lunedì 20 febbraio 2023

ELÉCTI DEI

 


Più che mai, in questo tempo dove lo scandalo e la crisi dilagano, anche dove non dovrebbero, è bene tenere a mente che: «Appartiene alla bontà di Dio il permettere che esistano dei mali, per trarre da essi dei beni»[1]. Un istruttivo esempio di questa strategia, messa in atto dalla Provvidenza per sopraffare il male, ci è dato dall’ultimo tratto di storia della sulfurea ed angelica città di Torino.

 

Secondo un’antica leggenda, la popolazione nordica dei Taurisci discese dal sacro monte Thor, finché giunse e stazionò nell’attuale pianura torinese, dove i fiumi Dora e Po confluiscono, formando una ipsilon Y. Simbolo che richiama la scissione dell’unità, il divide et impera, ossia la logica del diavolo. Questa popolazione si stabilì nella spianata torinese, protetta dalla maestosa schiera alpina, perché i monti e la pietra venivano posti in relazione al Sole. La roccia, difatti, conserva ancora il calore, quando l’astro scompare. Si pensava allora che il potere del Sole fosse effettivamente presente all’interno della roccia. Del resto, gli antichi popoli ricavavano il fuoco dallo sfregamento delle pietre, quasi a comprova che la potenza dell’astro splendente fosse presente nelle rocce e nei «betili», reputati come dimore della divinità solare.

Successivamente, avvenne la filiazione egizia di Torino. Fu il barone savoiardo, Filiberto Pingone (1525-1582), che nella sua opera, Augusta Taurinorum, citando uno studio del frate domenicano, Annio da Viterbo (1432-1502), ricondusse la vera fondazione della città, nel 1529 a. C., quando il figlio di Iside, Fetonte o Eridiano, sbarcò sulle sponde italiche, per fondare alcune colonie, tra Liguria e Piemonte. Fetonte sarebbe tragicamente caduto nel Po, durante una corsa su un carro, che la leggenda subito trasformò in carro solare. Ove cadde, venne eretto un cippo, poi trasformato in tempio dedicato al dio Sole, intorno al quale si formò il primo insediamento cittadino, denominato «Euridania» o «Fetontia», divenuto poi Torino, il cui emblema è appunto il toro-bue-Api, simbolo del vitalismo universale che, attraverso il seme, feconda la materia terrestre.

Questo tempio racchiudeva cerimonie iniziatiche e magiche, dedicate allo spirito solare, finalizzate ad ottenere protezione e potere. Proprio per salvaguardare l’inviolabilità dei segreti custoditi in questo tempo, i sacerdoti stessi lo avrebbero distrutto, prima che venisse profanato dagli ultimi invasori: i Romani. Tuttavia, le antiche e sacre reliquie, insieme ad una grande ruota d’oro, simbolo astrologico solare, sarebbero state celate in un luogo segreto, dedicato allo svolgimento delle cerimonie tipiche della pseudo religiosità egizia: animazione di statue, evocazione di spiriti, sacrifici cruenti. Quanto narrato dal Pingone, troverebbe riscontri, pur vaghi, in una iscrizione posta su una statua dedicata ad Iside, ritrovata nel 1567, tra le rovine dall’antica cittadella, riconducibile ad un tempio intitolato alla stessa dea egizia, sul quale sarebbe stata eretta una chiesa dedicata a san Solutore Maggiore, distrutta poi durante l’occupazione francese (1536-1563).

Questa antica storia sembra avere, in un certo senso, una ricaduta nei nostri tempi. È nota difatti la fama sinistra di cui gode Torino, considerata in ambito iniziatico come l’unica città al mondo appartenente ai due triangoli esoterici: quello bianco, con Lione e Praga; quello nero con Londra e San Francisco. L’energia metafisica collegata a questa città, avrebbe richiamato i maggiori interpreti della magia, ad esempio Nostradamus, Cagliostro, Paracelso, che si impegnarono a reintrodurre nella società cristianizzata le nozioni e le pratiche magiche di matrice egizia.

Il culto di Iside, patrona della magia e del potere spirituale e materiale, tornò alla pubblica ribalta grazie a Napoleone, che la intronizzò come patrona di Parigi, dal 1811 al 1814, ricavando la sua figura rappresentativa da quella della Mensa Isiaca, appartenente al Museo Egizio di Torino[2]. Sebbene il culto pubblico di tale dea decadde il 14 aprile 1814, quando il Governo provvisorio decretò la soppressione di tutti gli emblemi e simboli introdotti nell’era napoleonica, il culto privato e le attività ad esso connesse continuarono a professarsi nella città sabauda.

Del resto, è noto l’impegno profuso dai Savoia, per radunare i più preziosi reperti dell’antico Egitto, a partire da Amedeo II, (1666-1732), e da Carlo Emanuele III che, nel 1757, incaricò il botanico Vitaliano Donati di recarsi in Egitto alla  ricerca di «qualche pezzo di antichità o manoscritto raro o anche qualche mummia delle più conservate»[3]. La costruzione del prestigioso Museo Egizio, oltre alla rivalutazione storica di tale civiltà, sembra aver dato spunto all’interesse verso i culti negromantici, praticati nei cunicoli segreti delle misteriose piramidi. Fatto sta che, in epoca risorgimentale, illustri esponenti della casa Savoia adottarono nei riguardi della cultura magica, nonché negromantica, una singolare apertura.

Afferma Pier Luigi Baima Bollone che: «Vittorio Emanuele II, in sintonia con la fama di appartenere ad una famiglia compromessa con pratiche esoteriche, non contrastò il dilagante medianismo»[4], che si diffuse nella sua epoca. Anche secondo Massimo Introvigne, Casa Savoia, tra il 1850 ed il 1870, mostrò una straordinaria tolleranza verso gli spiritisti, i maghi e i gruppi religiosi o parareligiosi più singolari e bizzarri. Persino il figlio di Vittorio Emanuele II, Umberto e la futura regina Margherita, erano in contatto con gli spiritisti partenopei, partecipando attivamente a sedute medianiche, come già avevano fatto alcuni appartenenti della casa dei Borboni, tra cui il Principe Luigi[5].

Torino segnò difatti la nascita, nel 1863, della «Società torinese di Studi Spiritici», che dall’anno successivo iniziò la pubblicazione della rivista Annali dello spiritismo in Italia. Ne fu animatore ed editore Enrico Dalmazzo, un tipografo convertitosi allo spiritismo, che chiamò alla direzione della rivista Vincenzo Scarpa, segretario di Cavour e del Principe di Carignano, decorato dallo stesso Re. Scarpa, sotto lo pseudonimo di Niceforo Filatete, rimase alla direzione della rivista dal 1865 fino al 1898. A tale società apparteneva anche Gaetano De Marchi, vicepresidente della Camera dei deputati. Presidente di questa associazione venne eletto addirittura lo «spirito guida» che trasmetteva, durante le sedute medianiche, presunte comunicazioni dall’al di là.

Nella rivista della società spiritistica, vennero pubblicati articoli pseudoscientifici e divulgativi, nonché cronache di presunte apparizioni e interazione con gli spiriti. Apparvero i resoconti di pseudo «contatti» non solo con spiriti profani, ma addirittura con quelli di san Francesco, sant’Agostino, san Luigi. Si dice persino che lo spirito del conte Cavour, che in vita protesse gli spiritisti, si manifestasse come fantasma a Massimo D’Azeglio, costringendolo ad impegnativi esercizi medianici.

Da parte sua, Giuseppe Mazzini era un accanito sostenitore dello spiritismo, in contatto con la teosofa Blavatskj e con John Yarker, «Gran Jerofante» di Menphis e Misraim, rito massonico esoterico al quale apparteneva anche Giuseppe Garibaldi, nominato, nel dicembre del 1861, «Primo Massone d’Italia, con l’onore di Gran Maestro di tutte le Logge»[6]. Mazzini «interpretava lo spiritismo come elemento di riscontro della necessità di una serie di esistenze successive e di reincarnazioni. Riteneva possibili sia le infestazioni che l’ispirazione, forme classiche della medianità»[7].

In questa prospettiva, forse, Mazzini  si sentiva come obbligato «alla logica di un suo piano preciso che gli imponeva, per mantenere alta la tensione, e lo diceva anche, di dover spargere sangue sacrificale. Sangue a suo parere, indispensabile per nutrire e mantenere viva la fiamma dell’eversione che prima o poi avrebbe saputo dare i suoi frutti e condurre alla vittoria. Dunque, gli occorrevano martiri. E gli tornava d’obbligo continuare imperterrito a percorrere la sua strada, cercando sempre neofiti da convincere e da mandare al sacrificio»[8].

Tuttavia, sempre in questa città particolare, nei cui pressi, in Val Susa, Costantino vide apparire in cielo il famoso segno, In hoc signo vinces, e che in una misteriosa lapide, riconducibile a Nostradamus, viene indicata come unico luogo nel quale coesistono il paradiso, l’inferno ed il purgatorio («ici il y a le paradis, l’enfer, le purgatoire»), come per un’imperscrutabile dinamica del contrappasso, per grazia di Dio, si determinò nello stesso periodo una eccezionale fioritura di santi e beati. Circa una sessantina, impegnati a sanare i mali che per forza di cose ricadevano sulla popolazione inconsapevole. È da notare che «nessuna comunità cattolica al mondo ha mai registrato un simile boom di eroismi evangelici, considerati per giunta in così breve tempo»[9].  

Come richiamati ad una particolare missione salvifica dall’Uomo-Dio, misteriosamente impresso nella Sacra Sindone, conservata nel Duomo di Torino, questi santi piemontesi, cosiddetti sociali, testimoni della nascita della nuova Italia massonica, in un modo o nell’altro, operarono a favore di una prodigiosa rinascita religiosa e sociale. Citiamo i più famosi, come Giuseppe Cottolengo, Giuseppe Cafasso, Giuseppe Murialdo, don Bosco, Domenico Savio, Faà di Bruno, il Frassati, don Orione, e tanti ancora, fino ai beati Giacomo Alberione e Timoteo Giuseppe Giaccardo. Questi ultimi costituirono la Pia Società San Paolo, fin dalle origini finalizzata ad «opporre stampa su stampa, organizzazione ad organizzazione», per «far penetrare il Vangelo nelle masse» (A. D. 14).

Tutti questi santi, beati e venerabili confermarono, ancora una volta, quanto affermato da S. Paolo, nella Lettera ai Romani (5,20) circa il sovrabbondare della grazia dove abbonda il peccato. Anche lo scrittore cattolico Chesterton allude a questa dinamica, quando afferma che: «Ogni generazione viene convertita dal santo che maggiormente la contraddice»[10]. Consapevoli quindi dell’azione di Dio, sempre pronta a sanare le opere del male usando, nel giusto modo, i suoi stessi mezzi, gli «elécti Dei, santi et dilécti» (Col 3, 12), sono chiamati a svolgere con fede e carità la propria testimonianza al Vangelo, nelle vie del mondo, superando con fortezza i momenti personali ed ecclesiali più difficili. Tutto questo contando sull’aiuto e sulla difesa di «Colei che sola ha sconfitto le eresie del mondo intero»[11] e che spinge a non aver timore di contraddire quanto la cultura ordinaria, il sapere comune, molto spesso fondata su ingannevoli luoghi comuni, cerca di autoalimentarsi mediante l’uso dei mezzi di comunicazione sociale in senso anticristiano.



     [1] Tommaso, d’Aquino, Somma teologica, 1, 2, 3, ad 1.

     [2] AA. VV., Le radici esoteriche della massoneria, Editrice Atanor, Roma 2003, p. 36.

     [3] M. Centini, Torino e il diavolo, Ligurpress, Genova 2009, p. 111

     [4] P. L. Baima Bollone, La scienza nel mondo degli spiriti, SEI, Torino 1994, p. 217 e sgg.

     [5] Cfr. M. Introvigne, Indagine sul satanismo etc. , Mondadori, Milano 1994.

    [6] La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria, a cura di A. A. Mola, Bastogi, Foggia 1990, p. 135.

    [7] C. Gatto Trocchi, Storia esoterica d’Italia, Piemme, 2001, p. 30.

    [8] D. Liguori, Quell’amara unità d’Italia, Sibylla Editrice, Roma 2010, pp. 140-141.

    [9] V. Messori e A. Cazzullo, Il mistero di Torino, Mondadori, Milano 2005, p. 231.

[10] G. K. Chesterton, San Tommaso d’Aquino, Fede & Cultura, Verona 2008, p. 20.

[11] Antifona mariana: Gaude, Maria Virgo: cunctas haereses sola interemisti in universo mundo.