che deve instaurarsi nel momento in cui si presentano argomenti davvero nuovi ai quali si collegano problematiche aperte e sottili.

Innanzitutto, allora, deve avere influito sulla presa di distanza della gerarchia cattolica una certa mancanza di umiltà dello scienziato, che caldeggiava con eccessiva enfasi argomenti tendenzialmente eretici e dubbi, proprio dal punto di vista scientifico. Marpurgo-Tagliabue, ha scritto note taglienti riguardo al carattere di Galilei, circa la sua superbia ed al <<senso di superiorità della propria mente sugli altri uomini. Egli si espande in una superba gloriosa vecchiezza non priva di iattanza: la iattanza della ragione. È questa fiducia che lo conduce di errore in errore, dalla trascuranza delle leggi di Keplero alla teoria delle comete, alla teoria delle maree: una luminosa cecità, un’ottimistica fiducia nella semplicità razionale della natura, un tranquillo dogmatismo. Non sa di avere a fianco un dio ingannatore>>[10].

I “cani” del Signore

I primi a rendersi conto che nell’eliocentrismo galileiano fossero presenti fattori spuri non inerenti alla sola scienza astronomica, furono i <<Domenicani, i domini-canes, cani del Signore>>[11], i quali reagirono prontamente, tramite il padre Tommaso Caccini che, il 21 dicembre 1614, dal pergamo di Santa Maria Novella in Firenze, denunciò gli errori dottrinali dei matematici copernicani, provocandone le piccate reazioni.

D'altra parte, non potendo ignorare l’opera del loro famoso confratello, Giordano Bruno, i Padri Domenicani conoscevano benissimo i diversi livelli di interpretazione della dottrina eliocentrica. Dei quali, quello scientifico, rappresenta il più basso ed evidente. Il discusso frate infatti più volte <<tratta Copernico con una certa sufficienza, rimproverandogli di avere interpretato la sua teoria dal solo punto di vista matematico, mentre egli, Bruno, ne ha compreso i più profondi significati religiosi e magici>>[12].

In realtà, Bruno conosce in modo alquanto insufficiente il lato scientifico della teoria copernicana, come dimostrano le assurdità contenute nella sua opera, La cena de le ceneri. Proprio per questa sua ignoranza: <<Se i suoi nemici si fossero limitati a un’interpretazione letterale, avrebbero potuto coprire Bruno di ridicolo, ma difficilmente si sarebbero dati la pena di bruciarlo vivo>>.

Sembra invece che il Nolano abbia scelto la teoria copernicana come veicolo più idoneo <<per introdurre le proprie concezioni filosofiche in parte perché essa godeva di una notevole corrente d’interesse e in parte perché poteva essere adattata alle proprie teorie. Bruno e i suoi contemporanei avevano inoltre ragione di vedere in Copernico un rinnovatore del pitagorismo magico, che essi consideravano una fonte della tradizione ermetico-neoplatonica>>[13].

Peraltro, è risaputo che Galilei venne informato dell’interpretazione bruniana della teoria di Copernico, quindi del suo significato metaforico e magico, da parte di un altro controverso personaggio, Tommaso Campanella, che conosceva personalmente, ed “ideologicamente”, molto bene. I due si incontrarono a Padova, anche con Paolo Sarpi, il noto protagonista di una forte oppositore al Papato, e con lo scienziato esoterista Gian Battista Della Porta, autore del testo, all’epoca famoso, Magiae naturalis Libri XX (Napoli 1589), dove si spiega, fra le molte argomentazioni, che scopo della magia è capire il funzionamento del cosmo, e di imitarne i processi, secondo l’omologia dichiarata dall’arcano principio che recita: “ciò che è in alto è in basso”[14].

Galileo occultista
Questi personaggi apparentemente così diversi, erano tuttavia accomunati da una stessa passione: quella astrologica. Galilei dimostrò tracce di questo suo interesse così poco scientifico, tra l’altro, nel Sidereus Nuncius ove, con prosa elegante, dedica a Cosimo de Medici i satelliti di Giove, spiegando che le splendide virtù che adornano la sua persona gli sono state conferite da questo astro molto benigno, che nel momento della sua nascita era in posizione del cielo di straordinaria importanza.

Scrive G. Ernst che <<se l’oroscopo di Cosimo II è il più clamoroso, per la celebrità del testo in cui vi si fa cenno, non è certo l’unico caso di genitura compilata da Galileo, e già più di un secolo fa, con la probità intellettuale che lo contraddistingueva, A. Favaro dedicava un breve saggio a “Galileo astrologo”, superando comprensibili resistenze nei confronti di un argomento per quei tempi imbarazzante … Galileo conosceva molto bene la pratica astrologica: è certo che nel periodo padovano componeva oroscopi dietro compenso>>[15].

Il fatto che Galilei si prestasse a redigere oroscopi e previsioni sul futuro, al pari di qualunque ciarlatano, si addice ben poco al cliché di provato sperimentatore con il quale egli è passato alla storia. Ma del quale, come vedremo avanti, molti hanno dubitato, dal momento che: <<Nessuna delle esperienze galileiane era fondata, tutte immaginate, e per questo facilmente dimostrate. Molti lettori delle sue opere sono stati tratti in inganno dall’apparente rigore geometrico delle sue dimostrazioni>>[16].

È tuttavia comprensibile, che i positivisti cercassero di esaltare gli aspetti dello scienziato che tornavano a loro favore, adombrando quelli contrari. Comunque, assume tinte deludenti l’immagine del padre della cosiddetta scienza moderna, fra una polemica e l’altra, sotto banco, per sbarcare meglio il lunario, o per attirarsi i favori dei potenti di turno, intento ad interpretare effemeridi, campi e quadranti planetari, per compilare temi di natività a favore di qualche povero illuso.

La comune tendenza al vaticinio che avvicinò Campanella a Galilei, emerge anche dalla lettera che il primo inviò allo scienziato, per ringraziarlo della copia dei Dialoghi, ricevuta nel mese di luglio del 1632. In tale occasione, il Frate riassume genericamente il senso del libro, compiacendosene, al punto da affermare: <<Tutte le cose mi son piaciute, e vedo quanto è più valido il suo argomentare di quel di Copernico, se ben quello è fondamentale>>. Ed in conclusione, come esperto del settore, collega l’argomento astronomico ad una sorta di profezia astrologica: <<Queste novità di verità antiche, di novi mondi, novi stelle, novi sistemi, nove nazioni etc., son principio di secol novo>>[17].

Come si vede, il modello eliocentrico è utilizzato come punto di forza per ribaltare e sovvertire “lo stato dei fatti e delle cose”, direbbe Wittgenstein, dell’epoca. Infatti, il problematico frate calabrese, che nelle sue opere si propone fra l’altro l’utopica realizzazione dell’unità religiosa dell’umanità, fondata sull’accordo (improponibile) della religione cristiana con la religione naturale: <<sia nell’apologia che in lettere a Galileo, parla dell’eliocentrismo come di un ritorno all’antica verità e come un preannuncio di un’età nuova, usando un linguaggio che ricorda fortemente quello di Bruno ne “La cena de le ceneri”>>[18].

L’illusione alla quale si aggrapparono Campanella e gli ermetisti rinascimentali è assai ovvia ed evidente, dal momento che la novità da essi tanto attesa e declamata, non fu altro che postulare e propiziare il ritorno di presunte verità antiche, di matrice egizia, e di entità spirituali, segretamente collegate alla metafisica eliocentrica.

“Misticismo” pitagorico
La sintonia ideologica che si stabilì fra Campanella e Galilei lascia intendere che entrambi conoscessero le implicazioni “spirituali” presenti nell’eliocentrismo, e che insieme, ognuno a modo proprio, si proponessero di elevare il modello copernicano a paradigma universale, quale simbolo e pentacolo dell’umanità rinata, dopo secoli di coercizione religiosa e culturale. Ma in realtà costringendola inesorabilmente in griglie spirituali davvero esecrabili. Infatti, l’eliocentrismo, come abbiamo riferito nelle nostre pubblicazioni, esprime un significato religioso persino più profondo di quello connesso alla teoria geocentrica, se è vero che in esso si maschera l’arcaico culto naturalistico del demone solare.

Costituisce pertanto una grande illusione il credere che la scienza ci abbia liberati dai condizionamenti religiosi di stampo medievale, dal momento che essa ci ha come imprigionati in una mentalità tendenzialmente ateo-materialistica, spesso adombrata dietro le prevedibili espressioni dello scientismo militante. Atteggiamento interiore, questo, da molti conseguito inconsapevolmente, mediante uno studio essenzialmente passivo e scolastico, teso ad accreditare i temi proposti dalla cultura ufficiale come se questi fossero indiscutibili dogmi della religione razionale, e ad irrobustire il pregiudizio e la censura verso quanti propongono visioni che aprono prospettive diverse da quelle accettate dal sapere comune.

Costituisce dunque una comprensibile conseguenza di questo stato di cose, il fatto che a molti possa apparire azzardato accostare le argomentazioni scientifiche di Galilei[19] (fumose, prolisse, ed in gran parte errate: basta trovare la forza di leggere alcune pagine del Dialogo), con gli elementi propri della magia. Questo perché i principi sui quali poggiano la scienza e la magia non solo sembrano inconciliabili, ma addirittura contrapposti. Infatti, mentre la vera scienza si fonda su una ricerca razionale ed oggettiva della verità, la magia si basa sulla possibilità di stabilire un contatto personale, effettivo, con la dimensione spirituale, attraverso uno stato illuminativo dell’essere.

Tuttavia, tale contrasto è solo apparente: superficie e profondità caratterizzano lo stesso mare della conoscenza ermetica, dalla quale magia e scienza hanno tratto per larga parte ispirazione. I pitagorici, nel loro chiuso ed impenetrabile settarismo, celebravano nel contempo i poteri della ragione matematica ed i poteri della mente. Intendendo con questi ultimi, anche la possibilità di entrare in comunicazione con entità disincarnate, mediante la pratica illecita dei sacrifici di sangue. Pitagora venne scacciato da Crotone insieme ai suoi accoliti, non solo per motivi strettamente politici. Ma probabilmente perché nella sua setta accadeva qualcosa di altamente illecito, che minava la stessa esistenza sociale dell’uomo.

Ricordiamo peraltro che per i neoplatonici attraverso la conoscenza metalogica ed intuitiva l’anima individuale può giungere a fondersi con l’anima mundi, divenendo essa stessa, microcosmo-uomo, ciò che contempla, macrocosmo-universo. Questo vagheggiato fine <<è un momento di abbandono mistico, in cui l’individuo, spezzati i vincoli della sua finitezza, s’immerge in un’ineffabile beatitudine, di cui, però, nulla si può dire>>[20].

Secondo tale linea interpretativa, l’indagine fisica della natura costituirebbe soltanto una componente incompleta di una conoscenza superiore, per certi tratti misteriosa e profonda, perseguibile esclusivamente mediante un percorso individuale, graduale ed iniziatico, non consentito a tutti e sottoposto ad una gerarchia spirituale ben definita ed immutabile nella propria struttura segreta.



[1] Citato da E. Garin, Il ‘caso’ Galileo nella storia della cultura moderna, in Novità celesti e crisi del sapere – Atti del convegno internazionale di Studi Galileiani, Giunti Barbera, Firenze 1984, pagina 5.
[2] Confronta, G. Galli, Hitler e il nazismo magico – Le componenti esoteriche del Reich millenario, BUR, Milano 1999, capitolo settimo.
[3] E. Garin, Ibidem, pagina 9.
[4] M. Caleo, Galileo l’anticopernicano, Edizioni Dottrinari, Salerno 1992, pagina 13.
[5] G. Galilei, Lettera a Cristina di Lorena, Carlo Mancosu  Editore, Roma 1993, pagina 14.
[6] G. Morpurgo-Tagliabue, I processi di Galileo e l’epistemologia, Edizioni di Comunità, Milano 1963, pagina 28.
[7] R. Bellarmino, Lettera ai Matematici del Collegio Romano, del 19 aprile 1611. Tutti i documenti citati nel presente articolo sono tratti dal testo, G. Galilei, Dal carteggio e dai documenti-Pagine di vita, a cura di I. Del Lungo e A. Favaro, Presentazione di E. Garin, Sansoni, Firenze 1915, ristampato nel 1984.
[8] D. Lindberg, R. L. Numbers (a cura di), Dio e natura. saggi storici sul rapporto tra cristianesimo e scienza, La Nuova Italia, Scandicci 1994, pagina 17.
[9] R. Stark, La vittoria della Ragione, Lindau, Torino 2006, pagina 87.
[10] G. Morpurgo-Tagliabue, citato, pagina 123.
[11] J. Leclercq, Bernardo di Chiaravalle, Vita e pensiero, Milano 1992, pagina 13.
[12] F. A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, Roma-Bari 1995, pagina 176.
[13] L. S. Lerner e E. A. Gosselin, Giordano Bruno, in <<Le Scienze>>, edizione italiana di <<Scientific American>>, numero 58, giugno 1973, pagina 25 e seguenti.
[14]Questo memorabile incontro è ricordato dallo stesso Campanella in una lettera del 19 giugno 1636.  
[15] G. Ernst, Astrologia e profezia in Galileo e Campanella, in Novità celesti e crisi del sapere, citato, pagina 264.
[16] M. Caleo, citato, pagina 10.
[17] Lettera di Tommaso Campanella a Galileo, del 5 agosto 1632.
[18] F. A. Yates, citato, pagine 413 e 414.
[19] Il testo Galileo L’anticopernicano, di M. Caleo, già citato, mette a fuoco la contraddittorietà del linguaggio galileiano, che in realtà sembra negare quanto in apparenza afferma. Così: <<L’assurdo dell’identità reale-razionale, ha prodotto quel metodo della “sensata esperienza”, che, a mio parere, rappresenta un limite imposto alla scienza, dal momento che essa è portata a cercare più la sua verità che la verità del reale.”>>, pagina 9.
[20] G. Martano (a cura di), Neoplatonismo, Le Monnier, Firenze 1981, pagina 14.