sabato 14 gennaio 2017

SAN PAOLO E I DEMONI



Quando san Paolo giunse a Pozzuoli da Malta, sfinito da un ulteriore viaggio pieno di peripezie, venne invitato a fermarsi una settimana in quello che prima di Ostia era stato il porto di Roma. A pochi passi dal mare, si trovò di fronte ad un tempio dedicato a Serapide, divinità solare di matrice greca, ma di genesi egizia. Come ad Atene, egli dovette “fremere nel suo spirito” vedendo anche questa città piena di idoli (cfr. At 17, 16). Tuttavia, pur debilitato dall’estenuante attività apostolica descritta nell’ultimo capitolo degli Atti, Paolo non si perse d’animo e ben presto si rimise in marcia verso Roma, per riprendere la predicazione contro la falsa religiosità dei pagani, in particolare quella rivolta all’idolo solare, che egli conosceva molto bene, provenendo dalla Cilicia, la terra di Mitra.
Altrettanto bene aveva imparato a conoscere le persecuzioni che toccavano a chi si poneva contro le radicate superstizioni pagane. A Efeso gli si erano sollevati contro gli orafi costruttori delle statue di Diana-Artemide, protettrice delle prostitute, in crisi di affari perché la loro divinità stava soccombendo inesorabilmente di fronte alla predicazione dell’Apostolo ed il conseguente diffondersi della dottrina cristiana, che non lasciava spazio ad alternative o a strane vie di mezzo, e che quasi imponeva la fatidica scelta: o con Cristo, o contro Cristo. Molti efesini infatti avevano confessato pubblicamente il loro ricorso alle pratiche magiche e spontaneamente avevano dato fuoco a tutti i libri di magia nera in loro possesso il cui valore complessivo ammontava a cinquantamila dramme d’argento (cfr. At 19). Una somma considerevole. Nell’Attica, la dramma d’argento corrispondeva alla paga giornaliera di un lavoratore generico. Dunque, cinquantamila giornate di lavoro. Più di una decina d’anni lavorativi di un operaio.
Paolo, come tutti gli altri apostoli, sostenne con chiarezza e senza tanti distinguo, l’insanabile opposizione fra il culto rivolto a Cristo e quello dedicato ai demoni. Chi non venera Cristo, venera gli idoli: «I sacrifici dei pagani sono fatti a demoni, e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demoni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; non potete partecipare alla mensa del Signore ed alla mensa dei demoni» (1 Cor 10, 19 -22). Altrove, aggiunge: «Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra luce e tenebre? Quale intesa fra Cristo e Beliar, o quale collaborazione fra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Non siamo infatti il tempio del Dio vivente?» (2 Cor 6, 13-16).
A proposito della sua volontà di recarsi in Tessalonica, ove lo attendevano nuove comunità cristiane, Paolo sperimentò in modo evidente l’azione contraria del maligno, che fece di tutto per impedirgli quel viaggio apostolico: «Quanto a noi fratelli … abbiamo desiderato una volta, anzi due volte, proprio io Paolo, di venire da voi, ma Satana ce lo ha impedito» (1 Ts 2, 18). Anche su questo tema, San Paolo evita qualunque divagazione. Non è un dotto, ma un apostolo. Se parla è per mettere in guardia i suoi discepoli circa il potere reale di seduzione del maligno, che egli conosce bene. Ma dal quale è altrettanto conosciuto: «Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?», domandò lo spirito avverso ad alcuni esorcisti ambulanti giudei, prima di metterli in fuga per mano di un indemoniato, coperti di ferite ed addirittura nudi (At 19, 13).
Il maligno, proprio perché sostanzialmente ingannatore, è tuttavia così abile da dissimulare la propria natura, prendendo le sembianze della divinità che vorrebbe adombrare. Per ingannare gli uomini ed indurli nell’errore e nel peccato, «Satana, di cui non ignoriamo le macchinazioni … si maschera da angelo di luce» (2 Cor 2, 11 e 11, 14).

S. Paolo indica con estrema efficacia il pericolo derivante dai falsi culti, anche se lo fa in modo formalmente diverso dal suo Divino Maestro, capace di affascinare le folle con efficaci, suggestive e sintetiche parabole. Nelle sue Lettere, l’Apostolo in genere non utilizza un linguaggio attraente, poetico, allusivo come quello del Vangelo. Egli non evoca nemmeno immagini profetiche, tremendi «sigilli» da sciogliere, significati chiusi tutti da interpretare, come è in grado di fare l’apostolo Giovanni, nel misterioso libro dell’Apocalisse.
Lo stile di Paolo, a parte gli straordinari slanci cristologici, non è immediato. Ma dimesso, discorsivo, non suggestivo. A volte, apparentemente contorto, se non proprio “noioso”. Tuttavia, nessuno fra gli apostoli è più vicino a Cristo di quanto lo sia Paolo. Nessuno si identifica totalmente a Cristo, al punto da dire: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Nessuno condivide come lui la passione e la croce del Signore: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20). E più avanti prima di concludere bruscamente la lettera ai Galati, «O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati!» (3,1), afferma: «Io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (6, 17).
Ebbene, San Paolo, così partecipe della croce ed della gloria di Cristo, ha indicato quale fossero i veri nemici contro i quali combattere: «La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6, 12). Questa affermazione dimostra l’incomparabile intelligenza spirituale di colui al quale «è stata concessa la grazia di annunziare ai Gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8). Intelligenza che trascende decisamente i limiti degli effetti contingenti, per giungere alla causa metafisica degli eventi.
San Paolo infatti, in virtù della particolare esperienza di Cristo, culminata con il rapimento estatico al terzo cielo, in paradiso, ove «udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare» (2 Cor 12, 4), non può che amplificare la portata temporale del «mysterium iniquitatis» già in atto (2 Ts 2, 7), non riferendolo ad uomini in particolare, ma riconducendolo alla sua vera e sola essenza: «il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che opera negli uomini ribelli» (Ef 2,2). L’Apostolo lascia intendere che i potenti di questa terra sono a loro volta sottoposti ad un potere superiore, metafisico, costituito da quegli spiriti dell’aria ai quali sono rivolti i culti ed i sacrifici che essi celebrano. A tale potere è soggetto non solo chi partecipa, ma anche chi consenta siano celebrati tali culti illeciti. 

Anticamente, era assai diffusa la credenza «che un fanciullo o gruppi di fanciulli impuberi potessero costituire i migliori depositari di rivelazioni, di sogni e di doni divinatori». Credenza avvalorata dal fatto che nell’antica Roma esistevano i «pueri magici», che i sacerdoti inducevano alla trance o al sonno magico: «Quando uno spirito è evocato nessuno ha il potere di vederlo se non fanciulli di undici e dodici anni d’età o tali che siano davvero vergini»[1].
Sant’Agostino esamina tali credenze e pratiche evocatorie rivolte a dei e demoni, nella Città di Dio. Egli riporta l’opinione comune, affermata in modo speciale da Apuleio, riguardo alla realtà animata, ordinata in tre classi: «Dei, uomini e demoni. Gli dei occupano la posizione più eminente, gli uomini l’infima, i demoni quella di mezzo; infatti, la sede degli dei è il cielo, quella degli uomini la terra, quella dei demoni nell’aria» (Libro 8, 14). I demoni stanno fra gli uomini e gli dei e fungono da intermediari. Ed in quanto tali vanno propiziati attraverso cerimonie magiche e mediante l’offerta di opportuni sacrifici. Aggiunge tuttavia il santo d’Ippona: «Essi sono invece spiriti pieni del desiderio di nuocere, totalmente alieni dalla giustizia, gonfi di orgoglio, lividi d’invidia, astuti nell’inganno; abitano nell’aria, perché abbattuti dalla sublimità del più alto cielo come punizione di una trasgressione irrimediabile e condannati a questa specie di carcere a loro conveniente» (L. 8, 22).
Questi stessi demoni vengono unanimemente indicati dagli esperti in esoterismo, come i veri governatori delle sette segrete. Pierre Mariel, ad esempio, concluse che queste consorterie occulte: «obbediscono tutte (ed i veri Superiori lo sanno) ad un’unica direzione. Esistono (al di sopra delle divergenze apparenti) Superiori Sconosciuti, raggruppati in un Centro del Mondo, che sono i direttori d’orchestra in quest’insieme, dove ogni società è uno strumento docile e ben accordato»[2]. 
Tali «superiori sconosciuti», «daimon» per intenderci, ancora presenti e più che mai attivi in mezzo a noi, rappresentano quegli spiriti del male sparsi nell’aria, contro i quali San Paolo guerreggiò senza riserve. E contro i quali non ci resta che combattere, in senso paolino, «sino alla fine e rimanere in piedi, padroni del campo» (Ef 6, 13). Del resto: «le guerre sono vinte da coloro i quali hanno saputo attrarre dai cieli le forze misteriche del mondo invisibile e sanno assicurarsene il concorso»[3]. E solo i cristiani hanno dalla loro parte il favore incondizionato delle potenze angeliche, le quali non aspettano che essere invocate in ogni occasione, «opportune, importune» (2 Tm 4, 2), per intervenire in loro favore.






[1] F. M. Dermine, Mistici, veggenti e medium - Esperienze dell’al di là a confronto, Libreria Editrice Vaticana, 2002, p. 99.
[2] P. Mariel, Le società segrete che dominano il mondo, Firenze, 1976, p. 207.
[3] in F. Belfiori, San Paolo, Volpe Editore, Roma, 1971, p. 12.

lunedì 31 ottobre 2016

IL TRISTE TEILHARD



Qualcosa di ambiguo, questo personaggio lo possiede già nelle sue radici. La madre, Berthe-Adèle de Dompierre d’Hornoy, era infatti pronipote di Marguerite-Catherine Arouet, sorella di Voltaire, il sarcastico denigratore di Cristo e dei cristiani. Sembra che Pierre Teilhard de Chardin abbia intrapreso lo stesso intento, per altra via, sotto forma di un raffinato pseudo misticismo, formulato in termini ambigui e vaghi, insidiosi addirittura. Insomma, un cristianesimo di facciata che trasmette al suo interno i germi del suo contrario.
Pierre nacque nel 1881, nel cuore della Francia, vicino a Clermont-Ferrant, quarto di undici figli, in una facoltosa famiglia di antica nobiltà. Studiò in un collegio di Gesuiti ed entrò nella Compagnia a diciotto anni. Morì improvvisamente il giorno di Pasqua, nei pressi di New York, il 10 aprile 1955, come a compimento di un suo espresso desiderio.
La sua opera venne ripetutamente condannata. Nel 1957, iniziarono i primi interventi censori da parte della Santa Sede. Anche il papa “buono”, Giovanni XXIII, firmò un monito del Sant’Uffizio, nel 1962, che proibiva le sue pubblicazioni, perché «contengono ambiguità ed errori gravi che offendono la Dottrina Cattolica». La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, ex Sant’Uffizio, confermò tale proibizione, nel 1967.
Il perché dei molti sospetti verso un esponente della Chiesa, nonché paleontologo, oggi da più parti rivalutato ed ampiamente sdoganato, è presto detto. Le sue opere, come dicevamo, esprimono un’interpretazione della fede cristiana, in senso gnostico, acquariano, in vista di una nuova chiesa, “post cattolica”. Un veleno iniettato sotto forma di bene ed in grado di contagiare gran parte del sacro Organismo.
Le elucubrazioni di Teilhard, colte ma confuse, camuffate di spiritualità metacristiana, espresse con una terminologia ambigua e sfuggente sono difatti riuscite a permeare molte coscienze e strutture ecclesiastiche. Anche in base ai forti appoggi esoterici, che puntualmente entrano in gioco quando qualche personaggio singolare si impegna a travisare la sacra dottrina. Del resto, come avvertiva Cristo circa i falsi profeti che si manifesteranno alla fine dei tempi: «Là dove sarà il cadavere, si raduneranno gli avvoltoi» (Mt 24, 28). Il cadavere in questo caso sarebbe Teilhard, gli avvoltoi i suoi seguaci?
Pertanto, è venuta ramificandosi, all’interno della dimensione cristiana, una mentalità ecclesiale, non più coesa e stabile. Ma in continua evoluzione nelle sue certezze, fino al dissolvimento delle stesse, in una sorta di “dissolve et coagula”, teso alla determinazione del teilhardiano “Cristo finale”, il vago ed incomprensibile “Punto Omega”, presunta sintesi e vertice del movimento evolutivo di ogni essere, di ogni pensiero-materia, di ogni istituzione[1].
Non è dato comprendere, come la persona divina di Cristo possa essere concepita e comparata ad un concetto sfuggente come quello di “punto”. Il “punto” è una idealizzazione euclidea, estranea alla realtà. Esso non appartiene allo spazio, perché è senza estensione e senza parti, mentre lo spazio è esteso e frazionabile. Peraltro, il Cristo nell’Apocalisse ha detto di essere l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine, non solo la fine, l’omega (cfr Ap 22, 13), una sorta cioè di “buco nero” in grado di assorbire tutto l’universo.
Viene da chiedersi come un religioso possa essere giunto ad interpretare in modo così ambiguo la persona divina di Cristo, rendendola un’entità fondata su elucubrazioni soggettive e vacue. In un certo senso, è Teilhard stesso che in uno dei suoi scritti, Le cœur de la Matière, fornisce la risposta. Egli fin dall’infanzia si dice posseduto da un vivo desiderio di trovare qualcosa di solido, consistente: «Non avevo più di sei o sette anni quando mi sentii attratto dalla Materia – o più esattamente a qualche cosa che splendeva nel cuore della Materia».
Il giovane Pierre, come i presocratici, cercò l’essere delle cose, localizzandolo nel materiale duro. La compattezza della materia ispirava in lui appagamento. Amò quindi prima il ferro. Ma quando scoprì che si arrugginisce, confortò la delusione ricorrendo alla pietra, palese rappresentazione del “pieno”. Con la maturità venne anche l’evoluzione. Egli si convinse che l’assoluto, più che nella pietra, fosse nella dinamica che trasforma il cosmo. Intese così l’evoluzione come il fattore immutabile, l’eterno divenire.
Il “pieno” della giovinezza, si trasforma dialetticamente nel “vuoto” della maturità. Il “duro” si sublima nel suo opposto, la materia nello spirito, sulla scia del passo alchemico di Maria l’Ebrea, del 200 d. C.: «Se non rendi incorporei i corpi e non rendi corporee le cose prive di corpo, il risultato atteso non ci sarà». Teilhard pertanto “smaterializza” Cristo, per renderlo qualcosa che non esisterebbe, se non nella mente di chi così lo concepisce, dando corpo al suo opposto, a ciò che gli si oppone: lo spirito dell’Anticristo.
Nell’opuscolo del 1923, «La messa sul Mondo», sottotitolato, «Il Fuoco sul Mondo», scrive: «In principio era il Fuoco … Tu mio Dio sei l’essenza stessa e la stabilità dell’Ambiente eterno … Spirito ardente, Fuoco fondamentale e personale, Termine reale di una unione mille volte più bella e desiderabile della fusione distruttrice immaginata da qualsiasi panteismo, degnati di scendere, oggi ancora, sulla fragile pellicola di nuova materia in cui sta per avvolgersi il Mondo, per dargli un’anima».
Il Verbo (cfr. Gv 1, 1) viene qui equiparato ad un fuoco universale, invocato per divenire, in una sorta di ierogamia distruttrice, come l’anima mundi di una nuova materia, prossima ad avvolgere la Terra. Del resto, Teilhard si sente «figlio della Terra, molto più che un figlio del Cielo». E nella sua «messa mentale sul Mondo», continua la sua strana preghiera: «forte di un sacerdozio che tu solo, credo, mi hai conferito, su tutto quanto, nella Carne umana, si prepara a nascere o morire sotto il sole che sorge, invocherò il Fuoco». Invece dello Spirito Creatore, viene invocato l’accensione di un fuoco materiale divinizzato, segnato con la maiuscola, come la «Carne» umana.
Alla luce di queste rapide note, si comprende perché de Chardin sia molto apprezzato in ambiti non cattolici e pseudo cristiani. Non a caso, il suo nome risulta quello più citato, in un famoso sondaggio[2], circa l’autore che più ha influenzato nei soggetti intervistati la trasformazione interiore, in senso acquariano, evolutivo, in vista di una nuova religiosità.
D’altra parte, come dichiarando l’abbandono di ogni resistenza al peccato, egli scrisse: «Mi sono accorto di perdere contatto con me stesso. A ogni passo della discesa si manifestava dentro di me una persona nuova, della quale non ero più certo di conoscere il nome e che non mi obbediva più. E quando ho dovuto arrestare l’esplorazione perché il sentiero svaniva sotto i miei passi, ho scoperto ai miei piedi un abisso senza fondo, e di lì scaturisce, chissà da dove, la corrente che oso chiamare la mia vita»[3].
L’esoterista René Guénon, evidenzia che «l’idea di evoluzione costituisce per i teosofisti una vera ossessione»[4]. E per Teilhard il concetto di evoluzione fu davvero l’ossessione che lo porterà a concepire un evoluzionismo materialistico, che implicitamente nega la realtà del male e la trascendenza dell’ordine soprannaturale, alla luce di una “Materia” considerata eterna ed autosussistente, soggetta ad una continua evoluzione, culminante in una sua incomprensibile autocoscienza spirituale.
Scrive in modo altrettanto oscuro, la teosofa Alice Bailey, fondatrice nel 1923 della Scuola Arcana, nel Trattato di Magia bianca: «La Vita Unica, manifestandosi attraverso la materia, produce un terzo fattore che è la coscienza. Questa, risultato dell’unione dei due poli, spirito e materia, è l’anima di tutte le cose ... La Vita Unica diviene così un’entità determinata e cosciente per mezzo del sistema solare ed è quindi la totalità delle energie, di tutti gli stati di coscienza e di tutte le forme esistenti … Lo scopo per cui la Vita prende forma e il proposito dell’essere manifestato è lo sviluppo della coscienza o rivelazione dell’anima».
Stesso pseudo spiritualismo senza sostanza, stessa avversione verso il “senso comune” e la logica concreta del principio di non contraddizione. Stesso processo di dissoluzione della realtà percepita, per quella immaginata. L’idea nuova, tuttavia, per quanto astrusa, porta in sé una forza implicita, che si amplifica in misura della compartecipazione alla stessa, alimentata dalla “cospirazione” messa in atto da chi trae profitto, materiale e metafisico, dal suo imporsi nella collettività.
Insofferente verso la religione dogmatica, scriveva da Pechino, il 15 aprile 1929, parole molto gravi per un sacerdote di Cristo: «Durante lo scorso inverno, ho avuto una crisi abbastanza forte di antiecclesiasticismo, per non dire di anticristianesimo (sic!). Ma poi questo subbuglio si scioglie, adesso, in un sentimento più largo e più pacato. Dal momento che la mia unica regola di valutazione ed applicazione pratica tende a divenire sempre più questa: “Credere nello Spirito”». Sia chiaro, non nello Spirito Santo, ma nello Spirito evolutore della Materia.
A proposito di questo “Spirito”, egli scrive: «Mi è venuto in mente che si potrebbe scrivere un saggio dal titolo Il terzo Spirito, e cioè “lo Spirito di divinizzazione del Mondo”, in contrapposizione all’alternativa troppo semplicistica “Spirito di Dio” e “spirito del mondo”». È questo spirito metacristiano, del tutto estraneo alla terza Persona della Divinità, che lo spinge ad esaltare la materia, intaccando dall’interno il Corpo Mistico al quale egli stesso apparteneva.
Il 26 gennaio 1936, scriveva: «Ciò che sta dominando gradualmente i miei interessi e le mie preoccupazioni interiori è lo sforzo per stabilire in me e diffondere attorno a me una nuova religione (chiamiamola, se vogliamo, un cristianesimo più progredito), in cui il Dio personale non sia più il grande proprietario “neolitico” di una volta, ma l’Anima del Mondo che il nostro stadio culturale e religioso richiede … il Male (non più castigo per una colpa, ma “segno ed effetto” del progresso) e la Materia (non più elemento inferiore ma “stoffa dello Spirito”) assumono un significato diametralmente opposto a quello abitualmente considerato come cristiano». Ancora, l’evoluzione del Credo, ma in senso opposto a quello cristiano. Ancora, Materia, Male, Anima del Mondo, con la maiuscola, come si conviene alla divinità, paganamente intesa.
Nel suo pseudo “cristianesimo progredito”, o meglio: “anticristianesimo”, il confusionario gesuita, dopo aver considerato in modo offensivo Dio (“proprietario neolitico”), ed averlo degradato al livello dell’Anima mundi degli alchimisti, propone un’interpretazione del male e della materia diametralmente opposta a quella cristiana, dunque anticristiana. Come Nietzsche, in vista della realizzazione dell’orgoglioso “super Uomo”, egli prospetta il superamento del bene e del male. Anzi reputa il Male (con la maiuscola) come necessario al progresso del mondo e della società.
L’alto iniziato massonico, Albert Pike, in Morals and Dogma, attestava analogamente che: «Il male è l’ombra del bene e da esso è inseparabile … Dunque all’umanità è necessario il male … come è indispensabile la salsedine all’acqua del mare. Anche qui l’armonia può derivare soltanto dall’equilibrio dei contrari», alla luce della dialettica alla quale abbiamo già accennato. Anche, la Blavatsky, fondatrice nel 1875 della Società Teosofica, dichiarava che il male non è una mancanza del bene, dal quale chiediamo al Padre di essere liberati, ma addirittura: «il Male è una necessità ed è anche uno dei sostegni del Mondo Manifestato. È una necessità per il Progresso e l’Evoluzione, come la notte è necessaria per produrre il giorno e la morte per avere la vita, affinché l’uomo possa vivere eternamente»[5].
Tali strane assonanze, tra l’opera di un gesuita e quelle di autori esoterici, non possono che produrre ancora equivoci e confusione, nonché danni irrimediabili per la fede. Sono quindi comprensibili e sempre attuali le riserve dell’ex Santo Uffizio, il quale, il 6 dicembre 1957, due anni dopo la sua morte, preoccupato per i mali che tali pensieri confusi avrebbero potuto provocare alla fede, ordinò di rimuovere i libri di Teilhard dalle biblioteche, di non venderli nelle librerie cattoliche e di non tradurli in altre lingue.
Tutto il contrario di ciò che è stato fatto, a partire dal Concilio Vaticano II[6], dopo il quale gli scritti di questo falso profeta (cfr. At 20, 29) hanno trovato riconoscimento nella Chiesa, anche se «il suo nome non è uscito dalle labbra di alcun papa»[7]. Ma nell’enciclica di Francesco, Laudato si’, viene citato in nota, nel punto 83.







[1] Sul “Punto Omega”, ipotetico termine della convergenza cosmica, cfr. AA. VV., L’uomo e l’universo – Omaggio a Pierre Teilhard De Chardin, S. J., Specola Vaticana, Città del Vaticano 1987, p. 90 e sgg.
[2] M. Ferguson, La cospirazione dell’Acquario, Marco Tropea Editore, Milano 1999, pp. 54 e 550.
[3] Ivi, p. 118.
[4] R. Guénon, Il teosofismo, storia di una pseudo religione, Arktos, Torino 1987, vol. II, p. 276.
[5] H. Blavatsky, “La dottrina segreta” - Antropogenesi, ed. Bocca, Milano 1953, p. 634.
[6] Il pensiero di Teilhard è richiamato nella, Gaudium et Spes (n. 39), ove si pone in relazione la città terrena con quella divina, il progresso terreno con il Regno di Dio.
[7] H. Küng, L’inizio di tutte le cose, Rizzoli 2006, p. 121.

sabato 19 marzo 2016

La fine di Babilonia







È noto che Pio IX e don Bosco condannarono unanimemente i soprusi subiti dalla Chiesa da parte dei liberali che lottavano per la determinazione di un nuovo stato sociale a spese dei vecchi poteri, rappresentati dalla stessa Chiesa e dall’Impero asburgico. L’unità d’Italia si stava infatti effettuando sotto la direzione di ben altri poteri, le Logge internazionali, che prendevano possesso del nostro suolo, mascherando i loro interessi dietro una politica rivoluzionaria, indirizzata verso fini ignoti alle moltitudini.
Del resto, è risaputo che «la Massoneria rappresenta l’armata silenziosa che lavora nel mondo occulto, cioè nel sottosuolo della storia, per il progresso dell’Umanità … come la Massoneria, anche la Carboneria, riformati i suoi statuti nel Marzo 1945, opera oggi in Italia, proseguendo la sua missione per la libertà e per il bene dell’Umanità» (W. Anceschi, La Massoneria iniziatica, Ed. Rebis, Viareggio 2002, pp. 13-14).
Nonostante gli appelli, gli avvertimenti, gli oscuri presagi più volte manifestati dai Santi risorgimentali contro questa millantata missione, tesa all’imposizione di un regime statalista, ottenuto con la violenza di pochi più che per la convinzione dei molti, la storia proseguì il corso impostogli dalle Logge, lasciando sul campo quanti cercarono di opporsi alla sua realizzazione.
La condanna di don Bosco di fronte allo svolgersi dei proclami liberali fu assai netta. Nella sua Storia Ecclesiastica, scrive: «Per prima cosa quel governo impose tributi, spacciò un’immensità di carta monetata, si appropriò dei beni della Chiesa: campane, calici, pissidi, ostensori, turiboli, ogni oggetto d’oro o di argento che fosse nelle chiesa era involato per far denaro. Vari sacerdoti e religiosi furono trucidati, dodici in un solo giorno pugnalati. Monasteri e conventi violati e profanati, e non pochi sacerdoti e religiosi barbaramente sgozzati».
Questa barbarie avvenne grazie alle manovre di casa Savoia la quale, in controtendenza alla sua tradizionale fedeltà alla Chiesa Romana, divenne fautrice di una legislazione anticattolica e filo-protestante invadendo più volte lo Stato Pontificio, fino alla presa di Porta Pia, del 20 settembre 1870. Già nello stesso giorno di alcuni anni prima, venne versato sangue innocente come tributo della nuova Patria.
Il 20 settembre 1864, infatti, quando la capitale del nuovo regno venne trasferita da Torino, la popolazione torinese che manifestava contro questo atto deciso dall’imperatore di Francia, Napoleone III, venne rabbonita dal fuoco delle baionette della Guardia Nazionale. Rimasero a terra più di 50 morti «dei quali circa 40 erano piemontesi, quasi tutti sotto i trent’anni e molti provenienti da fuori Torino, quindi immigrati. E il lavoro che svolgevano non era di certo agevole; quei torinesi, o i loro figli, si batteranno parecchi anni dopo per ottenere un orario non superiore alle dodici ore quotidiane» (F. Ambrosini, Giornate di sangue a Torino, Ed. Il Punto, Torino 2014, p.165).
Il re Vittorio Emanuele II, che durante la protesta popolare pensò bene di lasciare Torino per la tenuta di Sommariva Perno, dovette abbandonare presto anche le sue particolari abitudini, per aderire al progetto di riconversione della Roma felix nella Roma babilonica. Il re “gentiluomo” era infatti molto attaccato alla “carne piemontese”.
Cacciatore “integrale”, attraversava intrepido valli e boscaglie, per giungere a Cogne ed in Valsavaranche, ove era atteso da ragazze che gli balzavano intorno, sperando nelle sue generose ricompense. I popolani sapevano che il “re cacciatore” prediligeva le giovani sempliciotte, specialmente quelle che sprigionavano dal corpo i sudori delle fatiche campagnole, l’odore del fieno e delle vacche appena munte. Nel corso di tali incontri, assai poco regali, Vittorio Emanuele II: «amava che le donne gli si presentassero nude, con scarpettine e calzette; e fumando sigari avana si divertiva a contemplarle, mentre gli ballavano intorno. Ma ad un tratto lo pigliava l’estro venereo e le sfondava tutte», (C. Dossi, in D. Ramella, Amori e selvaggina – Vita privata di Vittorio Emanuele II, Ananche, Torino 2010, p. 177).
A queste ragazze più o meno prezzolate, raccolte e abbandonate come fienagione senza valore, si aggiungevano le molteplici amanti di questo Re, di controversi natali, che tanto si adoperò in guerre e trame politiche. Amanti ufficiali e segrete, amanti passeggere, spesso adescate nella notte da servitori fidati lungo i viali. Ma la sua preferenza rimaneva la «Valsavaranche dove era seguito da un harem di donne. La conferma inequivocabile che tra la piccola corte al seguito di Vittorio nelle sortite alpine, la componente femminile aveva il suo, non trascurabile, peso. Oltre ovviamente alla “fauna locale”» (Ib.).
Anche per queste sue tendenze assai detestabili, prese piede una strana diceria, accreditata peraltro anche da Massimo D’Azeglio, “la lingua più affilata del regno”, riguardo alla sua nascita. La storia ufficiale narra che la notte del 16 settembre 1822, il figlio di Carlo Alberto, Vittorio Emanuele, di soli due anni, dormiva nella culla. Quando un’imprudenza della balia, avvicinatasi troppo alla culla ricoperta di veli, provocò l’incendio rapido della delicata velatura. La balia si lanciò sul bambino cercando di salvarlo dalle fiamme, ma nel far questo si ustionò gravemente ed in breve morì.
La versione inconfessata – accreditata come dicevamo anche dal D’Azeglio e da una prova che a molti sembrava, e sembra, lampante: la componente grossolana della persona e del carattere del futuro primo Re d’Italia – narra invece che in quella notte, la balia, pur rimettendoci la vita, non riuscì a salvare quella dell’illustre bambino. Di fronte a questa tragedia, il Casato, volendo evitare problemi di successione, prese una drastica e segreta decisione. Si sostituì, al bimbo deceduto, il figlio di un macellaio di Poggio Imperiale, un certo Tanaca, che aveva una decina di figli. L’ultimo di questi, della stessa età del figlio di Carlo Alberto. Il Tanaca avrebbe consegnato ai Savoia questo bambino, insieme al suo silenzio.
Le differenze rispetto ai suoi genitori, con la crescita si evidenziarono sempre di più. Carlo Alberto, suo padre, raggiungeva i due metri di altezza; alta era anche sua madre Maria Teresa. Entrambe i genitori, avevano tratti fini, delicati, lineamenti morbidi come gli altri Savoia, educazione affinata da una nobiltà rinsaldata nei secoli. Vittorio Emanuele era invece basso, tarchiato, grezzo nei lineamenti, nei gusti, sfrenato nelle manie carnali, nei lazzi. La regina madre, confidava al padre, Ferdinando III, granduca di Toscana, le sue perplessità di fronte a questo figlio così problematico: «Io non so veramente da dove sia uscito codesto ragazzo. Non assomiglia a nessuno di noi e si direbbe venuto per farci disperare tutti quanti» (in L. Del Boca, Maledetti Savoia, Piemme, Milano 2011, p. 24).
Innumerevoli ed irrefrenabili furono le debolezze di questo Savoia, che si affacciò con soddisfazione al balcone del Quirinale, al posto dell’esautorato ultimo Papa Re, proferendo il sospirato:«Finalment ai suma!», finalmente ci siamo. Espressione prontamente tradotta con più la adeguata locuzione: «Siamo arrivati a Roma e ci resteremo!».
Nasceva così la nostra Italia, al suono di reiterate scomuniche ed anatemi rivolti ai suoi fautori, nonostante il suo interno fosse lacerato. Nel regno delle due Sicilie, saldamente ancorato al Re, alla tradizione ed alla Chiesa, l’esercito piemontese in una guerra non dichiarata, dal 1861 al 1863, fucilò 1038 oppositori, altri 2413 di questi perirono in combattimento, 2768 furono fatti prigionieri, ventimila vennero trasferiti ed ammassati nei “lager” di Fenestrelle e di San Maurizio Canavese. Su questi "uccisi della terra" è caduto un silenzio assordante, come se non avessero alcun valore.
Le ricostruzioni storiche slacciate dalla vulgata di regime dichiarano che le vittorie di Garibaldi sull’esercito del Regno delle Due Sicilie derivavano dalle milionarie cifre investite dalla massoneria inglese per corrompere truppe e funzionari borbonici. Tre milioni convertiti in piastre turche, insieme a promesse di carriera e benessere, servirono a ricondurre i generali napoletani all’obbedienza massonica imposta dall’eroe dei due mondi.
Il generale, iniziato al “rito scozzese” da Mazzini, a sua volta membro onorario della loggia La Stella d’Italia di Genova e della loggia La Regione, dello stesso Oriente (Dictionnaire Universel de la Franc-Massonerie, II, 1974), proseguì la sua carriera conseguendo, dopo il 33° grado ricevuto a Torino nel 1862, la suprema carica di Gran Ierofante del rito egiziano del Memphis-Misraim nel 1881. Il Grande Oriente di Palermo gli conferì tutti i gradi, dal 4° al 33°.
Garibaldi, in nome della tolleranza religiosa massonica, definì Pio IX: «un metro cubo di letame … la più nociva di tutte le creature, perché egli, più di nessun altro, è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli … se sorgesse una società del demonio, che combattesse dispotismo e preti, mi arruolerei nelle sue fila» (G. Garibaldi, Scritti e discorsi politici e militari, Ed. Cappelli 1935, II, p. 397). Ma oltre al generale nizzardo e Mazzini, anche Camillo Cavour, ministro e capo del Governo piemontese, secondo l’Acacia Massonica del febbraio-marzo 1949, era legato alla massoneria internazionale. Don Bosco, assai informato e bersagliato in proposito, nelle sue Memorie, affermò che: «qui, in Piemonte, Cavour fu uno dei capi della massoneria» (vol. IX, pag. 313).
Di questi grandi fautori della Patria, che combattevano la Chiesa sotto i labari della contro-chiesa internazionale, tanto esaltati dai libri della storia e dalla retorica di Stato, filtra un volto diverso. Il volto dell’affiliazione e di un’opera che ha condotto all’oppressione di quelle fasce popolari che essi dichiaravano di voler affrancare dal dominio e dalla presunta vessazione dei Preti e della Religione.
La ricaduta di questa crociata laicista è ben visibile ai nostri giorni, come effetto di una causa imposta e sbagliata. L’emancipazione ed il progresso tanto decantati hanno invece diffuso i germi irrefrenabili di una corruzione, violenza e depravazione estese a tutti i livelli. Dopo quelle di Porta Pia, sono le mura dell’intera società a vacillare, a dare continui segni di crolli individuali e collettivi. Da allora, è stato l’uomo stesso a franare, aprendo le porte alle forze infere che stagnano al suo interno e che solo l’autorità della Chiesa ha il potere di tenere a freno. L’anticristo presente in ogni persona è quindi pronto a manifestarsi in ogni occasione, essendo stato tolto di mezzo quasi del tutto quanto frenava la sua manifestazione. Ossia, le mura metafisiche di Roma, la forza spirituale del Sacro Impero, il ruolo divino della sacra Autorità.
Nell’ebbrezza di questa nuova Babilonia, la natura intima dell’uomo è divenuta vittima giorno per giorno di se stessa e del suo lato oscuro, che si manifesta nelle reazioni violente, inconcepibili, addirittura diaboliche che sistematicamente riempiono le cronache cittadine. Purtroppo, anche la città di Dio riflette nel suo interno l’azione della forza disgregante di Satana, che cerca di confondere il sacro con il profano e di contrapporre la tradizione con il rinnovamento, il “pre” con il “post” Vaticano II.
Fino a che punto e fino a quando questo processo di desacralizzazione avanzerà, non è dato saperlo. Ma di certo si sa che “Babilonia, covo di demoni, possente città, in un’ora sola vedrà la sua condanna, in un’ora sola sarà ridotta a un deserto e più non apparirà … perché in essa fu trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti quelli che furono uccisi sulla terra” (cfr Ap 18). 


domenica 22 novembre 2015

GABRIELE E LA FINE DEI TEMPI




Santa Teresina, in un periodo di grande sconforto, confessava: “Quello che oggi invade il mio spirito è il ragionamento dei peggiori materialisti: ossia, che la scienza, facendo continui progressi, spiegherà tutto in modo naturale”.
La mentalità pseudo scientifica, ossia il “peggior materialismo”, nonché anticamera dell’ateismo, insidia difatti la certezza dell’esistenza della dimensione soprannaturale, poiché riporta la spiegazione del tutto alla sola dimensione quantitativa, racchiudendo in tale ambito anche il pensiero, che per sua natura la trascende.
Uno dei tanti esempi dell’inutile tentativo di ridurre il sovrumano all’ordinario, ci è fornito dal fisico F. J. Tipler, da anni impegnato nella divulgazione scientifica. Il quale, riguardo al mistero dell’Incarnazione, sostiene che: “se si prende alla lettera il resoconto del Vangelo di Matteo, la stella di Betlemme deve essere stata una supernova di tipo Ia o una supernova di tipo Ic, situata o nella galassia di Andromeda oppure, se di tipo Ia, in un ammasso globulare di tale galassia…” (La fisica del cristianesimo, Mondadori, Milano 2008, p. 168).
Tale attestazione, benché aggiornata rispetto alle recenti teorie celesti, è assai poco rilevante rispetto al Fenomeno al quale è riferita, non sfiorando in alcun modo gli aspetti eccezionali ad esso associati e non sondabili dalla ragione umana, se non mediante il canone dell’umiltà di mente e di cuore, difficilmente presente nei “ragionamenti dei peggiori materialisti”.
Di certo, se i Re magi fossero nati nella nostra epoca, dominata dal pensiero “pitagormassonico”, di tale stella essi avrebbero semmai compilato diagrammi, spettri, equazioni ecc., per definirla in tutta la sua struttura fisico-chimica, senza assolutamente riferirsi al suo significato profondo, nonché ragione della sua eccezionale comparsa.
Questo perché la scienza moderna, mediante i suoi protocolli e la sua ideologia materialista, ha di fatto espunto dalla natura e dai fenomeni, dai più semplici ai più eccezionali, ogni rapporto con Dio Creatore, segnandolo con il marchio della mentalità retrograda e medievale. Di conseguenza, il cielo, grazie ai grandi scienziati filomassonici, è divenuto una griglia di dati, diagrammi, formule, ipotesi, che hanno spogliato la dimensione celeste anche della genuina meraviglia che produce un semplice sguardo contemplativo, subito ingabbiato nei suddetti schemi e spiegazioni.
Di fatto, Dio non trova più spazio nel cielo razionalizzato dalla scienza, e divenuto giurisdizione di studiosi, i quali pur proclamandosi credenti, come il luminare sopra citato, hanno rimosso ogni distinzione fra materia terrestre e materia celeste, uniformando il tutto ad in un unico “pastone” formato da 92 elementi ecc. Pertanto, cielo, terra, acqua, fuoco, etere sono divenuti praticamente fantasie di un passato dissoltosi nel tritatutto della mentalità moderna.
Ma i Magi, grazie a Dio, sono sapienti che appartengono ad un’epoca non del tutto tramontata, grazie a Dio, ma ancora attuale e riservata ai cuori umili, disposti ad abbandonare le più salde certezze, per aprirsi a quelle pur incredibili del cielo. Costoro si deliziano ancora di credere ingenuamente che il cielo è il trono di Dio e la terra lo sgabello dei suoi piedi, come affermano le Scritture.
Pur essendo pagani ed impregnati delle conoscenze politeiste diffuse nella terra dei Caldei, i Re Magi si disposero ad accogliere il mistero annunciato da una luce inspiegabilmente apparsa nei loro cuori, prima che ai loro occhi. Una luce non naturale, ma eloquente, benché estranea alla ragione.
Probabilmente, i Caldei non avevano dimenticato la profezia pronunciata da Balaam, il personaggio incaricato dal re Balak di maledire il popolo di Israele, suggellata nel Libro dei Numeri (24, 17): “sorgerà uno scettro da Israele”. Sta di fatto che, mentre Balaam era in cammino per svolgere il compito assegnatogli, il suo asino si arrestò e non volle proseguire. Il veggente lo percosse energicamente, finché l’asino parlò, per indicare il motivo del suo blocco: un angelo gli sbarrava il cammino.
Balaam, mago e profeta, alzò gli occhi e vide davvero un maestoso angelo in mezzo al sentiero. Di fronte a questo eccezionale segno, benedisse il popolo eletto e predisse il segno prodigioso che sarebbe sorto, per annunziare la nascita del Re dei Re: “Una stella spunterà da Giacobbe e uno scettro sorgerà da Israele, spezzerà le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set”.
Già Origene attribuì a tale stella il ruolo di cometa. Ma a differenza di quelle ordinarie, la luce che brillò nell’epoca di Ottaviano, attraversando i cieli orientali, fin sopra Betlemme avrebbe annunciato un irripetibile e glorioso avvenimento. Così quando i magi mediorientali, dopo averla attentamente osservata, si accorsero che i loro demoni al suo apparire si erano come indeboliti, si avviarono verso la Giudea, per onorare la nascita ed attirarsi i favori di un dio più potente delle loro divinità (Contra Celsum, I, 60).
In effetti, la famosa cometa doveva avere in sé un qualcosa di veramente speciale, che tuttavia nessuno al di fuori dei Magi rilevò. Eppure anche Gerusalemme aveva attenti osservatori del cielo, incaricati di interpretare nei segni degli astri il destino del popolo e del sovrano. Ma nessuno di essi si accorse della luce mistica sorta nelle oscurità celesti, tranne i sapienti pagani che sarebbero divenuti coprotagonisti della nascita del Salvatore.
Il tiranno accolse con sorpresa la domanda dei tre Sapienti, circa la nascita del re dei giudei: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo” (Mt 2, 2). Essi davano per scontato che anche Erode avesse compreso il segno celeste, nel loro medesimo senso. Ma si sbagliavano.
Erode difatti quando consultò i suoi sapienti, si interessò unicamente del luogo della nascita del Messia, per poter intervenire a suo modo. La strage degli innocenti è testimoniata non solo dal Vangelo. Macrobio riferisce che: “Quando Augusto sentì dire che tra i fanciulli fatti uccidere in Siria da Erode, re dei Giudei, c’era anche suo figlio, chiosò: “Meglio essere il porco di Erode, piuttosto che suo figlio” (Saturnalia, II, 4,11). I Magi infatti avvertiti in sonno, evidentemente da un angelo, tornarono nelle loro regge per altra strada.
Gli angeli ricorrono costantemente negli eventi che propiziarono la nascita di Gesù. Un angelo comparve a Balaam ed al suo asino. L’angelo Gabriele aveva annunciato al profeta Daniele l’avvento del “Figlio dell’uomo” ed il tempo nefasto dell’abominio della desolazione (Dn 12, 11). Ed è sempre questo angelo, aiutato dall’angelo Michele, a battersi, per la realizzazione del regno di Dio (Dn 10, 13). Gabriele porse l’annuncio alla vergine Maria ed apparve a Zaccaria. Un angelo, “attorniato dall’esercito celeste”, apparve si pastori, per annunciare la nascita del Cristo Signore (Lc 2, 9). Un angelo apparve in sogno a Giuseppe, esortandolo a fuggire repentinamente in Egitto (Mt 2, 13) ed ancora un angelo lo richiamò nel paese d’Israele alla morte di Erode (Mt 2, 19).
Visto il ruolo primario svolto dall’arcangelo Gabriele in tutta l’epoca che precedette e vide la nascita di Gesù, è stato suggerito che, anche la stella apparsa ai Magi, fosse una manifestazione dell’arcangelo Gabriele, al quale è stata affidata la missione di annunciare e propiziare l’avvento del Signore. La cometa quindi poteva essere una luce trascendente, più che naturale, prodotta e mossa dall’arcangelo Gabriele (S. Basilio, Homilia VI; S. Giovanni Crisostomo, Homilia VI in Matthaeum, 2). Marsilio Ficino afferma in proposito che, l’arcangelo Gabriele: “sotto forma di stella informò gli studiosi di stelle, e attraverso la luce della stella, tratta dal Sole, li condusse verso il Sole” (Sulla stella dei Magi).
I Magi, seppur ricchi e sapienti, erano comunque sempre pagani. L’angelo quindi non si rivelò ad essi esplicitamente, come aveva fatto con Daniele, Zaccaria, Maria. Bensì, in modo allusivo, attraverso un prodigio naturale. L’apparizione di una luce eterea, visibile a pochi ed invisibile ai più, portò i saggi pagani verso Gesù. Gabriele è infatti l’angelo della rivelazione di Dio, che si protrae nel tempo ed avviene in molte forme, oltre quello verbale.
Tutta la storia della salvezza è contenuta nella rivelazione che Gabriele trasmise a Daniele, vir desideriorum, “uomo dei desideri” (Dn 9, 22 e 10, 11) –nelle nuove versioni della Bibbia: “uomo prediletto” –, deportato di Giuda e prigioniero del re Dario. Il quale, per mantenersi puro e fedele in modo intransigente alla tradizione dei Padri, venne infine gettato nella fossa dei leoni, dai quali si salvò per intervento di un angelo (6, 23), forse lo stesso Gabriele.
Daniele: “che tanto desiderava la redenzione del suo popolo e dell’umanità”, (G. Alberione, Maria Regina degli Apostoli, Ed. San Paolo, 2008, p. 49), meritò dunque di essere informato da parte di Gabriele dei piani escatologici di Dio, sugli ultimi tempi terribili, sull’apparizione dell’anticristo e sull’Ultimo Giudizio (cfr Dn 8, 11-36).
Scrive S. N. Bulgakov che: “L’angelo dell’annunciazione è in genere l’interprete veterotestamentario della storia universale: il suo sguardo penetra l’avvenire, dove già vede il compito che il Signore gli affiderà: l’annunciazione … Nella persona dell’arcangelo Gabriele si manifesta la forma della relazione del mondo degli angeli verso quello umano e che la loro missione va compresa non solo come un’esecuzione dei decreti di Dio, ma come un’ispirazione e una creatività a loro propria, consona” (La scala di Giacobbe, Lipa Edizioni, Roma 2005, p. 80).
In base a tale capacità creativa, Gabriele ha svolto e svolge ancora nel tempo la sua missione di rivelare l’avvento del regno di Dio, mediante segni adeguati agli ascoltatori ed ai tempi. Segni non solo verbali, ma anche celesti, come appunto potrebbe essere stata la stella cometa, e come potrebbero essere interpretate le evidenti “doglie del parto” che il mondo esprime nella nostra epoca.
Del resto, il Signore stesso avverte i suo discepoli che: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia … le potenze dei cieli saranno sconvolte” (Lc 21, 25), prima della venuta del suo Regno glorioso.
Le “potenze del cielo sconvolte”, secondo la nostra particolare linea interpretativa, richiamano la trasformazione cosmologica che ha rivoluzionato l’immagine celeste, negando la percezione dei sensi in favore del modello pitagoricamente precostituito, divinizzando l’uomo e celebrando i demoni planetari, che gravitano intorno allo spirito-sole centrale, l’Helios re di Giuliano l’apostata.
Il cambio di paradigma cosmologico avvenuto nel Rinascimento è stato ratificato nell’epoca illuministica, quando la crociata massonica intraprese il definitivo attacco al potere temporale e spirituale della Chiesa Cattolica. Attacco che, dopo la caduta della Roma felix, del 1870, un centinaio di anni dopo sembra aver preso di mira le ben più preziose ed invincibili cinte interiori, per cercare di attuare il piano di corruzione sancito dalle Alte Vendite mondiali, quello cioè di giungere ai vertici della gerarchia ecclesiastica.
Del resto, l’arcangelo Gabriele profetizzò a Daniele la comparsa di forze avverse che: “si muoveranno a profanare il santuario della cittadella, aboliranno il sacrificio quotidiano e vi metteranno l’abominio della desolazione” (Dn 11, 31). La durata di tale abominazione sarà di “1290 giorni”. Ma dopo “1335 giorni”, avverrà il trionfo definitivo del regno di Dio (Dn 12, 12-13).
Molti segni alludono peraltro alla fine della “Terza Roma”, quella profetizzata da Mazzini, dopo quella imperiale e quella papale. Ossia, quella massonica, che avrebbe dovuto incarnare gli ideali massonici di fraternità, libertà e uguaglianza ed essere modello all’Italia e a tutta l’Europa. Ma che invece segnò l’avvio della decadenza della società massonica appena costituitasi, perché: “sordido nido di travetti, di albergatori, di bagasce e di parassiti … La Chiesa Cattolica è societas perfecta assai più e meglio dello Stato nazionale massonico e borghese” (A. Gramsci, L’Ordine Nuovo, Rassegna Settimanale di Cultura Socialista, 2 ottobre 1920)).




sabato 15 agosto 2015

La “terra piatta”




Un argomento del tutto infondato, tuttavia ancora utilizzato dai detrattori della filosofia tomista, fondata sulla validità del cosiddetto senso comune, riguardo l’indagine naturale, è che a considerare la realtà così come appare si incorrerebbe nell’errore dei medievali, i quali, poveretti, credevano che la terra fosse piatta. Per tale ragione, si deve seguire Galilei e la sua scienza, fondata sull’invito a far violenza ai sensi, per dare spazio alla ragione matematica ed al metodo induttivo.
Il Sole quindi deve essere fermo, anche se appare in movimento, la Terra invece deve in movimento, anche se appare ferma, se non vogliamo credere che il nostro pianeta sia piatto. Se dalle Scritture traspare il contrario dobbiamo tener presente che queste, le Sacre Scritture, sono scritte in modo tale da adattarsi al popolo rozzo. Quindi queste, le Sacre Scritture, non sono affidabili per quanto riguarda le dispute naturali, spiegava Galilei nelle sue Lettere Copernicane, negando la loro inerranza.
La favola della Terra piatta dimostra la forza di un pregiudizio creato ad arte da personaggi ben quotati e ben inseriti nelle dinamiche oscure del mondo, il quale nonostante tutto si è formato e radicato nel corso degli anni, ad ulteriore detrimento della metafisica scolastica. Questo, al fine di celebrare la liberazione dall’ignoranza e dalla superstizione religiosa, nelle quali sarebbe caduto l’uomo nei lunghi secoli oscuri del Medioevo. In questi Mille anni di totale oscurità, una Chiesa reazionaria e spietata avrebbe detenuto il potere sull’uomo, manipolando le sue paure, in ordine alle punizioni e vendette divine conseguenti alle trasgressioni della morale e dei dogmi, sulle quali Essa gestiva la sua nefasta autorità. Ma, ovviamente, le cose non stanno così, come la propaganda massonico-progressista vorrebbe fare invece intendere.
Di terra tonda parla già il beato, terziario francescano, Raimondo Lullo (1233-1315), che aveva elaborato una teoria della terra sferica basata sul fenomeno del flusso e del riflusso delle acque marine. Egli affermava che: “Gli occhi nostri vedono il flusso ed il riflusso delle acque, perché l’arco che forma l’acqua come corpo sferico è naturale che abbia altri confini opposti su cui poggiare, perché altrimenti non potrebbe sostenersi. Per conseguenza, così come in questa parte appoggia sul nostro continente, che vediamo e conosciamo, nella parte opposta di ponente appoggia sull’altro continente che non vediamo e non conosciamo fino ad oggi; però per mezzo della vera filosofia , che riconosce ed osserva mediante i sensi la sfericità dell’acqua e il conseguente flusso e riflusso … si inferisce che nella parte occidentale esiste un continente nel quale l’acqua mossa va a urtare così come rispettivamente urta nella nostra parte orientale” (R. Lullo, Quodlibeta, Q. 154, T. IV).
Ancora prima di Lullo, Cicerone, nel Sogno di Scipione, parla di pianeti sferici e rotondi, fra i quali la terra “come inghirlandata e circondata da alcune zone”. Se consideriamo inoltre non solo il Timeo di Platone, ma il De Cielo di Aristotele, risulta evidente che le sfere omocentriche, che circondavano la terra nell’immagine della cosmologia greca, e poi in quella di Tolomeo, non potevano ruotare intorno ad una terra piatta, bensì attorno ad un luogo centrale altrettanto sferico.
Durante il Millennio medievale, al quale si vorrebbe ricondurre tale assurdità, era credenza comune il credere la terra ferma, così come appare ai sensi, grazie ai quali si giunge alla conoscenza della realtà. A parte Lattanzio, nato verso il 250, che peraltro si interessava di apologetica cristiana, che nel De divinis institutionibus, III, 24, parlava in modo puerile della forma della terra, come riferisce Copernico nella Prefazione al suo De revolutionibus, la sfericità della Terra era un argomento assodato per tutti i più qualificati pensatori medievali: S. Agostino, Beda il venerabile, S. Tommaso, il francescano Ruggero Bacone. Dante stesso concepiva gironi e sfere in rapporto all’argomento assodato della terra sferica. Per non dire poi degli antiaristotelici del XIV secolo, come Nicola Oresme e Giovanni Buridano, i quali proposero il movimento di una Terra sferica e non piatta intorno al Sole. Nessuno di essi credeva nella fandonia della terra piatta, avendo in uso già allora della facoltà della ragione.
Eppure questo pregiudizio a carico del periodo medievale è alquanto diffuso. E non sono stati gli illuministi a diffonderlo, come verrebbe naturale credere. Infatti: “nessuno dei grandi razionalisti anticlericali del diciottesimo secolo – Condillac, Condorcet, Diderot, Gibbon, Hume o il nostro Beljamon Franclin – accusarono gli scolastici di credere nella terra piatta” (T. Bethell, Le balle di Newton, Rubettino Editore, 2007, p. 214). I pur autorevoli nemici della verità e promotori di questa grande bugia, usano accreditarla alle dispute che Cristoforo Colombo avrebbe sostenuto con i frati “bigotti”. Questi ultimi, secondo i raccontatori di fandonie, nella loro ignoranza ed ottusità, avrebbero creduto niente di meno che le caravelle sarebbero cadute dalla terra, in un “giù” imprecisato, una volta superato il limite terrestre. Il merito di Colombo sarebbe stato quindi quello di dimostrare, in base alle sue conoscenze fondate su carte geografiche e mappamondi in suo possesso, in seguito alla sua scoperta, che la Terra era tonda (cfr. U. Eco, L’Espresso, 17.1.93, p. 162).
Uno di questi inaffidabili travisatori della verità, fu Andrew Dickson White (1832-1918) senatore dello stato di New York, il quale nel suo libro, “History of the Warfare”, scrisse che: “Molti audaci navigatori, del tutto pronti ad affrontare pirati e tempeste, tremavano al pensiero di sprofondare con la loro nave nelle voragini dell’inferno che una diffusa credenza poneva nell’Atlantico ad una distanza sconosciuta dall’Europa. Questo terrore dei marinai rappresentò uno dei maggiori ostacoli al grande viaggio di Colombo”.
Un altro pseudo divulgatore, il metodista John William Draper (1811-1882), chimico e polemista anticlericale, utilizzò questa frottola per rivolgere la solita calunnia contro la Chiesa Cattolica, la quale sarebbe stata sempre contraria nel tempo al progresso della scienza ed all’evoluzione della società civile. Draper pensò quindi di inventarsi che: “Gli scritti degli astronomi e dei filosofi maomettani avevano fatto circolare la teoria della terra sferica, ma come previsto, in Europa venne accolta con sfavore dai teologi”. Non contento, addirittura aggiunge l’incredibile inaccettabile falsità che: “Le tradizioni e ragioni politiche impedirono al governo papale di ammettere che la terra avesse una forma diversa da quella piatta, come rivelato dalle Scritture (sic!)”, come se la Parola di Dio sostenesse effettivamente una tale assurdità, che dimostrerebbe peraltro, in tale circostanza, la sua inattendibilità in proposito di dispute naturali, come avrebbe voluto Galilei.
Furono dunque autorevoli ed “illuminati” americani del XIX secolo a mettere in circolo tale inconcepibile insinuazione, a discapito della Chiesa, del suo Magistero e della sua Sapienza ispirata dallo Spirito Santo. Essi, sostenuti da una propaganda complice, la fecero risuonare in tutti gli ambiti culturali mondiali, fin nella “nuova” Italia, da poco costituitasi a spese, non solo economiche, della Chiesa Romana, vanamente difesa nei suoi diritti dai suoi più illustri esponenti, Pio IX in particolare.
Queste voci infondate e calunniose sembrano essersi sollevate quasi in risposta al Sillabo, che questo Papa incaricò di elaborare ad una commissione, a salvaguardia degli errori e della mentalità che i gruppi liberali ed anticlericali diffondevano a tutti i livelli, senza alcun tipo di scrupoli. Tali voci estranee alla verità, deliberatamente ignoravano che proprio il Cristianesimo in ogni tempo valutò e valuta benignamente la facoltà della ragione umana, favorendo l’attività indagatrice e speculatrice dell’uomo, come riconosce anche uno fra gli storici più quotati: “La rivoluzione razionale del pensiero si manifestò nell’Epoca della ragione solo perché era stata preparata da una lunga tradizione medievale, che aveva considerato l’uso della ragione come una delle attività umane più importanti” (E. Grant, Le origini medievali della scienza moderna, Einaudi, Torino 2001).
Una pungente critica ad A. D. White, è stata sollevata da Umberto Eco (in, Segni e sogni della terra, De Agostini, Novara 2001, pp. 17-18), il quale scrive: “Non può nascondersi il fatto che Agostino, Alberto Magno, Tommaso sapessero benissimo che la terra era tonda. Tuttavia (A. D. White) dice che per sostenerlo hanno dovuto lottare contro il pensiero teologico dominante. Ma il pensiero teologico dominante era rappresentato proprio da Agostino, Alberto e Tommaso, i quali dunque non avevano dovuto lottare contro nessuno! … Come poteva infatti ignorare la sfericità della Terra un’epoca che studiava le sfere armillari”. Scrive ancora Eco: “il pensiero laico ottocentesco, irritato dal fatto che la Chiesa non avesse accettato l’ipotesi eliocentrica, ha attribuito a tutto il pensiero cristiano (patristico e scolastico) l’idea che la terra fosse piatta. L’idea si è rafforzata nel sorso della lotta sostenuta dai difensori dell’ipotesi darwiniana contro ogni forma di fondamentalismo”.
Siamo dunque giunti al nocciolo dell’intera questione, sollevata come reazione alla condanna del modello eliocentrico da parte della Chiesa Cattolica, senza tener conto delle sue ragioni. Le quali non sono certe quelle ad essa attribuite dalla parte favorevole all’ipotesi eliocentrica, divenuta nel tempo una sorta di dogma scientifico. La Chiesa in realtà conosceva l’interpretazione del modello eliocentrico presentata da Bruno, attraverso la quale si interpretano i pianeti come sedi e personificazione di spiriti immateriali in grado di interagire con gli uomini, se opportunamente sollecitati. Più dell’aspetto scientifico, era questo contenuto magico ed allusivo a preoccupare i Pastori della Chiesa. I suoi risvolti irrazionali paradossalmente coperti dall’aspetto razionale-scientifico relativo alla posizione ed al movimento dei pianeti.
La Chiesa fedele al metodo ed alle conclusioni della filosofia Scolastica, ancorata alla logica inflessibile della non contraddizione dell’essere, sosteneva l’attendibilità della conoscenza sensibile, anche al di là delle apparenze. Questo principio assicura che effettivamente le cose naturali sono così come appaiono, senza alcun pericolo di incorrere in conclusioni erronee o fantasiose, come invece si vorrebbe far credere. Il dato più evidente a tutti gli uomini, in tutti i tempi, esclusi quelli che stiamo vivendo, nel quale si è imposto il predominio della ragione astratta e matematica rispetto alla ragione logica deduttiva inerente al reale, è il movimento dei corpi celesti e la quiete della Terra.
Questa è la verità che scaturisce dal “senso comune”, sulla quale la conoscenza può procedere senza errori o contraddizioni. L’oggetto o il fenomeno percepiti rimangono immutabili, variano le loro interpretazioni nel tempo. Ma se queste corrispondono fedelmente ai fenomeni dai quali scaturiscono, esse stesse rimangono immutabili perché colgono l’essenza della verità naturale. Su questo principio sul quale si fonda il tomismo, tanto raccomandato dal Papa Leone XIII, nell’Enciclica Aeterni Patris, 4/8/1879, perché questo sistema filosofico è stabilmente sviluppato “sulle intime ragioni delle cose”. Ed è alla luce di questo sistema e del valore attribuito al senso comune, che l’idea del movimento della Terra e della quiete del Sole risulta contraddittoria perché opposta al dato sensibile percepito dai sensi, i quali non si ingannano in quello che tutti gli uomini vedono, unanimemente, da sempre.