Gli
elogi che Galileo rivolse a Copernico e ad Aristarco, nel Dialogo sui due massimi sistemi del mondo, per “aver fatta con la
ragione tanta violenza al senso”, fino a divenire padrona della loro fede, sono
molto indicativi per comprendere come sia stato possibile l’imporsi di un
modello celeste immaginato, rispetto alla stessa realtà celeste. Ossia, l’idea
del movimento della Terra, a tutti gli effetti ferma, rispetto al tangibile
moto del Sole e delle stelle. In questo procedimento, non solo il pensare e
l’essere, il razionale ed il reale sono stati equiparati. Ma la prima categoria
si è imposta sulla seconda, adombrandola. Questo singolare avvicendamento è
avvenuto in nome di quella scienza che nei suoi protocolli dichiarava di avere
come oggetto lo studio induttivo della realtà, mediante il linguaggio oggettivo
della misura geometrica e matematica.
Il
moto effettivo del Sole e dei pianeti, percepito da tutti come evidente realtà,
venne dunque dichiarato apparente e illusorio, a partire dal 1500. Sorretto da antiaristoteliche
spinte sotterranee, venne invece innalzato il modello pitagorico eliocentrico, del
tutto inadeguato ed insufficiente, sia per le pseudo prove poste a suo
fondamento, i dati astronomici proposti non corrispondevano affatto a quelli
celesti. Sia perché contrario al principio di contraddizione dell’essere. La
terra infatti, al tempo stesso, veniva dichiarata in movimento rispetto
all’idea, pur se in quiete rispetto ai sensi. Il metodo utilizzato, contro chi
si opponeva a questa insolita immagine del cielo, fu quello dell’ironia e della
denigrazione, mancando gli argomenti per confutare la validità del “senso
comune”. Tale metodo sarcastico indirizzato ai sostenitori della quiete
terrestre si è propagato nei secoli ed ancora perdura. Al giorno d’oggi, chi
sostenesse, come chi scrive con i pochi seguaci, che la Terra è in quiete ed il
Sole e gli altri corpi celesti in movimento, così come i sensi percepiscono,
verrebbe ironicamente indicato come retrogrado, oscurantista, antiscientifico,
ecc. Stesse accuse che vengono attribuite alla Chiesa Tridentina. Il realismo
moderato sostenuto dagli scolastici medievali è infatti un indirizzo filosofico
ritenuto ormai privo di fondamento, nonostante questo potrebbe significare che
due più due non fanno quattro.
Galilei,
come Cartesio, fu un ambiguo sostenitore di Aristotele e di Platone, a seconda
della convenienza. Da buon pitagorico, egli mascherò dietro le argomentazioni
scientifiche una dottrina. Quella pitagorica. Il Rinascimento fu l’epoca della
riscoperta delle arti classiche. Tra queste, lo studio delle armonie e delle
scale musicali, in particolare quella pitagorica, basata sull’intervallo di
quinta giusta, corrispondente al rapporto 2/3. Vincenzo Galilei, padre dello
scienziato ed apprezzato musicista, maestro di liuto, ebbe modo di insegnargli
la bellezza e la potenzialità di questo rapporto e della dottrina al quale è
collegato, condividendo con lui e con gli altri figli la sua difesa della monodia
accompagnata, rispetto alla polifonia, nonché la ripresa della tradizione greca
basata appunto su una sola voce, rispetto al cantare più arie insieme.
Il
rapporto pitagorico di quinta, corrispondente al sol, è assai singolare. Dal
punto di vista numerologico, esprime implicitamente la cifra dell’apocalisse,
il seicentosessantasei. Infatti, dividendo questi due numeri, 2/3, si ottiene il
numero periodico 0,66666… Bastano le prime tre cifre, per indicarne l’aspetto
simbolico e settario al quale può essere ricondotto. Non solo. Questo rapporto armonico
è espresso simbolicamente nella famosa stella a cinque punte. Nel senso
dell’uomo vitruviano, il rapporto è invertito in 3/2. Del resto, la sua
riduzione all’unità si ottiene con i sei sesti, 3/2 x 2/3 = 6/6.
L’implicito
riferimento apocalittico del rapporto pitagorico, 2/3, ci consente di aprire
una parentesi evangelica, non estranea, a nostro avviso, al cambio di paradigma
astronomico avvenuto nel 1500, sul quale da tempo stiamo dissertando. Ci riferiamo
alla tentazione subita dal Signore, nel deserto. Ne parla l’evangelista Matteo,
sottolineando che Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti
nel deserto, ebbe fame. In quel momento, si presentò Satana (cfr. Mt 4, 1-4). In
genere, la tentazione giunge all’inizio o durante la prova, al fine di impedire
di condurla a termine. Non quando la prova è praticamente superata. Matteo
invece evidenzia che, solo dopo quaranta giorni, Gesù ebbe fame e venne tentato
dal diavolo. Questo lascia credere che non si trattasse di una tentazione
carnale. Difatti, dopo quaranta giorni di purificazione, la carne, divenuta debole,
non sente attrazione per la carne.
È
noto che i «quaranta giorni» rappresentano un evento simbolico e sacro, che
richiama altri momenti della storia della salvezza. La permanenza di Mosè
sull’Oreb, l’esodo del popolo eletto verso la terra promessa, il cammino di
Elia nel deserto (1 Re 19, 8), ecc. Il numero quaranta è composto dal quattro,
indice di saldezza, e dal dieci, simbolo della perfezione. «Quaranta giorni»
figurano allora il tipico periodo della prova mistica. Alla fine di essi,
accade qualcosa di spiritualmente importante. Per tale ragione, al termine di
questi giorni e non prima, si presentò l’avversario, per tentare il
Maestro.
Ma
«quaranta giorni» non indicano esclusivamente la dimensione temporale. Essi alludono
come ad un tragitto, una elevazione, la conquista di una vetta. Il punto più
alto raggiungibile dall’anima. Il superamento dell’«ego». Quando si raggiunge
il limite umano, ci si trova di fronte il cielo, la dimensione divina, la terra
promessa. Tuttavia, è proprio qui che un insormontabile abisso preclude il
cammino, lo adombra, rendendolo inaccessibile. Qui compare l’ultima barriera,
il grande velo, la nube che avvolge Dio, i cherubini e la fiamma della spada
folgorante posti a custodia dell’Eden (cfr. Gen 3, 24). In quel momento, al
termine della prova di questo numero biblico, si manifesta quindi la tentazione.
Questo perché è allora che termina l’azione della Grazia, e l’uomo è lasciato
in balia di se stesso, per proseguire con le proprie forze la risalita verso la
Sommità. Infatti, superata una prova, si acquisisce potere. Del resto, anche
gli sciamani ed i grandi maghi digiunano per lunghi periodi, al fine di
interagire con gli spiriti.
Gesù
dopo il lungo digiuno ha come raggiunto, dal punto di vista umano, l’altezza di
Satana, la sua posizione. Egli così ha portato l’uomo all’altezza di quello che
fu il più splendido cherubino. Il quale non conosce in dettaglio lo svolgersi
dei piani della redenzione umana, essendo fuori della Grazia. Si è ribellato,
ha perso la comunione, la partecipazione e condivisione dei disegni divini. Come
affermano S. Agostino (Città di Dio 1,
XI, c. 21) e S. Tommaso (Somma Teologica
I, 64, a. 1; e q. 44, a. 1, ad 2), egli non sapeva con certezza di avere di
fronte, in povere vesti, addirittura Dio, nella Persona del Figlio.
«Se
tu sei il figlio di Dio…». Satana inizia così, più che a tentarlo, ad
interrogarlo. Egli vuole sapere chi è davvero quell’uomo che gli si presenta di
fronte. Prova a farselo rivelare, chiedendogli un atto di magia. Lo desidera
tutto per sé, ai suoi piedi, nel suo amore egoistico e possessivo. Voleva sapere
se fosse uno dei suoi. Un mago, come i sacerdoti egizi che entrarono in
competizione con Mosè, eguagliando tutti i suoi prodigi con le tecniche della
magia egizia.
Secondo
la richiesta del maligno, Gesù avrebbe dovuto operare una sorta di sortilegio,
ossia la mutazione di un elemento in un altro. Le pietre in pane. Trasformare
l’essenza di un ente, nell’essenza di un altro ente. Applicare il principio
materialista che pone la materia alla base dell’essere. La stessa materia
accomuna tutti i corpi. Quindi variando la forma della materia, essendo la
sostanza la stessa, si otterrebbe la trasformazione dei corpi illusori. Se
questo fosse possibile, l’ente individuale perderebbe il fondamento proprio,
non essendo più radicato nell’Essere autosussistente, restando privo della
propria autonomia e specificità ontologica, la sua particolarità, la sua parte
propria di partecipazione all’Essere.
Gesù
invece non baratta la realtà: «Il vostro parlare sia sì sì no no, il resto
viene dal maligno» (Mt 5, 37), dirà in seguito. Il Figlio di Dio dimostra
infatti concretamente che la sua logica è quella della non contraddizione
dell’essere, quella del sì o no. Non quella del sì e no. Quest’ultima è alla
base della dialettica eraclitea ed hegeliana, della conciliazione degli
opposti, del bene che si muta in male e viceversa. Della pretesa ontologica del
male. Il quale invece non ha consistenza, essendo una privazione del bene. Ma non
un’entità in sé. Gesù dimostra quindi il valore della realtà creata, l’importanza
ontologica del più piccolo ente esistente. Anche gli uccelli ed i passeri sono
nutriti da Dio, perché anche essi hanno valore e significato ai suoi occhi (Mt
6, 26). Come i capelli del nostro capo (Mc 10, 30). Dio non inganna, non crea
illusioni, non nasconde la realtà dietro a false apparenze.
Gesù
acconsentì solo una volta a trasformare un ente in un altro ente. Ed anche a
malincuore. Nelle nozze di Cana, su richiesta della Madre, alla quale rispose
in modo non entusiasta (cfr. Gv 2,4). Ma accordò la richiesta, perché
finalizzata alla gloria di Dio, alla sua manifestazione di fronte ai discepoli.
Non per soddisfare un fine personale, come richiesto dal diavolo. Mutò la
natura dell’acqua in quella del vino, in una sorta di anticipo della futura sua
Transustanziazione. Il vino finale, migliore di quello iniziale. Così come
l’antica Alleanza, in Gesù, si sarebbe mutata in nuova Alleanza. Come Mosè
prefigurò il Cristo, così il vino buono venne servito alla fine. In questo
caso, un ente venne perfezionato e sublimato dall’onnipotenza di Dio.
La
realtà possiede ed esprime un valore insuperabile. Essa è il fondamento sul
quale instaurare la conoscenza, non essendo illusoria, come la scienza vuole
farci credere in questo particolare frangente. La realtà difatti è fonte di
conoscenza, alla luce del realismo moderato e della metafisica scolastica.
Quindi non manifesta il contrario di quello che è, ed i sensi non ingannano
nelle loro funzioni più evidenti. Sono i ragionamenti tortuosi che confondono e
allontanano dalla verità (Sap 1, 3). Essi costituiscono quell’ampio «resto che
viene dal maligno», e che tanto ammalia gli uomini. Sostituire alla realtà
percepita una sua immagine mentale è quindi un tipico ed erroneo procedimento pitagorico,
al quale a partire da Galilei tutta la società degli uomini è stata
assoggettata.
Il
Pisano infatti ripropose in altri termini, in altre condizioni, lo stesso
baratto gnostico proposto dal maligno a Cristo nel deserto: la sostituzione di
un ente con un altro ente. Ossia, la negazione della realtà concreta e
l’elezione di una immagine che la rappresenta. Il Pitagorico fermò idealmente il
Sole e mise in moto la Terra, determinando l’attestazione dell’esatto contrario
di quanto si vede, il ribaltamento del senso comune, l’inversione dei termini
che compongono il processo cognitivo, l’alterazione della lettura del libro
della natura, nel quale sono inscritte le leggi armoniche che la regolano.
Da
allora, dall’accettazione di questo processo, noi abbiamo dato vita ad un mondo
virtuale ed utopico, zeppo di informazioni precostituite, di opinioni comuni,
fortificate da chi esercita il potere a suo vantaggio, essendosi prostrato, a
differenza del Divino Maestro, ai piedi dell’antico serpente. La nostra cultura
si è costituita sui libri scritti dai vincitori, asserviti ad un potere che non
tiene in alcun conto, spesso irridendo, la misera sorte dei vinti. Noi difatti abbiamo
ceduto alla tentazione pitagorica di “forzare i sensi”, per dar luogo
all’immaginazione. Credendo il contrario di quanto percepiamo, abbiamo
accettato il baratto del reale con una sua immagine razionale. Trasformando
così una cosa nell’altra. Le pietre, in pane. La dòxa, in epistème.