lunedì 4 ottobre 2010

IL “SEGRETO” DI GALILEI (Prima parte)


I timori di Descartes

Verso la fine del 1633, Descartes apprese che il Dialogo sui due massimi sistemi di Galilei era stato condannato. Intimorito, sospese repentinamente la stesura del suo trattato sul Mondo. E scrisse la sua apprensione all’amico Marsenne: <<Ora io vi dirò che tutte le cose che spiegavo nel mio trattato, e fra queste c’era il moto della Terra, sono a tal punto dipendenti le une dalle altre, che basta sapere che una è falsa per rendersi conto che tutte le ragioni di cui mi sono servito non hanno validità alcuna>>[1].

Già dieci anni prima, su Cartesio era caduto il pesante sospetto, mai dissolto, di appartenere alla setta dei cosiddetti “invisibili”, ossia i rosacroce. Il filosofo però fece di tutto per smentire ogni voce circa la sua appartenenza a tale setta, che è riuscita benissimo ad occultare nel tempo la sua esistenza, rendendosi per molti versi davvero “invisibile”[2]. Questa esperienza dovette comunque toccarlo nel profondo, rendendolo ancora più prudente e circospetto di quanto potesse esserlo stato fino a quel momento.

Ben conscio di quanto fosse successo a Bruno, Cartesio, oltre che per se stesso, temeva che la condanna ecclesiastica avesse potuto fermare la rivoluzione eliocentrica appena avviatasi, alla quale anch’egli aveva aderito, e fermare l’avvento del “nuovo mondo”, tanto evocato dagli esoteristi. La sorte di Galilei non lo preoccupava più di tanto, dal momento che lo scienziato italiano, a differenza di lui, godeva di forti protezioni ecclesiastiche, che avrebbero senz’altro attenuato il giudizio degli inquisitori.

Il conflitto che Galilei stava affrontando contro una parte della Chiesa, l’altra gli era ben favorevole, riguardava, da un lato, l’interpretazione di alcuni passi biblici, che sostengono l’immobilità della Terra ed il movimento del sole, da Galilei distorti a favore dell’eliocentrismo, soprattutto nelle cosiddette Lettere Copernicane. Dall’altro, il magistero stesso della Chiesa, insidiato da una contro-spiritualità, collegata al neoplatonismo ed al misticismo ermetico. Infatti, è nel Dialogo sui due massimi sistemi, “se lo si sappia leggere”, che si trova il segno della trasformazione di un’ipotesi astronomica in una vera e propria percezione filosofica del mondo[3].

Peraltro, un fatto è certo: << prima che Galileo si fosse dato a compiere la sua opera in difesa del Sistema Copernicano, nessuno si era accorto della rivoluzione copernicana. Le novità del resto sono per pochi, e quei pochi, gli eletti, non possono non essere degli iniziati. E come una sorta di “iniziazione” a misteri o, se si preferisce, come frutto di eresia furono subito giudicate le Lettere Copernicane>>[4].
Prima delle prese di posizioni di Galilei, la Chiesa Cattolica era stata favorevole all’ipotesi copernicana. Addirittura, il De revolutionibus di Copernico si dimostrò lo strumento efficace per sostenere la riforma del calendario, realizzata da Gregorio XIII, contro le resistenze messe in atto dalle chiese protestanti. È lo stesso Galilei a riferire che Copernico, <<uomo non solamente cattolico, ma sacerdote e canonico>>, venne chiamato a Roma in occasione della riforma del calendario e, grazie al suo intervento, in modo: <<conforme alla sua dottrina non solamente si è poi regolato il calendario, ma si fabbricarono le tavole di tutti i movimenti de’ pianeti>>[5].

Osserva giustamente Morpurgo-Tagliabue: <<Che dopo 70 anni si proibisse assolutamente l’opinione copernicana, non appariva neppure pensabile: per la pietà riconosciuta all’autore, “nobilis astrologi”, che aveva dedicato l’opera a Paolo III, e per la diffusa utilità dei suoi calcoli e dei suoi metodi, apprezzati durante la riforma del Calendario>>[6].

Il motivo del cambio di atteggiamento del Clero nei confronti della nuova ipotesi astronomica e della persona stessa di Galilei, costituisce un fatto sul quale fermare l’attenzione, soprattutto per cercare di comprendere le vere cause che lo determinarono. E per giungere a tale chiarimento, non si può prescindere dall’analizzare il fermento culturale, la tendenza cioè alla rivalutazione dei miti classici, con tutte le loro implicazioni magiche ed ermetiche, che permeava soprattutto la corte fiorentina.

Galileo fino allora aveva goduto della stima anche del suo “avversario”, il cardinale gesuita, poi santo e dottore della Chiesa, Roberto Bellarmino, del tutto aperto alle novità scientifiche. Al punto da segnalare, in una lettera ai Matematici del Collegio Romano, le: <<nuove osservazioni di un valente matematico [Galileo, ndr] per mezzo di uno strumento chiamato “cannone” overo “ochiale”; e ancor io ho visto, per mezzo dello stesso istrumento, alcune cose molto meravigliose intorno alla luna e a Venere>>[7].

La Chiesa non aveva nulla da temere dalle novità scientifiche, se queste fossero rimaste tali. I principali teologi cristiani, a partire da sant’Agostino e san Tommaso, apprezzavano massimamente la ragione come strumento eletto per giungere ad una maggiore comprensione della gloria di Dio, che come scriveva san Paolo ai Romani, si manifesta nel mondo. Essi ritenevano infatti che <<Dio fosse l’assoluta personificazione della ragione>>[8]. È secondo questa prospettiva, che lo stesso cristianesimo intende il <<progresso come un obbligo dato da Dio, implicito nel dono della ragione>> [9].

Il “dietro front” della Chiesa nei confronti di Galileo e dell’ipotesi copernicana, va pertanto ricercato in motivazioni profonde, significative, che mettevano in moto il suo essere stesso, finalizzato alla testimonianza della Verità, in quanto soltanto questa rende libero l’uomo, ed alla celebrazione dei Sacramenti, attraverso i quali si perpetua l’azione salvifica della Grazia. E di certo gli atteggiamenti assunti da Galileo non facilitarono il clima necessario al dialogo che deve instaurarsi nel momento in cui si presentano argomenti davvero nuovi ai quali si collegano problematiche aperte e sottili.

Innanzitutto, allora, deve avere influito sulla presa di distanza della gerarchia cattolica una certa mancanza di umiltà dello scienziato, che caldeggiava con eccessiva enfasi argomenti tendenzialmente eretici e dubbi, proprio dal punto di vista scientifico. Marpurgo-Tagliabue, ha scritto note taglienti riguardo al carattere di Galilei, circa la sua superbia ed al <<senso di superiorità della propria mente sugli altri uomini. Egli si espande in una superba gloriosa vecchiezza non priva di iattanza: la iattanza della ragione. È questa fiducia che lo conduce di errore in errore, dalla trascuranza delle leggi di Keplero alla teoria delle comete, alla teoria delle maree: una luminosa cecità, un’ottimistica fiducia nella semplicità razionale della natura, un tranquillo dogmatismo. Non sa di avere a fianco un dio ingannatore>>[10].

I “cani” del Signore

I primi a rendersi conto che nell’eliocentrismo galileiano fossero presenti fattori spuri non inerenti alla sola scienza astronomica, furono i <<Domenicani, i domini-canes, cani del Signore>>[11], i quali reagirono prontamente, tramite il padre Tommaso Caccini che, il 21 dicembre 1614, dal pergamo di Santa Maria Novella in Firenze, denunciò gli errori dottrinali dei matematici copernicani, provocandone le piccate reazioni.

D'altra parte, non potendo ignorare l’opera del loro famoso confratello, Giordano Bruno, i Padri Domenicani conoscevano benissimo i diversi livelli di interpretazione della dottrina eliocentrica. Dei quali, quello scientifico, rappresenta il più basso ed evidente. Il discusso frate infatti più volte <<tratta Copernico con una certa sufficienza, rimproverandogli di avere interpretato la sua teoria dal solo punto di vista matematico, mentre egli, Bruno, ne ha compreso i più profondi significati religiosi e magici>>[12].

In realtà, Bruno conosce in modo alquanto insufficiente il lato scientifico della teoria copernicana, come dimostrano le assurdità contenute nella sua opera, La cena de le ceneri. Proprio per questa sua ignoranza: <<Se i suoi nemici si fossero limitati a un’interpretazione letterale, avrebbero potuto coprire Bruno di ridicolo, ma difficilmente si sarebbero dati la pena di bruciarlo vivo>>.

Sembra invece che il Nolano abbia scelto la teoria copernicana come veicolo più idoneo <<per introdurre le proprie concezioni filosofiche in parte perché essa godeva di una notevole corrente d’interesse e in parte perché poteva essere adattata alle proprie teorie. Bruno e i suoi contemporanei avevano inoltre ragione di vedere in Copernico un rinnovatore del pitagorismo magico, che essi consideravano una fonte della tradizione ermetico-neoplatonica>>[13].

Peraltro, è risaputo che Galilei venne informato dell’interpretazione bruniana della teoria di Copernico, quindi del suo significato metaforico e magico, da parte di un altro controverso personaggio, Tommaso Campanella, che conosceva personalmente, ed “ideologicamente”, molto bene. I due si incontrarono a Padova, anche con Paolo Sarpi, il noto protagonista di una forte oppositore al Papato, e con lo scienziato esoterista Gian Battista Della Porta, autore del testo, all’epoca famoso, Magiae naturalis Libri XX (Napoli 1589), dove si spiega, fra le molte argomentazioni, che scopo della magia è capire il funzionamento del cosmo, e di imitarne i processi, secondo l’omologia dichiarata dall’arcano principio che recita: “ciò che è in alto è in basso”[14].

Galileo occultista
Questi personaggi apparentemente così diversi, erano tuttavia accomunati da una stessa passione: quella astrologica. Galilei dimostrò tracce di questo suo interesse così poco scientifico, tra l’altro, nel Sidereus Nuncius ove, con prosa elegante, dedica a Cosimo de Medici i satelliti di Giove, spiegando che le splendide virtù che adornano la sua persona gli sono state conferite da questo astro molto benigno, che nel momento della sua nascita era in posizione del cielo di straordinaria importanza.

Scrive G. Ernst che <<se l’oroscopo di Cosimo II è il più clamoroso, per la celebrità del testo in cui vi si fa cenno, non è certo l’unico caso di genitura compilata da Galileo, e già più di un secolo fa, con la probità intellettuale che lo contraddistingueva, A. Favaro dedicava un breve saggio a “Galileo astrologo”, superando comprensibili resistenze nei confronti di un argomento per quei tempi imbarazzante … Galileo conosceva molto bene la pratica astrologica: è certo che nel periodo padovano componeva oroscopi dietro compenso>>[15].

Il fatto che Galilei si prestasse a redigere oroscopi e previsioni sul futuro, al pari di qualunque ciarlatano, si addice ben poco al cliché di provato sperimentatore con il quale egli è passato alla storia. Ma del quale, come vedremo avanti, molti hanno dubitato, dal momento che: <<Nessuna delle esperienze galileiane era fondata, tutte immaginate, e per questo facilmente dimostrate. Molti lettori delle sue opere sono stati tratti in inganno dall’apparente rigore geometrico delle sue dimostrazioni>>[16].

È tuttavia comprensibile, che i positivisti cercassero di esaltare gli aspetti dello scienziato che tornavano a loro favore, adombrando quelli contrari. Comunque, assume tinte deludenti l’immagine del padre della cosiddetta scienza moderna, fra una polemica e l’altra, sotto banco, per sbarcare meglio il lunario, o per attirarsi i favori dei potenti di turno, intento ad interpretare effemeridi, campi e quadranti planetari, per compilare temi di natività a favore di qualche povero illuso.

La comune tendenza al vaticinio che avvicinò Campanella a Galilei, emerge anche dalla lettera che il primo inviò allo scienziato, per ringraziarlo della copia dei Dialoghi, ricevuta nel mese di luglio del 1632. In tale occasione, il Frate riassume genericamente il senso del libro, compiacendosene, al punto da affermare: <<Tutte le cose mi son piaciute, e vedo quanto è più valido il suo argomentare di quel di Copernico, se ben quello è fondamentale>>. Ed in conclusione, come esperto del settore, collega l’argomento astronomico ad una sorta di profezia astrologica: <<Queste novità di verità antiche, di novi mondi, novi stelle, novi sistemi, nove nazioni etc., son principio di secol novo>>[17].

Come si vede, il modello eliocentrico è utilizzato come punto di forza per ribaltare e sovvertire “lo stato dei fatti e delle cose”, direbbe Wittgenstein, dell’epoca. Infatti, il problematico frate calabrese, che nelle sue opere si propone fra l’altro l’utopica realizzazione dell’unità religiosa dell’umanità, fondata sull’accordo (improponibile) della religione cristiana con la religione naturale: <<sia nell’apologia che in lettere a Galileo, parla dell’eliocentrismo come di un ritorno all’antica verità e come un preannuncio di un’età nuova, usando un linguaggio che ricorda fortemente quello di Bruno ne “La cena de le ceneri”>>[18].

L’illusione alla quale si aggrapparono Campanella e gli ermetisti rinascimentali è assai ovvia ed evidente, dal momento che la novità da essi tanto attesa e declamata, non fu altro che postulare e propiziare il ritorno di presunte verità antiche, di matrice egizia, e di entità spirituali, segretamente collegate alla metafisica eliocentrica.

“Misticismo” pitagorico
La sintonia ideologica che si stabilì fra Campanella e Galilei lascia intendere che entrambi conoscessero le implicazioni “spirituali” presenti nell’eliocentrismo, e che insieme, ognuno a modo proprio, si proponessero di elevare il modello copernicano a paradigma universale, quale simbolo e pentacolo dell’umanità rinata, dopo secoli di coercizione religiosa e culturale. Ma in realtà costringendola inesorabilmente in griglie spirituali davvero esecrabili. Infatti, l’eliocentrismo, come abbiamo riferito nelle nostre pubblicazioni, esprime un significato religioso persino più profondo di quello connesso alla teoria geocentrica, se è vero che in esso si maschera l’arcaico culto naturalistico del demone solare.

Costituisce pertanto una grande illusione il credere che la scienza ci abbia liberati dai condizionamenti religiosi di stampo medievale, dal momento che essa ci ha come imprigionati in una mentalità tendenzialmente ateo-materialistica, spesso adombrata dietro le prevedibili espressioni dello scientismo militante. Atteggiamento interiore, questo, da molti conseguito inconsapevolmente, mediante uno studio essenzialmente passivo e scolastico, teso ad accreditare i temi proposti dalla cultura ufficiale come se questi fossero indiscutibili dogmi della religione razionale, e ad irrobustire il pregiudizio e la censura verso quanti propongono visioni che aprono prospettive diverse da quelle accettate dal sapere comune.

Costituisce dunque una comprensibile conseguenza di questo stato di cose, il fatto che a molti possa apparire azzardato accostare le argomentazioni scientifiche di Galilei[19] (fumose, prolisse, ed in gran parte errate: basta trovare la forza di leggere alcune pagine del Dialogo), con gli elementi propri della magia. Questo perché i principi sui quali poggiano la scienza e la magia non solo sembrano inconciliabili, ma addirittura contrapposti. Infatti, mentre la vera scienza si fonda su una ricerca razionale ed oggettiva della verità, la magia si basa sulla possibilità di stabilire un contatto personale, effettivo, con la dimensione spirituale, attraverso uno stato illuminativo dell’essere.

Tuttavia, tale contrasto è solo apparente: superficie e profondità caratterizzano lo stesso mare della conoscenza ermetica, dalla quale magia e scienza hanno tratto per larga parte ispirazione. I pitagorici, nel loro chiuso ed impenetrabile settarismo, celebravano nel contempo i poteri della ragione matematica ed i poteri della mente. Intendendo con questi ultimi, anche la possibilità di entrare in comunicazione con entità disincarnate, mediante la pratica illecita dei sacrifici di sangue. Pitagora venne scacciato da Crotone insieme ai suoi accoliti, non solo per motivi strettamente politici. Ma probabilmente perché nella sua setta accadeva qualcosa di altamente illecito, che minava la stessa esistenza sociale dell’uomo.

Ricordiamo peraltro che per i neoplatonici attraverso la conoscenza metalogica ed intuitiva l’anima individuale può giungere a fondersi con l’anima mundi, divenendo essa stessa, microcosmo-uomo, ciò che contempla, macrocosmo-universo. Questo vagheggiato fine <<è un momento di abbandono mistico, in cui l’individuo, spezzati i vincoli della sua finitezza, s’immerge in un’ineffabile beatitudine, di cui, però, nulla si può dire>>[20].

Secondo tale linea interpretativa, l’indagine fisica della natura costituirebbe soltanto una componente incompleta di una conoscenza superiore, per certi tratti misteriosa e profonda, perseguibile esclusivamente mediante un percorso individuale, graduale ed iniziatico, non consentito a tutti e sottoposto ad una gerarchia spirituale ben definita ed immutabile nella propria struttura segreta.



[1] Citato da E. Garin, Il ‘caso’ Galileo nella storia della cultura moderna, in Novità celesti e crisi del sapere – Atti del convegno internazionale di Studi Galileiani, Giunti Barbera, Firenze 1984, pagina 5.
[2] Confronta, G. Galli, Hitler e il nazismo magico – Le componenti esoteriche del Reich millenario, BUR, Milano 1999, capitolo settimo.
[3] E. Garin, Ibidem, pagina 9.
[4] M. Caleo, Galileo l’anticopernicano, Edizioni Dottrinari, Salerno 1992, pagina 13.
[5] G. Galilei, Lettera a Cristina di Lorena, Carlo Mancosu  Editore, Roma 1993, pagina 14.
[6] G. Morpurgo-Tagliabue, I processi di Galileo e l’epistemologia, Edizioni di Comunità, Milano 1963, pagina 28.
[7] R. Bellarmino, Lettera ai Matematici del Collegio Romano, del 19 aprile 1611. Tutti i documenti citati nel presente articolo sono tratti dal testo, G. Galilei, Dal carteggio e dai documenti-Pagine di vita, a cura di I. Del Lungo e A. Favaro, Presentazione di E. Garin, Sansoni, Firenze 1915, ristampato nel 1984.
[8] D. Lindberg, R. L. Numbers (a cura di), Dio e natura. saggi storici sul rapporto tra cristianesimo e scienza, La Nuova Italia, Scandicci 1994, pagina 17.
[9] R. Stark, La vittoria della Ragione, Lindau, Torino 2006, pagina 87.
[10] G. Morpurgo-Tagliabue, citato, pagina 123.
[11] J. Leclercq, Bernardo di Chiaravalle, Vita e pensiero, Milano 1992, pagina 13.
[12] F. A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, Roma-Bari 1995, pagina 176.
[13] L. S. Lerner e E. A. Gosselin, Giordano Bruno, in <<Le Scienze>>, edizione italiana di <<Scientific American>>, numero 58, giugno 1973, pagina 25 e seguenti.
[14]Questo memorabile incontro è ricordato dallo stesso Campanella in una lettera del 19 giugno 1636.  
[15] G. Ernst, Astrologia e profezia in Galileo e Campanella, in Novità celesti e crisi del sapere, citato, pagina 264.
[16] M. Caleo, citato, pagina 10.
[17] Lettera di Tommaso Campanella a Galileo, del 5 agosto 1632.
[18] F. A. Yates, citato, pagine 413 e 414.
[19] Il testo Galileo L’anticopernicano, di M. Caleo, già citato, mette a fuoco la contraddittorietà del linguaggio galileiano, che in realtà sembra negare quanto in apparenza afferma. Così: <<L’assurdo dell’identità reale-razionale, ha prodotto quel metodo della “sensata esperienza”, che, a mio parere, rappresenta un limite imposto alla scienza, dal momento che essa è portata a cercare più la sua verità che la verità del reale.”>>, pagina 9.
[20] G. Martano (a cura di), Neoplatonismo, Le Monnier, Firenze 1981, pagina 14.

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